FIABE E LEGGENDE DEGLI INDIANI D'AMERICA a cura di ROSSANA GUARNIERI illustrazioni di GIORGIO SANSONI © by Edizioni Primavera s.r.l. Firenze, 1986 © by Edizioni Primavera s.r.l. Firenze, 1988 - seconda edizione. ISBN 88-09-45150-3 COME GLI INDIANI OTTENNERO I CAVALLI Un ragazzo orfano viveva in un villaggio indiano sulle rive del Grande Fiume, in una capannuccia di fango. Non era molto robusto, non sapeva ancora cacciare perché era troppo giovane e così, per mangiare, doveva chiedere un boccone a questo e a quello. C'era chi non voleva dargli niente e gli diceva: - Vattene, buono a nulla, mangia a ufo! Perché dovremmo sprecare del buon cibo per te che non sei buono a nulla? Ma c'era anche chi cercava di aiutarlo, come il capo della tribù, che ora gli dava un buon pezzo di carne, ora una focaccia, ora un paio di mocassini. In quei tempi lontani gli Indiani non avevano cavalli, il Grande Spirito si era dimenticato di donarglieli, perciò andavano a piedi e, se c'erano dei pesi da portare, o usavano i cani o se li mettevano in spalla. Ogni primavera, quando le prime mandrie di bisonti giungevano nella prateria, gli Indiani lasciavano il villaggio, si mettevano in caccia 7 per procurarsi carne e pellicce e stavano lontani per lungo tempo. Il ragazzo restava solo, non sapeva come arrangiarsi per mangiare e diventava sempre più debole e più stanco. Com'era triste aggirarsi tra le capanne deserte! E così accadde anche quella primavera. Una mattina all'alba la sentinella che stava di vedetta in cima a una collina lanciò un grido: - I bisonti! Arrivano i bisonti! In pochi minuti il villaggio si svuotò. I cacciatori, con lance, archi e frecce, correvano verso la prateria avvolti in una nube di polvere. Il ragazzo si sedette sulla soglia della sua capanna, pensando a quanto sarebbe stato bello starsene con gli altri, cacciare, affrontare il pericolo tutti insieme. Era così abbattuto che si mise a piangere disperatamente; grosse lacrime gli scivolarono sul viso e caddero nella polvere del terreno. D'improvviso gli sembrò di udire una voce che gli diceva: - Non rattristarti così, fai qualcosa, piuttosto! 8 Si guardò intorno, stupito. Chi aveva parlato? Perché? E che cosa poteva fare lui, così debole? Ai suoi piedi la polvere bagnata di lacrime si era trasformata in fango. E quel fango gli suggerì un'idea. Ecco, avrebbe modellato qualcosa! - Un cane, magari - si disse. - Così non mi sentirò più tanto solo. Raccolse una manciata di quel fango e cominciò. 9 A quel punto, accadde qualcosa di davvero strano che egli non si sarebbe mai aspettato. Invece delle corte zampe del cane, ecco che stava modellando quattro zampe lunghe e agili, munite di zoccoli! E anche la testa non somigliava per niente a quella di un cane, era più lunga, con le orecchie aguzze, e sul collo c'era qualcosa che sembrava una criniera. La schiena poi, molto robusta, finiva con una lunga coda folta che non aveva niente di canino. Il ragazzo guardò la strana bestia che aveva fatto, sospirò e mormorò: 10 - Forse mi ero distratto. Proverò di nuovo. Ma anche questa volta dalle sue mani uscì un animale identico al primo. Allora li posò a terra tutti e due, l'uno accanto all'altro: sembrava che volessero correre via, galoppare lontano. Che cosa strana, stranissima! D'improvviso il ragazzo si sentì piombare addosso una grande stanchezza, chiuse gli occhi, si addormentò e fece un sogno. Sognò il Grande Spirito che gli sorrideva e gli diceva: - Sono stato io a farti modellare quei due animali che si chiamano cavalli e che servono sia per portare pesi, sia per viaggiare veloci sulle loro groppe. Però adesso sono troppo piccoli: per farli crescere in fretta e bene, per farli diventare grandi come quelli che hanno i Visi Pallidi, portali in riva al Grande Fiume e lasciali pascolare per quattro giorni interi. Poi il Grande Spirito tacque e scomparve in una nuvola. Il ragazzo si svegliò, afferrò le due statuette di fango e le portò in riva al Grande Fiume, là dove l'erba cresceva più verde e alta. 11 Immediatamente, quelle due creature di fango che il Grande Spirito aveva chiamato «cavalli», diventarono vive, nitrirono e si misero a mangiare l'erba. E, ad ogni momento che passava, diventavano un po' più grandi. Al tramonto il ragazzo condusse i cavalli al villaggio e li mise al riparo dal freddo della notte dentro la sua capanna. All'alba del giorno dopo li riportò al fiume e li vide mangiare e crescere tanto che, quella sera, non riuscirono ad entrare nella capanna di fango e trovarono posto in quella del capo tribù che era molto più spaziosa. Lo stesso accadde il terzo giorno. La mattina del quarto, il ragazzo fece una galoppata nei dintorni. Non si era mai sentito tanto felice e importante. Ora la gente del villaggio non lo avrebbe più disprezzato, considerato un buono a nulla! Ed era tanto eccitato che dimenticò l'ordine del Grande Spirito di far pascolare gli animali per quattro interi giorni, in modo da farli diventare grandi come quelli dei Visi Pallidi. E poi, a lui sembravano già così grandi e forti! 12 Ora avrebbe raggiunto i cacciatori nella grande prateria per mostrare loro quello che era riuscito a fare. Non vedeva l'ora di sentire le loro esclamazioni di meraviglia nel vedere quei nuovi animali! Nella prateria c'erano molte tracce di bisonti in fuga e, seguendole, il ragazzo raggiunse la sua gente. Il viaggio era stato breve, in groppa ad uno dei cavallini che correva, mentre l'altro lo seguiva con la criniera al vento. Quando il capo tribù e i cacciatori videro arrivare il ragazzo con i due animali, gli 13 corsero incontro, sbalorditi, e dopo che lui ebbe raccontato tutto, lo acclamarono e dissero che era il ragazzo più in gamba di tutto il paese, altro che un povero orfano qualsiasi! Dall'alto delle nubi, il Grande Spirito osservava la scena ed era molto arrabbiato perché il ragazzo non gli aveva obbedito, non aveva fatto pascolare i cavalli per quattro giorni e così quelli non erano cresciuti quanto lui voleva ed erano più piccoli dei cavalli dei Visi Pallidi. Poi rifletté un po' e pensò che, dopotutto, quei cavallini sarebbero stati più veloci degli altri, più adatti alla caccia e meno visibili da lontano, tra le alte erbe della prateria. Allora sorrise e dimenticò la sua rabbia. Da quel giorno i piccoli cavalli degli Indiani si chiamarono «pony» che significa proprio «piccoli cavalli». Il ragazzo che, su suggerimento del Grande Spirito li aveva portati alla sua gente crebbe, diventò grande e forte, il cacciatore più bravo di tutti e quando il capo della tribù morì prese il suo posto e governò saggiamente per molti, moltissimi anni. 14 I CAPELLI DELLA VECCHIA Fino dai tempi più lontani, gli Indiani hanno usato il granturco al posto del grano, che non conoscevano. Questa storia racconta come per la prima volta il granturco comparve sulla terra. Tanto, tanto tempo fa, una vecchia e suo nipote si misero in viaggio attraverso il paese degli Indiani. Nessuno sapeva da dove venivano né dove andassero e nessuno lungo il cammino volle dar loro ospitalità, dividere con loro cibo e fuoco. Era un brutto periodo, quello, gli Indiani avevano dissotterrato l'ascia di guerra e le tribù combattevano l'una contro l'altra. Ma la vecchia non si scoraggiava. - Vedrai - diceva al nipote - prima o poi troveremo chi si prenderà cura di noi. Cammina, cammina, tra montagne e praterie, un giorno i due giunsero all'accampamento della tribù degli Alligatori, gente povera ma di buon cuore. Il loro capo, Dente di Alligatore, disse ai due viaggiatori stanchi: - Potete restare con noi, dormire sotto una tenda e scaldarvi al nostro fuoco, ma purtrop- 17 po non troverete niente da mangiare. I nostri terreni di caccia non sono ricchi di selvaggina e inoltre dobbiamo sacrificare le prede migliori agli Alligatori, per non perdere la loro protezione. - Saremo felici di condividere il vostro destino, qualunque esso sia - rispose la vecchia. - Io, in cambio dell'ospitalità, avrò cura dei bambini. 18 Dente di Alligatore le indicò una tenda vuota e lei, dopo averlo ringraziato, ci si sistemò insieme al nipote. L'unico bagaglio che aveva, un sacco di pelle di bisonte, lo depose in un angolo scuro. La mattina seguente, all'alba, i cacciatori partirono in cerca di selvaggina e le donne si sparpagliarono nella prateria per raccogliere erbe e radici. 