Marcello D'Orta Fiabe sgarrupate Marsilio Le fiabe classiche riscritte con umorismo napoletano 2005 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia Prima edizione: ottobre 2005 «E vissero felici e contenti»: le fiabe classiche hanno sempre un lieto fine. E però, prima che il buono trovi la sua ricompensa, il brutto diventi bello, il povero ricco, e così via, bisogna passare tra avversità e sfortune...! E anche il lettore deve pagare il suo "scotto", dovendo spesso fare i conti con la paura, la truculenza e l'orrore. Prima di giungere al riscatto, è sempre necessario pagare un pedaggio salato. A D'Orta questo dispiace. Con buona pace dei vari Andersen, Grimm, Perrault, "rivisita" i loro racconti, li sfronda dell'elemento "gotico" (caratteristico di molta letteratura nordica) e fa loro un'iniezione di umorismo. Alla favola cambia, per così dire, i connotati. Lo scopo di questa riscrittura è il sorriso, perciò non solo il "lieto fine" ma la letizia come fine. Sembra un gioco di parole ma non lo è. Come ogni umorista che si rispetti, D'Orta vorrebbe che il riso abbondasse non solo sulla bocca degli sciocchi ma anche su quella dei suoi lettori, convinto com'è che «la risata aiuta a sdrammatizzare, a uscire dalla prigione delle tensioni nevrotiche». Un modo, anche questo, per ridimensionare i problemi (meno seri) della vita. MARCELLO D'ORTA è nato a Napoli nel 1953. Prima di dedicarsi esclusivamente alla scrittura, ha insegnato per quindici anni nelle scuole elementari della sua città. Oltre al suo celeberrimo Io speriamo che me la cavo, ricordiamo anche: Dio ci ha, creato gratis, Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso e Il maestro sgarrupato, opere tradotte in molti paesi del mondo. Il suo ultimo libro, Nero napoletano è stato un successo Marsilio. ********** INTRODUZIONE Innanzitutto una precisazione: fiaba e favola non sono la stessa cosa. La fiaba è un racconto fantastico in cui lo straordinario e il magico (fate, orchi, incantesimi, bacchette magiche) costituiscono la parte dominante, e in cui non c'è, necessariamente, una morale. La fiaba, al contrario della favola, non si chiude con un insegnamento, non indica ciò che è giusto o non giusto fare, non giudica i personaggi. Tuttavia la fiaba non è puro esercizio di fantasia: anche lei vuol dirci qualcosa, anche lei ha una sua "lezione", solo che questa lezione fa parte del suo stesso percorso narrativo, del suo procedere verso un lieto fine (il classico "e vissero felici e contenti"). La fiaba rappresenta la vita nei suoi aspetti più realistici (la nostra esistenza non è forse un viaggio tra le difficoltà? la terra non è forse una Valle di lacrime?) e perciò vi abbondano cupe foreste, abissi abitati da mostri, orribili streghe, dèmoni alati. Insomma, il male vi è sempre presente, come il bene del resto, ma alla fine è il bene che trionfa: «l'odio si tramuta in amore, il brutto nel bello, il povero nel ricco, la gentilezza e la bontà sono sempre ripagate, la scortesia viene sempre punita» (Cecilia Gatto Trocchi). La fiaba è ottimistica e sprona all'azione: nessun eroe "si piange addosso", per quanto si possa essere serva (Cenerentola), mostro (La Bella e la Bestia), nano (Pollicino) e persino animale in procinto di essere mangiato dal padrone (II gatto con gli stivali], la volontà di riuscire determina sempre il successo finale. Gli eroi delle fiabe si muovono, agiscono, cambiano il corso degli eventi. E così, ad esempio, il gatto con gli stivali - grazie alla sua astuzia - assicura la ricchezza al suo padrone e lauti pranzi a se stesso, e il gigante egoista, dopo la sua "redenzione", viene