19 Nel villaggio rimasero solo i bambini che, come al solito, si misero a giocare per ingannare la fame, in attesa del ritorno dei genitori con qualcosa da mettere sotto i denti. Le ore erano lunghe a passare, con lo stomaco vuoto, e i giochi erano sempre gli stessi. Quella mattina, però, ci fu una novità. La vecchia uscì dalla tenda e chiese ai bambini: - Volete che vi racconti una storia, tanto per ingannare il tempo? - Sì, sì! - risposero tutti in coro. E la vecchia raccontò come erano nati gli alberi. «In tempi molto, molto lontani, la terra era coperta solo di erbe e fiori, non c'era neanche un albero. Poi, un giorno, il Grande Manitù, guardando giù dalle nuvole, sentì il desiderio di accarezzare quei fiori che ondeggiavano al vento sugli steli sottili. Allora ordinò agli steli di crescere, di crescere fino a raggiungere il palmo delle sue mani. Fu subito obbedito e pini, aceri, abeti, salirono verso il cielo fin quasi a toccarlo. Ora bastava che il Grande 20 Manitù stendesse la mano per poter accarezzare quelle chiome verdi che la brezza faceva sussurrare». Finita la storia, la vecchia guardò i bambini e capì due cose: che la storia era piaciuta molto, ma che non aveva fatto dimenticare la fame. Allora rientrò nella tenda, si mise ad armeggiare intorno a un gran pentolone e poco dopo ecco alzarsi nell'aria un profumino appetitoso. Poi uscì di nuovo e distribuì a ciascun bambino una ciotola di farinata morbida, colore dell'oro, buonissima e nutriente. - È fatta con il granturco - disse. - Se vi comportate bene, ne avrete tutti i giorni. E così fu. 21 I cacciatori partivano tutte le mattine all'alba in cerca di selvaggina, le donne si sparpagliavano nella prateria per raccogliere erbe e radici, la vecchia raccontava ai bambini una bella storia e poi dava loro una ciotola colma di farina di granturco. Così passò il tempo e anche l'ultimo mese dell'anno, quello della Lunga Notte, finì. La vecchia continuava ogni giorno a distribuire la sua farinata ai bambini affamati, ma negli ultimi tempi era diventata più debole, più magra, sembrava evaporare lentamente come il fumo che usciva dal pentolone. Una mattina non poté più alzarsi dal letto. Allora chiamò il nipote e gli disse: - Ragazzo mio, presto abbandonerò questo mondo, ma anche quando non ci sarò più la tribù degli Alligatori continuerà a ricordarmi. 22 Ho seminato un po' di granturco in un pezzo di terra non lontano dall'accampamento. I semi hanno già messo le radici e germoglieranno a primavera. Io ho fatto la mia parte, ora tocca ai bambini custodirli, innaffiarli e zap- 23 parli, se vogliono avere un buon raccolto e non soffrire mai più la fame. Per qualche tempo ancora, la vecchia consegnò al nipote il pentolone pieno di farinata perché la distribuisse al posto suo; poi, quando la prima pannocchia di granturco maturò nel campicello vicino all'accampamento, essa scomparve nel nulla, come se non fosse mai esistita. Tutti la cercarono, ma invano. - Non la vedremo più, - disse alla fine il capo Dente di Alligatore - ma sarà sempre viva nel nostro ricordo e nel nostro cuore. Poi indicò il granturco che cresceva alto e rigoglioso e aggiunse: - Guardate: si è trasformata in quelle piante che ci ha donato perché la fame non ci perseguiti più. Fu così che la vecchia misteriosa ripagò la tribù degli Alligatori per l'ospitalità ricevuta. Da allora in poi gli Indiani coltivarono con amore i loro campi di granturco e, quando i bianchi filamenti spuntavano dalle pannocchie dorate, vedevano in essi i capelli bianchi della vecchia che non avrebbero mai dimenticato. 24 IL BISONTE BIANCO Una tribù di Indiani viveva in un grande villaggio ai bordi della prateria. Le tende erano fatte con pelli di bisonte, i mocassini erano di cuoio di bisonte, le donne cucivano gli abiti con aghi ricavati da ossa di bisonte, la carne di bisonte era il cibo di tutti i giorni. E un Bisonte Bianco era il totem della tribù, cioè il suo amico, signore e protettore. Al centro del villaggio c'era una statua intagliata nel legno, che lo raffigurava. Nessuno aveva mai visto un bisonte bianco. Nella prateria abbondavano bisonti adulti con il mantello scuro e lanoso, giovani vitelli dalla pelliccia giallognola, ma del bisonte bianco neanche l'ombra. I vecchi della tribù raccontavano che era apparso una volta soltanto ed aveva guidato gli uomini nella più grande caccia che mai si fosse veduta nel paese degli Indiani; poi era scomparso dentro una nuvola bianca come il suo mantello. Questo era avvenuto centinaia e centinaia di anni prima, ma il ricordo della straordinaria apparizione era rimasto vivo 27 nelle leggende che si raccontavano intorno al fuoco. Al totem del Bisonte Bianco i cacciatori sacrificavano le prede più belle, chiedendo protezione e cibo in abbondanza e sempre venivano esauditi. Il villaggio si ingrandiva, non si conosceva la fame, tutti vivevano in pace. Un giorno, uno dei più bravi cacciatori della tribù, Hawaka, si aggirava nella prateria alla ricerca di qualcosa di buono per il pranzo, 28 quando vide all'orizzonte una nuvola di polvere che si avvicinava veloce e che di sicuro era sollevata da una mandria di bisonti in marcia. Allora si nascose in fretta tra i cespugli di una collinetta e attese. La grande mandria al galoppo si dirigeva proprio verso di lui e, per un momento, Hawaka temette di venire travolto e ucciso. Invece, ai piedi della collina gli animali si fermarono di botto e cominciarono a pascolare tranquillamente. Pian piano la polvere si diradò e Hawaka, sbalordito, vide un enorme bisonte bianco che spiccava in mezzo agli altri. Dapprima il cuore gli balzò nel petto per la sorpresa, poi un'idea si fece strada nel suo cervello: e se avesse ucciso quel favoloso bisonte bianco? Una preda così capitava una volta soltanto! L'ambizione accecava il cacciatore e gli fece dimenticare che il Grande Bisonte Bianco era sacro per la sua tribù. Non pensò a quello che sarebbe potuto accadere in seguito, voleva solo uccidere! Così afferrò arco e frecce, prese la mira, tirò. 29 Si udì un rombo terribile di tuono, un lampo saettò nel cielo sereno, la terra tremò. Il Bisonte Bianco cadde a terra, morto stecchito, e la mandria fuggì via, come impazzita. Hawaka si avvicinò all'enorme corpo immobile e lo scuoiò. La pelliccia era bellissima, la più bella che si potesse immaginare, bianca e soffice, sembrava fatta di neve. Passato il primo momento di eccitazione, però, Hawaka cominciò a riflettere. E non erano riflessioni allegre. - Che cosa ne faccio, di questa pelliccia? Non posso portarla al villaggio, sarei cacciato via per sempre perché le leggi degli Indiani dicono che gli animali protettori di una tribù sono sacri! Oh, sono stato uno sciocco! 30 Pensa e ripensa a come togliersi dai guai, alla fine Hawaka scavò una gran buca per terra, seppellì la candida pelliccia e se ne tornò al villaggio come niente fosse. Anche gli altri cacciatori tornarono ma, guarda caso, quel giorno nessuno era riuscito ad uccidere qualcosa: non un cervo, un'antilope, una lepre... neanche un misero topo di prateria. La stessa cosa accadde nei giorni seguenti: gli uomini rientravano al villaggio a mani vuote e non c'era niente da mettere sui fuochi. E arrivò la fame. I cacciatori, sempre più deboli, continuarono ad uscire nella prateria, ma non c'era traccia di animali in tutto il territorio della tribù. I fuochi restavano spenti, le pentole vuote. Allora lo stregone decise di rivolgere una preghiera speciale al totem del Bisonte Bianco. Venne acceso un gran fuoco davanti alla statua di legno e lo stregone vi gettò sopra un pizzico di erbe magiche, mormorando le parole di un incantesimo. Tutta la tribù aspettava in silenzio. 31 Dalle erbe si alzò un fumo acre e il totem parlò, con voce cavernosa e arrabbiata. Disse: - Il Grande Bisonte Bianco è in collera con la sua tribù. Un cacciatore lo ha abbattuto ed ha sepolto la sua pelliccia nella prateria. I corvi l'hanno dissotterrata e dispersa al vento. Fino a quando tutti i peli di quella pelliccia non verranno ritrovati, il Bisonte Bianco non proteggerà più la tribù, non gli manderà più animali da cacciare e la gente morirà di fame. La voce tacque e il fuoco si spense. La popolazione del villaggio, uomini, donne, vecchi, bambini, raccolte le ultime forze, si sparpagliò nella prateria per cercare i peli della pelliccia del Grande Bisonte Bianco. Ne trovarono tra i rami degli alberi, nei nidi degli uccelli, tra le erbe vicino al fiume, nelle cavità dei tronchi secchi. Li raccolsero uno ad uno e li portarono allo stregone. Tutti insieme i peli formavano un enorme mucchio soffice e bianco. Allora lo stregone accese di nuovo un fuoco davanti al totem, vi gettò un pizzico di erbe magiche e mormorò le parole di un potente 32 incantesimo. Dalle erbe si alzò un fumo acre e di nuovo la voce cavernosa e arrabbiata parlò. - Non tutti i peli della pelliccia sono stati ritrovati. Mancano quelli della coda e il Grande Bisonte Bianco è ancora in collera con la tribù. E la gente, sempre più stanca e affamata, si mise a cercare disperatamente quei peli. Ma erano introvabili. Il tempo passava, la disperazione cresceva. Una sera, al tramonto, un bambino, stanco di non trovare niente, e debole debole perché da un bel po' di tempo non mangiava, si raggomitolò vicino alla tana di una talpa e si mise a piangere. 33 La talpa lo sentì e uscì all'aperto. - Perché piangi, bambino? - chiese. E il bambino rispose: - Un cacciatore stolto e malvagio della mia tribù ha ucciso il Grande Bisonte Bianco ed ha sepolto la sua pelliccia. Poi i corvi l'hanno dissotterrata e dispersa al vento. - Brutto affare - borbottò la talpa. - Eh, proprio così. Il Grande Bisonte Bianco non manderà più animali da cacciare nella prateria finché non sarà stato ritrovato ogni pelo della sua pelliccia; ma quelli della coda sono scomparsi, non sappiamo più dove cercare. Così, se non li troviamo, moriremo tutti di fame, al villaggio. - Un momento, un momento - disse la talpa. - Che aspetto hanno i peli della coda del Grande Bisonte Bianco? - Sono candidi, lucenti e molto lunghi; più lunghi di quelli del resto della pelliccia. - Aspetta un po'... La talpa rientrò nella sua tana e ne uscì poco dopo portando tra le zampine un ciuffo di peli lunghissimi, candidi e lucenti come argento. 34 - Sono forse questi? - chiese. - Li ho trovati vicino al fiume, qualche giorno fa, e li ho presi per rendere più morbido e confortevole il nido per i miei figliolini che nasceranno tra poco tempo. 35 - Sì, sono proprio questi! - gridò il bambino. Li afferrò e, senza neanche ringraziare la talpa, corse a perdifiato fino al villaggio per consegnarli allo stregone. Ancora una volta lo stregone accese un fuoco davanti al totem, vi gettò un pizzico di erbe magiche e mormorò le parole dell'incantesimo. Dalle erbe si alzò un fumo acre e, ancora una volta, udì la voce cavernosa e arrabbiata. 36 - Il Grande Bisonte Bianco non è ancora soddisfatto. Prima che gli animali tornino nella prateria, prima che la fame non tormenti più la gente del villaggio, le donne dovranno tessere tutti i peli, uno ad uno, in modo da formare una morbida pelliccia uguale a quella che i corvi hanno disperso al vento. Immediatamente le donne si misero a tessere. 37 Ci vollero quattro giorni e quattro notti di lavoro senza sosta e alla fine la pelliccia fu pronta. Allora lo stregone accese il solito fuoco davanti al totem, vi gettò sopra le solite erbe magiche e mormorò le solite parole dell'incantesimo. Dalle erbe si alzò la solita nuvola di fumo e si alzò la solita voce. Ma questa volta non era più carvernosa e arrabbiata. - Ora la pelliccia è di nuovo completa. Ponetela sopra il totem e lasciatela lì per sempre. Quanto a Hawaka, il colpevole di tutto questo, che sia cacciato dalla tribù e che viva per tutta la vita solo e disprezzato da tutti. Mai più le sue frecce potranno colpire un animale e dovrà vivere di carità. E così fu. Gli animali tornarono a frotte nella prateria, nessuno soffrì più la fame e tutti furono felici, salvo il malvagio Hawaka, costretto a vagare da un villaggio all'altro chiedendo l'elemosina di un boccone di cibo, lui che era stato così ambizioso e pieno di sé da sfidare addirittura il Grande Bisonte Bianco! 38 IL CERVO INCANTATO In un grande villaggio indiano vivevano due bambini, fratello e sorella. Lei si chiamava Kato, lui Wabi. La loro mamma era morta quando erano piccoli e il padre aveva preso un'altra moglie, una donna malvagia, dal cuore di pietra. Kato e Wabi cercavano di essere buoni, di rendersi utili, cercavano di dimenticare che avevano una cattiva matrigna, ma un giorno... Un giorno, alla fine dell'inverno, i ragazzi del villaggio che andavano a raccogliere radici nella prateria, videro Kato e Wabi, tristi tristi, che uscivano dalla loro capanna. - Non venite con noi a cercare radici? - gli chiesero. Kato scoppiò in lacrime, Wabi rispose: - La nostra matrigna ci ha cacciati via. Dice che siamo abbastanza grandi per arrangiarci da soli e che le diamo fastidio. Perciò dobbiamo lasciare il villaggio. - Dove andrete? I boschi e le foreste sono pieni di bestie feroci e di spiriti malvagi! - Io non ho paura - disse Wabi. - Ho l'arco 41 e le frecce e so come difendermi. - Poi, rivolto alla sorella, aggiunse: - Coraggio, Kato, non possiamo perdere tempo, dobbiamo costruirci un rifugio da qualche parte, prima che il sole tramonti. E, mano nella mano, fratello e sorella presero il sentiero che portava alla foresta. Camminarono, camminarono... oh, quanto camminarono! Il sentiero era stretto, fiancheggiato da cespugli fitti fitti, tra gli alberi echeggiavano rumori strani, paurosi. Il buio si faceva sempre più profondo e, in quel buio, comparivano e scomparivano grandi uccelli neri svolazzanti, orribili facce che sogghignavano. Kato era così spaventata che a un certo punto si fermò: non voleva più andare avanti. - Non possiamo fermarci proprio adesso - le disse Wabi. - Abbassa la testa, così non vedrai niente; continua a camminare e sono sicuro che tra poco usciremo da questa terribile foresta. Kato obbedì e proseguì, con lo sguardo fisso a terra. Wabi, invece, per guidare la sorella, 42 doveva per forza guardarsi intorno e quello che vedeva era proprio spaventoso: tra gli alberi e i cespugli danzavano, sempre più numerose, quelle facce orribili di ogni colore, gialle, verdi, rosse, che di tanto in tanto tendevano lunghe braccia scheletriche come se volessero afferrarlo. E lui non sapeva da che parte scappare per evitarle. D'un tratto Kato, che continuava a camminare a testa bassa, esclamò: - Guarda, Wabi, delle orme! Wabi guardò. Sua sorella aveva visto giusto: c'erano delle grandi orme di cervo sul terreno molle. Allora disse: - Seguiamole, forse ci porteranno fuori dalla foresta. 43 Seguirono le orme e, come per miracolo, le terribili apparizioni scomparvero e così anche i rumori paurosi. Pian piano gli alberi diventarono meno grandi, i cespugli meno fitti e, poco dopo, i bambini si trovarono in una bella radura erbosa con un'enorme quercia in mezzo. Le orme del cervo andavano proprio verso la quercia. Kato e Wabi la raggiunsero e si sedettero all'ombra. Erano stanchissimi, avevano camminato tanto! 44 - Ho sete - disse Wabi. Non aveva neanche finito di parlare che l'orma di cervo più vicina si riempì d'acqua limpidissima. Si chinò per bere e sua sorella lo supplicò di non farlo. - Quell'orma e quell'acqua sono sicuramente fatate - disse. - Aspetta ancora un poco, fratello, vedrai che presto troveremo una sorgente. Wabi non le dette ascolto, aveva troppa sete, e bevve un gran sorso. Subito si sentì diventare pesante pesante, mani, testa e piedi cominciarono a prudergli e provò una gran voglia di correre, di saltare. - Che cosa mi sta succedendo? - gridò, spaventato. 45 E Kato rispose, con voce tremante: - Che il Grande Spirito ci aiuti! Ti stanno crescendo due corna sulla fronte e una pelliccia bianca ti ricopre tutto! Wabi tentò di alzarsi da terra, ma non ci riuscì. Alle mani ed ai piedi, invece delle dita, ora aveva degli zoccoli e quando volle parlare dalla bocca gli uscì uno strano muggito: era diventato un cervo, un cervo bianco. Kato, disperata, cercò di strappar via la pelliccia, di rompere le corna, ma non ci riuscì. Pianse, singhiozzò e alla fine, esausta, appoggiò la testa al corpo caldo del cervo e si addormentò. 