premiato da Gesù in persona. La psicoanalisi vede la fiaba come un "rimedio" per liberare l'uomo dalle sue paure ancestrali (la fame, la guerra, il buio, e soprattutto la morte), un "espediente" per quietare le apprensioni e raggiungere le sicurezze. Ma è davvero curioso che gli autori, per operare questa catarsi, attingano a un vasto repertorio horror, e non sono per niente sicuro che la cura "omeopatica" raggiunga quegli obiettivi. Nella versione di Perrault di Cappuccetto Rosso (nelle fiabe, è sempre d'obbligo specificare l'autore, perché alle stesse storie misero mano vari scrittori), la bambina viene mangiata dal lupo (che ha già ingoiato la nonna) e così si conclude il racconto. Nella prima edizione di Biancaneve dei fratelli Grimm, la strega non è la matrigna, ma la mamma. E poi, ecco come lo stesso Perrault descrive la macabra visione che si presenta alla moglie di Barbablù, quando, disobbedendo ai suoi ordini, apre la stanza proibita: «Dopo pochi secondi si accorse che il pavimento era tutto coperto di sangue raggrumato, e che in questo sangue erano riflessi i corpi di molte donne uccise appese lungo i muri». Un passo degno di Poe o di Lovecraft. I fratelli Grimm, invece, anticipano di un secolo Gli uccelli di Hitchcock col finale della loro Cenerentola: «Quando stavano per essere celebrate le nozze con il figlio del re, ecco che arrivarono le due sorelle in chiesa, la maggiore si trovò alla destra di Cenerentola, la minore alla sinistra. Allora le colombe cavarono loro un occhio a testa. Poi, all'uscita cavarono loro l'occhio che era rimasto. Così rimasero per tutta la vita cieche». La truculenza, il sanguinolento, il raccapriccio, l'orrore, costituiscono gli elementi principali di quasi tutte le fiabe nordiche, la loro "spina dorsale", e io non sono per niente sicuro che i bambini ne abbiano tratto giovamento. Al contrario, credo che certe immagini siano andate a depositarsi nell'inconscio, determinando ansie e paure. Se il macabro sovrabbonda, l'umorismo difetta. Quasi mai la realtà (o la stessa irrealtà) è presentata ponendone in risalto gli aspetti o i lati bizzarri e divertenti: se questo avviene è quasi una "concessione" che l'autore fa al lettore, e comunque bisogna esser bravi per coglierlo. Questo è stato il motivo che mi ha indotto a "rivisitare" le fiabe classiche. Ho deciso di far loro un'iniezione di allegria, di "cambiare i connotati" ai racconti col solo scopo di divertire i lettori; qui, a differenza di altri miei libri, il divertimento è fine a se stesso, non vi sono "messaggi", non ho voluto "scherzando colpire il malcostume" (castigare ridendo mores), mia intenzione era solo quella di tener di buon umore i lettori. Per far questo ho dovuto stravolgere i racconti (con buona pace dei vari Andersen, Grimm, Perrault), calarli spesso nei tempi moderni, eliminare o ridimensionare l'aspetto tenebroso, far uso di dialetto, di tanto in tanto chiedere soccorso alla coprolalia (espressioni oscene). In proposito, vorrei citare quanto ha scritto Gianni Rodari nella sua Grammatica della fantasia: «Le fiabe popolari non esitano a far uso di quello che si chiama "gergo escrementizio", a suscitare il riso cosiddetto "indecente", a dar notizia di rapporti sessuali eccetera. Possiamo far nostro quel riso, non indecente ma liberatorio? Penso onestamente di sì. Sappiamo quanta importanza abbia nella crescita del bambino la conquista del controllo delle funzioni corporali. Gli adulti trovano un compenso nel comico dello sporco, dell'osceno, del proibito nel repertorio delle barzellette. Questo riso al bambino è vietato. Ed è invece proprio lui ad