46 Dormì a lungo. A mezzanotte qualcosa la svegliò: una voce che si alzava sopra il mormorio del vento e che diceva: - Finalmente mi sono sbarazzata per sempre di quei due! Era la voce della matrigna! Un'altra, stridula, stridula, le rispose: - Eh, sì. Wabi resterà per sempre un cervo, a meno che qualcuno non abbatta la quercia. E questo non accadrà mai. Le due voci tacquero. Kato si guardò intorno, ma il buio era fitto e non vide niente. Allora si mise a piangere e, piangendo, si addormentò di nuovo. Quando si svegliò, la mattina all'alba, ricordò quello che avevano detto le voci misteriose; cercò subito una pietra tagliente, costruì una piccola ascia e cercò di abbattere la quercia, ma il legno era troppo duro e l'ascia si spezzò al primo colpo. Kato la gettò via e, piangendo, abbracciò il cervo bianco. - Oh, mio povero Wabi - gli mormorò all'orecchio, accarezzandolo. - Non riuscirò mai ad abbattere quell'albero da sola, e tu non 47 puoi aiutarmi! Ora costruirò una capannuccia di rami, così, almeno, saremo al coperto, di notte. E cominciò così la vita della bambina e del cervo bianco nella radura in mezzo alla foresta. Ogni giorno lei andava a raccogliere radici e frutta selvatica, ogni giorno lui pascolava qua e là e tornava solo al tramonto. Una mattina Kato sentì delle grida e dei rumori che venivano dal folto della foresta, uscì dalla capanna e vide il cervo bianco che correva verso di lei, inseguito da un gruppo di cacciatori. Le frecce volavano fitte nell'aria e, prima o poi, qualcuna lo avrebbe colpito. Tremando, il cervo si fermò vicino alla quercia e Kato, coraggiosamente, gli fece scudo con il suo corpo. 48 I cacciatori, stupiti, abbassarono gli archi e si avvicinarono ai due. Tra loro c'era anche il padre di Kato che subito riconobbe la figlia. La prese in braccio, la strinse forte forte e le chiese: - Che cosa ci fai, qui? Dov'è tuo fratello? Perché siete fuggiti dal villaggio? Con poche parole Kato raccontò l'accaduto, singhiozzando. I cacciatori l'ascoltarono, stupiti, poi impugnarono le loro pesanti asce e cominciarono a colpire con forza il tronco della quercia. Schegge di legno volavano da tutte le parti, ma l'albero non cadeva. Un cacciatore disse: 49 - Accendiamo un gran fuoco e bruciamolo. In fretta tutti ammucchiarono una quantità di fascine ben secche intorno al tronco e le incendiarono. Il fuoco corrose pian piano l'albero che, finalmente, rovinò a terra con un rumore terribile. Nello stesso istante il cervo bianco scomparve ed ecco, al suo posto, Wabi. Una gran nube di fumo si alzava dalla quercia in fiamme e, tra quel fumo, i cacciatori videro un grosso gufo volare via, strillando, verso il folto della foresta. - Uno spirito! Uno spirito cattivo! - gridarono i cacciatori. - Sì, è proprio così - disse Wabi a bassa voce. - La nostra matrigna era una strega e ora, cambiata in gufo, subisce la punizione che si è meritata: vivrà per sempre nella foresta insieme agli altri spiriti malvagi. Poi tutti tornarono al villaggio. Di quello che era accaduto, delle magie, delle trasformazioni, degli incantesimi, rimase solo la grande quercia abbattuta che continuava a bruciare con un gran fumo scuro. 50 LE FRAGOLE Un Indiano e la sua sposa vivevano in una capanna sulle rive del Ruscello Borbottone. E forse a causa di quel ruscello che non taceva mai o della vicina Roccia Lamentosa che fischiava e gemeva ad ogni soffio di vento, quell'Indiano era un gran chiacchierone, non taceva mai da mattina a sera ed era anche molto, molto litigioso. Sua moglie, invece, aveva un carattere paziente, tranquillo e taciturno. L'Indiano non la smetteva di parlare neanche quando andava a caccia. Mentre aspettava l'arrivo di qualche cervo, se vedeva delle gazze svolazzare sopra la sua testa, non resisteva alla tentazione di farsi beffe di loro, gliene diceva di tutti i colori. Quelle si arrabbiavano, starnazzavano, facevano un gran chiasso e così finiva che i cervi si tenevano alla larga e l'Indiano tornava a casa a mani vuote. Come se non bastasse, lui brontolava e gridava anche nel sonno, si svegliava di malumore, pronto a litigare, e la sua povera moglie non aveva un attimo di pace e doveva fare appello a tutta la sua pazienza. 53 Ma anche la sopportazione non dura in eterno. Un giorno la donna decise di lasciare per sempre quel marito litigioso che non taceva mai; e siccome non sapeva da che parte dirigersi, se ne andò lungo il Ruscello Borbottone, seguendo il cammino del Sole. Era l'alba quando se ne andò. Più tardi l'Indiano si svegliò e vide che sua moglie non c'era più ma, sciocco e ostinato com'era, pensò che presto sarebbe tornata e si preparò ad accoglierla con una raffica di rimproveri. 54 Dopo tre giorni di attesa, però, visto che non tornava, cominciò a preoccuparsi. Chiese informazioni al Ruscello Borbottone e l'unica risposta che ebbe fu: - Segui il cammino del Sole. L'Indiano fece come il Ruscello Borbottone gli aveva detto, ma, cammina, cammina, di sua moglie non c'era traccia. Allora si rivolse al Sole in persona e il Sole gli disse: - È vero, tua moglie ha seguito il mio cammino e va verso oriente. Si trova molto lontano da qui, è arrabbiata con te e non vuole più tornare a casa. L'Indiano si sentì molto triste. - Per favore - supplicò - dille di tornare. Prometto che non litigherò più con lei, che imparerò a tacere. - Non so se sia possibile - rispose il Sole. - Ma se davvero pensi di mantenere la promessa, vedrò che cosa posso fare. Tu, intanto, dovresti andarle incontro a metà strada. Pieno di speranze, l'Indiano prese il sentiero che portava a oriente. Viaggiò per tutto il giorno e tutta la notte senza mai fermarsi né 55 per mangiare, né per riposare. Ma tutto questo non servì a niente. La donna era lontanissima e, inoltre, si era del tutto dimenticata del marito. Il Sole se ne accorse e cominciò a preoccuparsi. - L'unico modo per farle ricordare il suo sposo è costringerla a voltarsi - si disse. - E lei si volterà solo per osservare qualcosa che non ha mai visto prima, che la incuriosisca tantissimo. Ecco, farò crescere delle more. E subito, accanto al sentiero che la donna seguiva, spuntò un cespuglio di more con tanti magnifici frutti neri e vellutati. Ma la donna neanche li guardò. - Proviamo con le more azzurre - rifletté il Sole. - Forse quelle le piaceranno di più. 56 Fece comparire un cespuglio carico di more azzurre, magnifiche, ma la donna continuò per la sua strada come niente fosse. - E ora, che faccio? - mormorò il Sole, scoraggiato. Poi, d'improvviso, un gran sorriso illuminò il suo faccione giallo. - Oh, che sciocco... dimenticavo le fragole. Scommetto che quelle funzioneranno. Scelse le piante più belle, spruzzò di rugiada i frutti rossi e disseminò tutto sul sentiero. Un profumo delizioso, irresistibile si sparse nell'aria. La donna si fermò, si guardò intorno, vide le fragole e non poté resistere alla tentazione di assaggiarle; si inginocchiò e in un batter d'occhio finì tutte quelle che aveva a portata di mano, poi si guardò intorno per vedere se ce n'erano delle altre. 57 Ce n'erano, eccome, perché il Sole aveva sparso una gran quantità di piante e frutti lungo il sentiero, sì, ma alle spalle della donna. Così lei si girò e, cogliendo e mangiando, mangiando e cogliendo, tornò indietro. Quando ebbe fatto cento passi, d'improvviso si ricordò di suo marito, della capanna in riva al Ruscello Borbottone e sentì una gran nostalgia. Allora raccolse le fragole più belle e profumate per farle assaggiare al suo sposo e si diresse verso casa. Prima che il sole tramontasse, incontrò l'Indiano che veniva dalla parte opposta, stanco per aver camminato tanto. E, a questo punto, che cosa accadde? Accadde che i due si abbracciarono giurando di non lasciarsi mai più (l'Indiano giurò anche che sarebbe diventato meno chiacchierone e litigioso) tornarono alla capanna e da allora vissero felici e di buon accordo. E le fragole? Le fragole cominciarono a crescere ovunque nel paese degli Indiani e tutti poterono gustare quei frutti deliziosi, dono del Sole. 58 LA PUZZOLA E LO SPIRITO MALVAGIO Ai confini del paese degli Indiani viveva una volta uno spirito molto, molto maligno. Si chiamava Lungo Artiglio perché aveva degli artigli lunghissimi e taglienti, color rosso acceso, con i quali poteva uccidere chiunque, uomini e animali. D'aspetto somigliava a un orso ed aveva anche la forza dell'orso. L'unica cosa che Lungo Artiglio non sapeva fare era nuotare. Proprio non ci riusciva. Per questo, quando gli uomini e gli animali lo vedevano da lontano, subito correvano a gettarsi in acqua e così si salvavano. Insomma, tutti avevano una gran paura di lui. Tutti, ad eccezione della puzzola. Un giorno i due si incontrarono. La puzzola se ne stava seduta su un tronco d'albero, fuori della sua tana, e fumava tranquillamente la pipa. Lungo Artiglio si avvicinò con aria minacciosa. - Ehi, tu! - gridò. - Non hai paura di me? Non ebbe nessuna risposta. La puzzola continuò a fumare la pipa. - Scappa, se non vuoi che ti uccida! - gridò 61 ancor più forte lo spirito maligno, agitando lunghissimi artigli rossi, taglienti come coltelli. La puzzola si tolse la pipa di bocca, arricciò il naso e disse: - Vattene tu, piuttosto. Sto osservando l'erba che cresce ed ho bisogno di calma. Lungo Artiglio, sbalordito, rimase per un momento senza parole, poi strillò con quanta voce aveva (e ne aveva tantissima): 62 - Che cosa sento mai? Che cosa hai detto, brutto vermiciattolo? Ti ridurrò in pezzi e con la tua pelliccia farò un paio di morbidi mocassini! Ti mangerò come una susina matura! Tu devi aver paura di me, una terribile paura, come tutti! - Io? - ridacchiò la puzzola. - Neanche per sogno. - Come è possibile? Ti distruggerò! Nessuno può resistermi: guarda! Lungo Artiglio dette una grande zampata a una pietra e la mandò in frantumi. - Tutto qui? - ridacchiò la puzzola, intanto che riempiva la pipa. - Bene, se proprio vuoi ridurmi in pezzi, puoi provarci. Quali sono le regole del duello? - Ti spedirò nelle Praterie Senza Fine con quattro soli colpi - si vantò Lungo Artiglio. - D'accordo, comincia pure. Poi toccherà a me. - Non vivrai abbastanza per farlo! - Vedremo. La puzzola ripose la pipa, saltò giù dal tronco e aspettò. 63 Non dovette aspettare a lungo. Lungo Artiglio allungò una zampa e la colpì così forte da farla sprofondare nel terreno fino alle ginocchia. Poi, prima che si riavesse, le assestò altri due colpi. Ora solo la testa della puzzola sporgeva ancora dal terreno. Bang! Un altro colpo e la puzzola scomparve del tutto. Ma era ancora viva e vegeta. - Aspetta che esca - gridò da sottoterra allo spirito maligno - e ti ripagherò con gli interessi. - Che cosa puoi farmi di male? - sghignazzò Lungo Artiglio. Ma, a dire il vero, era un po' preoccupato perché, dopo tutti quei colpi tremendi, la bestiola non era morta. 64 Da sottoterra la puzzola parlò di nuovo. - Ascoltami bene: io non colpirò, non ti sfiorerò neanche con un dito. Mi basterà girarti intorno per quattro volte per ucciderti. Così non farai più del male a nessuno. - Figurarsi! - disse Lungo Artiglio con una 65 gran risata. - ci vuole altro, per uno come me! E per dimostrarti che non mi fai paura, neanche un po', ora schiaccierò un bel sonnellino. Si sdraiò per terra e chiuse gli occhi, appisolandosi davvero. 66 Pian piano la puzzola uscì fuori dalla sua prigione di terra, prese la pipa, la riempì con una polverina scura, invece che con il solito tabacco e la accese, mormorando delle parole magiche. Poi fece un giro intorno a Lungo Artiglio e gli gridò in un orecchio: - Hai paura di me? - Neanche un po' - rispose Lungo Artiglio, insonnolito. 67 Ancora per due volte la puzzola gli girò intorno facendo la stessa domanda e ottenendo la stessa risposta. Al quarto giro, una nuvola di fumo si alzò dalla pipa. Quel fumo pesante, scuro, con un odore tremendo, riempì la bocca, il naso e i polmoni dello spirito maligno che, tossendo a più non posso, cercò di fuggire. Ma il fumo lo soffocava. Fece due o tre salti, urlò: - Mi hai ucciso! E cadde a terra, morto stecchito. La puzzola si rallegrò molto della sua vittoria. Spense la pipa, tagliò gli artigli rossi e taglienti di Lungo Artiglio e ne fece una collana, per ricordo. La collana era davvero molto bella e la puzzola avrebbe voluto mostrarla ai suoi vicini, uomini e animali, ma, ovunque andasse, tutti scappavano a gambe levate perché le era rimasto addosso il terribile odore che aveva ucciso lo spirito maligno. Da allora, tutte le puzzole si portano dietro quel terribile odore. Non hanno amici, è vero, ma non hanno neanche nemici. 68 IL CIGNO DI PORPORa Il vecchio capo di una tribù indiana stava per morire. Chiamò i suoi tre figli e parlò loro per l'ultima volta, seduto sul suo giaciglio di pelli, con il viso rivolto verso il Sole che tramontava. Disse: - Tra poco partirò per le Praterie Senza Fine, ma prima di cominciare il mio lungo viaggio senza ritorno, voglio farvi un dono. Frugò tra le pelli, prese una grande faretra decorata con aculei di porcospino e la porse al figlio maggiore con queste parole: - Qui dentro ci sono tre frecce magiche. Prendetele e custoditele con cura. Mi furono date da mio padre, un famoso guerriero, che a sua volta le aveva ricevute da suo nonno, un grande cacciatore. E ora lasciatemi, voglio restare solo. Il giorno dopo il vecchio capo morì e venne sepolto con tutti gli onori perché era stato un uomo coraggioso e saggio. I tre fratelli lo piansero a lungo e, ricordando le sue ultime parole, custodirono con cura la faretra e le frecce magiche che avevano ereditato. 71 Un giorno il fratello più giovane, Ojwa, uscito per andare a caccia, vide nella foresta una traccia fresca di orso, la seguì, e siccome era un bravo corridore, riuscì a raggiungere l'animale e ad ucciderlo prima che il Sole tramontasse. Aveva appena cominciato a scuoiarlo quando il cielo diventò color porpora e uno strano, malinconico canto salì dal punto in cui il colore era più acceso. Lasciò cadere il coltello e si inoltrò nella foresta, guidato da quello splendore. 72 Corri e corri, alla fine si trovò sulle rive di un grande lago. E là dove la superficie azzurra dell'acqua sembrava toccare il cielo in fiamme, gli apparve un meraviglioso cigno color porpora, dal lungo collo. Era il cigno a cantare e la sua voce era così triste e suggestiva che dava i brividi. Ojwa sentì nascergli nel cuore un desiderio prepotente di impadronirsi di quell'uccello stupendo. Imbracciò l'arco e tirò diverse frecce. Ma, come per incantesimo, nessuna raggiunse il bersaglio. E intanto, la voglia di prendere il cigno cresceva, cresceva. Che fare? 73 D'un tratto Ojwa si ricordò dell'eredità del padre. Tornò al villaggio, afferrò le tre frecce magiche e riprese di nuovo la strada del lago. Il cigno di porpora era sempre là, immobile, come in attesa, e il suo canto continuava a diffondersi nell'aria. Ojwa lanciò la prima delle frecce magiche e la vide cadere molto lontano dalla preda. Provò con la seconda e andò un po' meglio; la terza, finalmente, raggiunse il bersaglio, ma lo sfiorò appena. Il cigno sbatté le ali, si alzò in volo e scomparve tra le nubi incendiate dal tramonto. Il suo canto svanì e sul lago piombò un gran silenzio. Ojwa non riusciva a credere di aver sbagliato la mira, lui un cacciatore così esperto! Doveva esserci sotto qualcosa! Era arrabbiatissimo, ma la sua rabbia si spense quando si rese conto di aver perduto, per colpa del cigno, le preziose frecce magiche che appartenevano anche ai suoi fratelli. E si sentì invadere dal rimorso. - Devo ritrovarle - disse. - Nostro padre le aveva lasciate in eredità a tutti e tre. 74 Senza esitare si tuffò nelle acque fredde del lago, e dopo lunghe ricerche, trovò due frecce soltanto. Su una era rimasta attaccata una delle piume purpuree del cigno. Le prese, le ripose nella faretra e si incamminò alla ricerca dell'inafferrabile uccello, chiedendosi dove fosse andata a finire l'ultima freccia. Camminò per tutta la notte e per tutto il giorno seguente, finché giunse ad un villaggio indiano. Il capo in persona gli dette il benvenuto, gli offrì del cibo caldo e un alloggio per la notte; la mattina seguente gli regalò un paio di mocassini nuovi perché quelli che aveva erano ormai consumati, e poi sua figlia, una fanciulla bella come la luna, accompagnò il viaggiatore per un tratto di strada. 