averne bisogno più dell'adulto. Niente come il riso lo può aiutare a sdrammatizzare, a uscire dalla prigione delle teorizzazioni nevrotiche». Non che abbia scritto questo libro per i ragazzi, ma se anche fossero loro a leggerlo, non arrossirei, al contrario penserei di avergli reso un servigio. La favola, diversamente dalla fiaba, nasce con fini dichiaratamente morali: il favolista, ispirandosi idealmente al motto delfico «Conosci te stesso», invita i lettori a guardarsi dentro e a guardare il mondo che li circonda, allo scopo di migliorarsi e migliorarlo. Tradizionalmente l'invenzione della favola è attribuita a Esopo (VII-VI sec. a.C.), anche se esisteva (come per la fiaba) tutta una tradizione orale precedente. Esopo è leggendaria figura di schiavo frigio, deforme, che "riversa" nei suoi racconti l'amarezza della sua condizione di emarginato. Perciò la visione che egli ha della vita è pessimistica: in una società dominata dai "forti" e dai prepotenti, solo i furbi possono sopravvivere. A questa lezione si ispirò lo scrittore latino Fedro (15 a.C.-50 d.C. ca.), che, come Esopo, menò una vita di tribolazioni. Ma nelle sue favole è presente una vena comica e ironica che in parte riscatta il procedere amaro dell'apologo. Jean de La Fontaine (1621-1695) attinse a piene mani al repertorio favolistico di Esopo, ma oltre che del contenuto si preoccupò della forma, mettendo in versi eleganti e ironici le storie. Mentre nelle fiabe agiscono uomini ed esseri sovrannaturali, nelle favole i protagonisti sono sempre gli animali. Henry Bergson sospettava che il silenzio degli animali fosse un segno della loro saggezza e la prova dello sdegno che nutrono verso gli uomini. Essi, in quanto più vicini alla Natura di noi, avrebbero potuto svelarci i segreti della vita, ma non lo hanno fatto perché li abbiamo trattati male. Eppure, nelle favole sono proprio le bestie a parlare, «a insegnarci come stare al mondo, ad ammonirci sul cosa fare e insieme sul cosa non fare» (Giorgio Celli), a essere i nostri giudici, imparziali ma inflessibili. «Ascolta le fiabe, sono meravigliose e permettono di salvarsi l'anima» è scritto nel poema indiano Mahabhà rata, e Schiller confessò: «Ho trovato un significato più profondo nelle fiabe che mi furono narrate nella mia infanzia che nella realtà quale mi è insegnata nella vita». Questo è ancor più vero nelle favole, che prendendo di mira i vizi dell'uomo ed esaltandone le virtù, ci insegnano a stare al mondo. Un'ultima parola sulla morale, che chiude sempre la favola. La morale esopiana è una lezione di vita («Prima di fare una cosa, chi ha senno si domanda: "E dopo che me ne viene?"» «Spesso la persuasione è più efficace della violenza» «Chi è più forte vuole avere tutto, anche ragione»), la morale dortiana è una morale sgarrupata, perché non intende stabilire i princìpi di ciò che è buono e ciò che è cattivo, non indica la retta via, non ammaestra; è solo un motto, una facezia, una battuta spiritosa, che qualche volta addirittura "rovescia" e sconfessa la storia. Un modo per ridimensionare, per sdrammatizzare le nostre sofferenze, per fingere di non sapere che l'inevitabile conclusione della nostra vita è tutt'altro che un "lieto fine". FIABE da Hans Christian Andersen LA PICCOLA FIAMMIFERAIA Faceva un freddo terribile, un freddo tale che tutta la città batteva i denti, pure quelli di latte. Nevicava, nevicava come in Italia non aveva fatto mai, e infatti si era in Danimarca. Calava la sera, una sera speciale: la sera di San Silvestro. In quel freddo, in quella neve e in quel buio, una povera bambina girava per le vie, sempre più deserte. Quant'era