75 Cammina e cammina, al calar della notte Ojwa giunse ad un altro villaggio. Anche qui ebbe cibo, alloggio e un paio di mocassini nuovi e, quando fu il momento di ripartire, la figlia del capo, bella come il sole, accompagnò il viaggiatore per un tratto di strada. Era di nuovo notte fonda quando Ojwa, stanchissimo, vide una luce brillare, lontano lontano e si affrettò da quella parte. Il lume brillava in una capanna solitaria, Ojwa entrò. Dentro c'era un vecchio che lo salutò amichevolmente e gli disse: - Ti ho atteso a lungo. Io so chi sei e dove vai. Cerchi il cigno di porpora, vero? - Sì - rispose Ojwa, stupito. - Quel cigno - riprese il vecchio - vive a molte ore di cammino da qui, insieme a suo fratello, un mago molto potente. Tanto tempo fa, il mago perse lo scalpo combattendo contro dei nemici e, da quel giorno, deve sopportare terribili sofferenze che cesseranno solo quando un giovane coraggioso glielo restituirà. Sappi che il cigno canta maliconicamente perché ha pietà del suo povero fratello. 76 Ojwa ascoltava, senza perdere una parola. - E sappi anche - concluse il vecchio - che tutti coloro che prima di te sono stati affascinati da quel canto ed hanno cercato di recuperare lo scalpo, sono morti. - Io non ho paura - disse Ojwa. - Troverò lo scalpo del mago, con l'aiuto degli spiriti buoni che mi proteggono. 77 - ci riuscirai solo se, una volta alla presenza del mago, non guarderai la sua testa calva alla luce del giorno - lo avvertì il vecchio. - Aspetta la notte, altrimenti impazziresti per la paura. - Me ne ricorderò. - E quando tenterai di portare via lo scalpo a coloro che lo hanno tolto al mago, non dimenticarti della piuma color porpora che hai trovato attaccata alla freccia: ti aiuterà. Ora dormi, riposati e domattina ti indicherò la strada giusta. Quella notte Ojwa dormì profondamente; all'alba il vecchio lo svegliò e lo accompagnò per un tratto di strada attraverso la foresta. Si fermò quando si sentirono echeggiare nell'aria i lamenti del mago. Allora disse a Ojwa: - Da qui in avanti devi proseguire da solo. E non dimenticare i miei consigli. Ojwa ringraziò il vecchio e si nascose tra i cespugli, in attesa che si facesse notte. Solo quando il buio fu fitto entrò nella capanna del mago e vide un uomo che si lamentava, seduto vicino al fuoco. La sua testa senza scalpo 78 aveva un aspetto così orribile che, per un momento, Ojwa sentì una gran voglia di fuggire via. Poi ripensò al cigno di porpora, riprese coraggio, si avvicinò al mago e gli disse: - Voglio ritrovare il tuo scalpo: dove si trova? 79 - Devi avere un gran coraggio se osi guardarmi, ridotto come sono - rispose il mago. - Bene, accetto l'aiuto che mi offri. Il mio scalpo si trova nell'accampamento di una tribù indiana a tre giorni e tre notti di cammino da qui, in direzione del sole che tramonta. Se me lo restituisci, avrai la freccia magica che hai perduto e, in più, anche un bellissimo dono. - Riavrai il tuo scalpo - promise Ojwa. E, senza neanche riposarsi un poco, si mise in cammino in direzione del Sole che tramonta. 80 Camminò per tre giorni e tre notti e finalmente vide un grande accampamento con tante tende disposte in cerchio intorno a una radura. In mezzo alla radura c'era un palo e, appeso al palo, c'era lo scalpo del mago. Ojwa si fermò per riflettere. C'erano centinaia di guerrieri armati, in giro: come arrivare fino al palo e impadronirsi dello scalpo senza scatenare una battaglia che, per lui, sarebbe stata la morte sicura? Pensa e ripensa, ricordò i consigli del vecchio, tirò fuori la piuma del cigno e la accarezzò piano. Essa si trasformò in un martin pescatore dai colori splendenti e volò verso il palo, con la piuma nel becco. Alla luce dei fuochi, gli Indiani videro quell'uccello così bello e gli lanciarono addosso una nube di frecce, ma nessuna lo colpì. Il martin pescatore si posò sul palo, prese tra le zampette lo scalpo e volò via velocissimo, lontano dall'accampamento. Quando si sentì al sicuro si posò a terra, lasciò cadere la piuma purpurea e, riprese sembianze umane, corse alla capanna del mago. 81 Il mago aspettava Ojwa con ansia; non appena ebbe lo scalpo, se lo mise in testa e subito si trasformò in un uomo alto e bello, sorridente e gentile. - Hai compiuto una buona azione - disse ad Ojwa - ed io ho ripreso il mio vero aspetto. Eccoti la freccia magica, e anche il dono che ti avevo promesso. Il mago batté le mani e da un angolo buio della capanna si fece avanti la più bella fanciulla che mai si fosse vista nel paese degli Indiani. Aveva labbra rosse come le bacche del bosco, occhi grandi come una cerbiatta e capelli color della notte. - Io sono il cigno di porpora - disse. - E anche per me l'incantesimo è finito. Se vuoi, diventerò tua moglie. - Lo voglio, lo voglio! - gridò Ojwa, al settimo cielo. Così il giorno seguente, salutato il mago, Ojwa e la bella fanciulla partirono. Avevano un lungo cammino da fare per raggiungere il villaggio dello sposo dove avrebbero vissuto insieme, felici, per tutta la vita. 82 AHAYUTE E IL MANGIANUVOLE Nella parte più arida e assolata del paese degli Indiani si innalzava una grande montagna che assomigliava a una pannocchia di granturco. Per questo gli Indiani la chiamavano Montagna di Granturco. Sulla cima della montagna, in una capanna, abitavano Ahayute e la sua nonna. Ahayute faceva la stessa vita di tutti gli altri ragazzi della sua età: mangiava, dormiva, giocava, cacciava piccoli animali. In più, sognava. Sognava sempre di compiere qualche grande impresa che avrebbe reso famoso il suo nome in tutto il paese. - ci riuscirò - diceva sempre. - Sono veloce come l'antilope, forte come il bisonte, agile come la trota. Un giorno arriverà la grande occasione e la gente parlerà di me con rispetto e ammirazione. Ma il tempo passava e, mentre gli altri ragazzi della sua età ormai erano diventati uomini, lui aspettava ancora di diventare famoso. Spesso tornava alla capanna malinconico e abbattuto perché le sue speranze non si realizzavano, toccava appena il cibo. 85 - Io so che cosa ti affligge - gli disse un giorno la nonna. - E saprei anche come aiutarti, ma ho paura che tu corra troppi perìcoli. Meglio non dirti niente... Ma Ahayute incuriosito, insisté tanto e poi tanto che la nonna alla fine cedette. Con una voce così bassa che si udiva appena, cominciò a raccontare. - Devi sapere che, tanto, tanto tempo fa, il Mangianuvole si stabilì nei paesi dell'Est. - Il Mangianuvole? - la interruppe Ahayute. - Non ho mai sentito questo nome. - È un mostro alto come la Montagna di Granturco e la sua bocca spalancata è così grande che si estende da un capo all'altro dell'orizzonte. Divora tutte le nuvole che passano e per questo abbiamo così poca pioggia e, a volte, uomini e animali rischiano di morire di sete. - Nessuno ha mai cercato di ucciderlo? - si stupì Ahayute. - Molti uomini coraggiosi sono partiti per l'Est, ma nessuno è mai tornato. Puoi provare anche tu, se vuoi, ma ti avverto che è 86 un'impresa pericolosissima - sussurrò la nonna, a voce sempre più bassa. - La sola cosa che posso fare per aiutarti, è regalarti queste quattro piume magiche. Tirò fuori da una cassettina di legno quattro piume di colori diversi, le dette al nipote e riprese. 87 - Ecco: se metterai nei capelli la piuma rossa, essa ti condurrà fino al regno del Mangianuvole. La piuma azzurra ti servirà per capire il linguaggio degli animali; quella gialla ha un potere ancora più grande: può farti diventare così minuscolo da entrare nella tana di un topo. L'ultima, quella nera, ti darà la forza necessaria per combattere. Ahayute non volle sapere altro. Si mise la piuma rossa nei capelli, ripose con cura le altre e partì, lasciandosi alle spalle la Montagna di Granturco. Viaggiò verso Est finché non ebbe raggiunto il regno del Mangianuvole. Qui la terra era arida e polverosa, l'erba era secca e gli alberi pure. Proprio un gran brutto posto, senza tracce di vita. 88 Ahayute stava chiedendosi che fare, quando vide una piccola talpa che, uscita dalla sua tana, lo osservava con aria incuriosita. Subito si mise la piuma azzurra nei capelli e chiese alla bestiola, nel linguaggio delle talpe: - Dove posso trovare il Mangianuvole? - A una notte di cammino da qui - rispose la talpa. - Ma, povero te, non appena l'avrai visto, morrai. Guardati intorno: tutto qui è arido, bruciato, sterile. Lui ha distrutto ogni cosa vivente. Solo io sono riuscita a salvarmi perché abito sottoterra. - Davvero? - disse Ahayute. E si infilò nei capelli la piuma gialla. Subito cominciò a rimpicciolire e dopo qualche istante non era più grosso della talpa. - Ora potrò passare attraverso le gallerie della tua tana - le disse. - Il Mangianuvole non mi vedrà e lo raggiungerò senza pericolo. - Sei astuto, oltre che coraggioso - borbottò la talpa. - Nessuno di quelli che sono passati da qui ha mai pensato di chiedere il mio aiuto e tutti sono morti. Vieni, ti mostrerò volentieri la strada. 89 Ahayute si chinò ed entrò nella tana, seguendo la talpa. In principio non riusciva a vedere niente, poi pian piano i suoi occhi si abituarono all'oscurità e si sentì più tranquillo. Il viaggio durò a lungo. La talpa aveva delle scorte di cibo disposte a intervalli nelle gallerie e così, di tanto in tanto, si fermavano per mangiare qualcosa e riposare un poco. A un certo punto la galleria cominciò ad attorcigliarsi, a girare. La talpa disse: - Siamo sotto la dimora del Mangianuvole. Ascolta e sentirai la terra tremare. E aveva ragione. La terra tremava e qualche sasso cadde rotolando nella galleria. Poi tremò ancora più forte. - Il Mangianuvole sta dormendo e si agita nel sonno - spiegò la talpa, per niente spaventata. - Andiamo avanti. 90 Proseguirono e infine la galleria terminò. Più avanti c'era una grande stanza. Ahayute riprese la sua statura normale, ma dovette subito abbassare la testa perché il soffitto si muoveva su e giù a ritmo regolare. - Questo è il battito del cuore di Mangianuvole - sussurrò la talpa. - Dovrai impiegare tutte le tue energie se vuoi raggiungerlo con una freccia. Ahayute si infilò tra i capelli l'ultima piuma, quella nera, e immediatamente si sentì invade- 91 re da una forza straordinaria. Prese l'arco, la freccia più lunga e aguzza, mirò nel punto in cui il soffitto si abbassava di più, tese la corda e tirò. Un terribile ruggito scosse la terra, Ahayute sentì il mondo crollargli addosso, poi più niente. Quando rinvenne, era disteso per terra e la talpa gli asciugava la fronte. Poco lontano, giaceva il corpo mostruoso del Mangianuvole. - Ce l'hai fatta! - gridò la talpa, ballando e saltando. - L'hai ucciso! Prima di morire, lui ci ha lanciato addosso una gran quantità di pietre, alcune ti hanno colpito, altre hanno chiuso l'ingresso della galleria, ma io ne ho scavata un'altra e ti ho portato in salvo. Hai compiuto un'impresa veramente grande e tutti gli Indiani delle terre aride ti ricorderanno per sempre! Ahayute guardò il corpo del mostro, poi guardò il cielo. Nuvole cariche di pioggia, basse e scure si avvicinavano. Portavano verde e vita nel paese arido e portavano anche la notizia che Ahayute era diventato un uomo. 92 LA LEGGENDA DEL NIAGARA Una tribù di Indiani aveva il proprio accampamento in riva a un fiume che dapprima scorreva lento e tranquillo tra valli e praterie, poi, ad un certo punto, precipitava nel vuoto con un altissimo salto, formando le cascate del Niagara. Quelle cascate erano molto temute dagli Indiani che ci giravano sempre alla larga. Nell'accampamento viveva una fanciulla tanto bella quanto infelice. I suoi genitori l'avevano data in sposa a un vecchio ricco, ma avido e avarissimo che quasi la faceva morire di fame e la costringeva a lavorare dall'alba al tramonto senza mai un momento di riposo. La fanciulla piangeva, si disperava, malediceva il destino, ma non osava ribellarsi. Un giorno, alla fine, decise di fuggire perché proprio non ce la faceva più a vivere in quel modo. Aspettò che gli uomini tornassero dopo una lunga giornata di pesca e portassero in secco le loro canoe e, quando non ci fu più nessuno in vista, ne prese una, ci saltò dentro e si lasciò portare dalla corrente. 95 La corrente la trascinò, veloce, verso la grande cascata dove l'acqua sprofondava in un precipizio senza fine, con un rombo pauroso. Giunta sul bordo del precipizio la canoa cadde giù come un sasso e la fanciulla chiuse gli occhi, aspettando la fine. Meglio morire che restare nelle grinfie del vecchio marito avaro e crudele! Ma, con suo grande stupore, la canoa si fermò a metà della caduta tra le acque spumeggianti, afferrata da una mano gigantesca e lei si trovò, sana e salva, in una grande caverna la cui entrata era nascosta dalle acque della cascata. In fondo alla caverna c'era un gigante che le sorrideva. - Chi sei? - chiese la fanciulla. - Sono Hinum, il gigante buono, e voglio aiutarti. È stata la cascata ad avvertirmi del tuo arrivo e mi è bastato stendere una mano mentre precipitavi. Ora, se vuoi, puoi restare qui, al sicuro, finché il tuo perfido marito non sarà morto. La fanciulla fu felicissima di accettare e da quel giorno visse tranquilla nella caverna. 96 Hinum usciva spesso, e quando tornava, le raccontava tutte le novità del paese degli Indiani. Un giorno tornò con la faccia scura e le disse: - Tuo marito è davvero troppo avido e malvagio. Per diventare sempre più ricco compra «acqua di fuoco» dai Visi Pallidi e poi la rivende a caro prezzo agli Indiani, pur sapendo quanto sia pericolosa per loro. Questa «acqua di fuoco» fa diventare litigiosi, crudeli, scatena guerre tra le tribù, ma lui non se ne preoccupa, pensa solo a se stesso e ai suoi guadagni. 97 - E tu che cosa vuoi fare, Hinum? - chiese la fanciulla. - Voglio combatterlo, farlo scomparire dalla faccia della terra. E, senza aggiungere altro, il gigante lasciò di nuovo la caverna senza neanche riposarsi un po'. Il vecchio se ne stava chiuso nella sua capanna ad ammirare il tesoro accumulato quando il gigante arrivò. Senza dare segno del minimo spavento, senza batter ciglio, gli domandò: - E tu, che cosa vuoi? - Sono venuto a punirti per i tuoi misfatti. - Non ci riuscirai! - sghignazzò il vecchio. - 98 Gli spiriti malvagi che mi proteggono sono più forti di te! Alzò le braccia sopra la testa e cominciò ad agitarle come se fossero un paio d'ali, borbottando parole incomprensibili. Ed ecco che braccia, gambe, testa, tutto il corpo presero un colore grigio nerastro e diventarono di pietra. Il mostro di pietra avanzò. La terra tremava sotto i suoi passi e invano Hinum lo bersagliò con le sue frecce che si spezzavano come fuscelli. Il gigante non poté fare altro che fuggire, inseguito dal suo nemico. Con un balzo si arrampicò sulle rocce sopra la cascata, giunse in cima e la sua testa quasi toccava il cielo. Ma l'altro gli era alle spalle, lo raggiunse, cominciò a spingerlo per farlo cadere nel precipizio. Hinum cercò di resistere, invano. Il respiro ardente del mostro di pietra gli bruciacchiava la pelle, lo rendeva sempre più debole. Allora raccolse tutte le sue forze e, per sfuggirgli, saltò di lato. Il mostro lo imitò, sghignazzando, ma l'orlo della roccia non sopportò il suo 99 peso e si sgretolò facendolo precipitare in basso. Un rombo terribile scosse la terra e il corpo di pietra si frantumò in mille pezzi. Gli spiriti maligni che avevano protetto il vecchio fino a quel momento volsero la coda e fuggirono, strillando. Hinum, sano e salvo, tornò alla caverna e raccontò l'accaduto alla fanciulla che lo aspettava, trepidante. Poi le chiese: - Ora che il tuo perfido marito è morto, vuoi tornare a casa tua, tra la tua gente? - Sì. - Bene: sali sulla canoa. Quando la fanciulla ci fu salita, Hinum la prese con una mano, con l'altra fermò la cascata perché non bagnasse la sua protetta e posò canoa e fanciulla sulla riva del fiume, infine tornò alla sua caverna nascosta dalle acque del Niagara, ci scomparve dentro e da allora nessuno lo ha più rivisto. Di tutta questa storia restano ancora oggi, vicino alla cascata, un gruppo di rocce scure che assomigliano stranamente ad un corpo umano. 100 IL SAGGIO HIAWATHA Nel cuore del territorio degli Indiani, in mezzo a una foresta sconfinata, si stendeva un lago che veniva usato come se fosse la piazza di un mercato. La gente vi giungeva dai luoghi più lontani e sulla sua superficie non si contavano le canoe cariche di pelli, di coperte, di erbe e frutta, di cacciagione. E, come in ogni piazza del mercato, c'erano discussioni, litigi, urla. Un giorno le discussioni e i litigi erano più forti del solito quando in mezzo al lago comparve una canoa candida come la neve appena caduta. Dentro c'era un Indiano alto, dall'aspetto maestoso che incuteva soggezione. Lo sconosciuto guardò le facce rosse di collera degli Uomini Rossi e chiese con voce profonda: - Perché litigate? Passata la sorpresa per quella straordinaria apparizione, tutti si precipitarono a dire le loro ragioni. - Non mi servono pelli di castoro in cambio del mio prezioso sale! 103 - Le coperte che questo cacciatore mi offre sono tarmate, piene di buchi! - Io non posso vendere frecce a quest'uomo, ne ho appena a sufficienza per me. E i mocassini che propone in cambio non mi interessano. Lo sconosciuto alzò una mano per far tacere quella folla turbolenta e disse: - Smettetela di agitarvi come un mucchio di vecchie comari e ascoltatemi, piuttosto, perché io sono venuto proprio per aiutarvi. 104 Si fece un gran silenzio e l'Indiano dall'aspetto maestoso riprese: - Portate le vostre canoe a riva e tiratele in secco. Tutte, anche la mia. Non appena gli ebbero obbedito, saltò a terra ed alzò le braccia al cielo. Istantaneamente il Sole si nascose tra le nubi e la sua luce si oscurò. No, non erano le nubi a oscurarlo, ma migliaia e migliaia di anitre, stormi senza fine, che si posarono sul lago e cominciarono a bere. 105 Quando si furono dissetate, volarono via e il loro posto fu preso da altre, innumerevoli come i granelli di sabbia nel deserto. In men che non si dica non ci fu più una goccia d'acqua nel lago. Allora anche gli ultimi stormi di anitre ripresero il volo e scomparvero all'orizzonte. - Io sono Hiawatha - disse lo sconosciuto agli Indiani. - Vi ho portato delle monete che potrete usare per vendere e comprare nel modo giusto le vostre merci. Guardate! E indicò il lago asciutto. Sul fondo c'erano migliaia e migliaia di conchiglie lucenti. - Con quelle conchiglie - riprese Hiawatha - potrete fare tutti i vostri affari; ma prima dovete lisciarle e arrotondarle, poi le infilerete come i grani di una collana e questa collana si chiamerà wampum. Gli Indiani raccolsero tutte le conchiglie dal lago, e le lisciarono, le arrotondarono, le infilarono come grani di una collana. Ciascuno ebbe il suo wampum e tutti ripresero a contrattare. 106 Dieci conchiglie per una pelle di bisonte. Quattro conchiglie per una pelle di castoro. Due conchiglie per un sacchetto pieno di granturco. Sei per un cervo giovane e tenero. E così via. In principio ci fu qualche piccola discussione, ma poi tutto si calmò. Le conchiglie-monete funzionavano a meraviglia. 107 D'un tratto il cielo si rannuvolò e cominciò a piovere senza un attimo di sosta. Prima di notte il lago era di nuovo colmo d'acqua. Gli Indiani tornarono ai loro villaggi, Hiawatha si costruì una capanna in cima a una collina. Ma non rimase a lungo solo. La fama della sua saggezza era volata in tutto il paese e ogni giorno arrivava gente per chiedere un consiglio, un aiuto, un conforto. Agli Indiani il saggio Hiawatha insegnò molte cose. E, specialmente, a stare uniti, a dimenticare le guerre che mettevano una tribù contro l'altra, ad amare la pace. Per molti anni Hiawatha rimase nella sua capanna in cima alla collina poi, un giorno, chiamò la sua candida canoa, che giunse volando nell'aria senza che i remi si muovessero, vi salì sopra e scomparve per sempre. Ma per sempre restò il ricordo di quello che lui aveva fatto per il paese degli Indiani e da allora la leggenda del saggio Hiawatha si tramanda di padre in figlio, da nonno a nipote, alla luce dei fuochi da bivacco accesi nelle grandi praterie. 108 COME FU SEPPELLITO IL TOMAHAWAK DI GUERRA Un vecchio capo governava una tribù di Indiani. In gioventù era stato un grande guerriero e aveva partecipato a un'infinità di guerre; ma, via via che il tempo passava, era diventato molto, molto più saggio e spesso si chiedeva perché gli Indiani si uccidessero tra di loro. Un giorno, mentre osservava un gruppo di ragazzi e ragazzine che giocavano, fece questa riflessione: - Quanti di quei ragazzi riusciranno a invecchiare serenamente con figli e nipoti accanto? E quanti, invece, morranno per conquistarsi un momento di gloria o strappare uno scalpo a un nemico? E le ragazze? Dovranno seguire i loro mariti guerrieri, non avranno una tenda dove vivere tranquille, affronteranno lunghi e pericolosi viaggi e, diventate vecchie, non avranno altro da fare che piangere sugli sposi ed i figli perduti in guerra. Il capo sospirò e concluse a bassa voce: - No, no, gli Indiani non sono fatti per combattere e morire, ma per vivere in pace. Manderò un messaggio alla tribù vicina nostra 111 nemica, invitandola a deporre i tomahawak di guerra. Ma prima radunò la sua gente e spiegò loro quello che voleva fare. Tutti si dichiararono entusiasti ma... ma c'era un problema: chi avrebbe portato la proposta di pace? Gli Indiani di quella tribù potevano non essere d'accordo e uccidere o far prigionieri i messaggeri. Per quell'incarico si fecero subito avanti due giovani, Mocassino Silenzioso e Corvo Veloce, convinti della bontà dell'idea del capo. E la mattina seguente partirono. Cammina, cammina, raggiunsero una foresta buia e cupa e si trovarono davanti una quantità di ostacoli: paludi, cespugli spinosi fittissimi, tronchi d'albero caduti. Non si scoraggiarono. Uno si trasformò in lupo, l'altro in gufo e riuscirono a proseguire. Ripresero la forma umana quando giunsero in vista dell'accampamento nemico; seppellirono le armi e proseguirono. Il loro arrivo suscitò insieme curiosità e paura, perché appartenevano a una tribù di 112 temuti guerrieri; ma siccome non portavano armi e non avevano il viso dipinto con i colori di guerra, vennero ammessi alla presenza del capo ed ebbero il permesso di trasmettere il messaggio di pace, ascoltati con grande attenzione. 113 Subito dopo il capo radunò la tribù al completo, guerrieri e donne, vecchi e bambini, e disse loro: - Accolgo con cuore felice la proposta di pace che mi è stata portata da Mocassino Silenzioso e Cervo Veloce. Io so bene che cosa significa la guerra: rovina, distruzione e morte. Se tutte le lacrime versate dalle donne Indiane si riunissero insieme, formerebbero un oceano di dolore. Se il sangue versato dai guerrieri fosse raccolto in un sol luogo, tutti i nostri fiumi, i laghi e i torrenti si tingerebbero 114 di rosso e strariperebbero. Se d'ora in poi marceremo sul sentiero di pace invece che su quello di guerra, fame e bisogno scompariranno per sempre, non sarà più versata una goccia di sangue e vivremo in pace e felici. Tutto il popolo, a parte qualche guerriero ostinato, acclamò a gran voce quelle parole. E così venne deciso che, tra quattro giorni, le due tribù si sarebbero incontrate a metà strada dai rispettivi accampamenti, avrebbero scava- 115 to una gran fossa per seppellirci le scuri di guerra e vivere, da quel momento in poi, in pace ed amicizia. Mocassino Silenzioso e Cervo Veloce tornarono dal loro capo e quando gli riferirono l'esito della missione, grida di gioia e di sollievo salirono al cielo. Per tre giorni gli Indiani aspettarono impazienti il grande momento. La mattina del quarto, vestiti a festa e guidati dal saggio vecchio capo, raggiunsero la radura a metà strada tra i due accampamenti. Una fossa profonda venne scavata al centro, poi i due capi avanzarono per primi, gettarono nella fossa i loro tomahawak e si strinsero la mano come fratelli. Tutti gli altri seguirono il loro esempio e quando la fossa fu piena di affilate scuri da guerra, ci sparsero sopra un palmo di terra e ci ballarono sopra. 116 Lo spettacolo era così bello, così straordinario che il Sole non volle andare a letto, quel giorno, e rimase a lungo ad occhieggiare tra le nubi, felice perché la pace aveva finalmente trionfato. 117 INDICE Come gli indiani ottennero i cavalli pag. 5 I capelli della vecchia « 15 Il bisonte bianco « 25 Il cervo incantato « 39 Le fragole « 51 La puzzola e lo spirito malvagio « 59 Il cigno di porpora « 69 Ahayute e il mangianuvole « 83 La leggenda del Niagara « 93 Il saggio Hiawwatha « 101 Come fu seppellito il Tomahawak di guerra « 109 Stampato in Firenze dalle Arti Grafiche Parigi & Maggiorelli 1988