povera quella bambina? Basterà questo a farlo capire: il padre faceva il maestro elementare. La fanciulla andava a capo scoperto, ma per quel freddo ci sarebbe voluta la tiara di papa Giovanni. Avanzava scalza, perché soldi per comprare le scarpe non ce n'erano in quella casa, a momenti non c'era nemmeno la casa. Aveva nel vecchio grembiule una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata non era riuscita a venderne neppure uno, e sì che aveva cercato di attirare l'attenzione con le classiche parole degli ambulanti: «Oggi mi trovate pazza...!» «Ebbene ci voglio rimettere...!» «Signora, lei si porta a casa...»: nessuno le aveva dato una moneta, né della Zecca né falsa, nemmeno una patacca, rifilata a un turista americano in visita al Colosseo. Aveva tanta fame e tanto freddo, povera creatura, e, nella sua ignoranza in teologia, si domandava perché Dio permettesse tante ingiustizie: lei a vagare in una gelida strada, e Carolina di Monaco a ballare come una deficiente a Montecarlo. Le finestre scintillavano di lumi, per le strade si spandeva un buon odorino d'arrosto, era la vigilia di Capodanno e ognuno stava al calduccio a festeggiare. Ognuno, tranne lei, povera disgraziata. E a un certo punto si mise a pensare a Napoli. Non era mai stata in quella città, ma gliene aveva parlato un amico (un disoccupato danese in cerca di fortuna in Campania). Le aveva detto della sera di San Silvestro, quando l'intera città sparava i fuochi d'artificio, e l'ospedale Cardarelli si riempiva di feriti e ustionati; le aveva detto del cenone in famiglia, del ben di dio che si metteva in tavola: spaghetti con le vongole, ali di baccalà fritte, triglie, calamari, gamberi, astice, spigola, e soprattutto il capitone. Ah, quanto le piaceva il capitone! volentieri l'avrebbe fatto a pezzi con le sue mani. Poi c'erano i dolci: cassate, mostaccioli, struffoli, roccocò... Dopo pranzo, i napoletani si intrattenevano giocando a "sette e mezzo", al "mercante in fiera", e specialmente a "tombola": 2 faceva la bambina danese, 48 la piccola fiammiferaia, e 68 la fame nera. Suonata la mezzanotte, in città scoppiava l'inferno: bombarde, razzi, tofe, scintille, bengala, multiple a dieci botte, fino alla micidiale "bomba di Maradona". A Napoli sì che il 31 dicembre si vendevano fiammiferi! Ma questo non era che un sogno a occhi aperti. Nell'angolo formato da due case, di cui l'una sporgeva innanzi sulla strada, sedette, abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambine. Il freddo la prendeva sempre di più ma ella non osava tornare a casa: se fosse rincasata con tutti i fiammiferi e nemmeno un denaro, il padre le avrebbe sferrato un cazzotto. Intanto, la temperatura s'era fatta ancora più rigida, il mercurio del termometro era sceso talmente sotto zero che non si trovava più, e per strada non si incontrava neanche l'Uomo in frac. Le manine della bambina erano quasi paralizzate dal gelo, sembravano - con le dovute proporzioni - quelle di Frankenstein: ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero! Ci pensò su, e alla fine decise: non era poi chissà quale sperpero accenderne uno. Come scoppiettò! come bruciò! Mandò una fiamma calda, e una strana luce, nella quale le parve di essere seduta dinanzi a una grande stufa di ferro, con le borchie e il coperchio di ottone lucido: il fuoco ardeva così allegramente, e riscaldava così bene! La fanciulla allungò giù le gambe, per scaldare anche quelle, quando... la fiamma si spense, la stufa scomparve, ed ella si ritrovò seduta, con un pezzettino di legno bruciato tra le mani. Il primo moto fu di delusione profonda, ma si scosse, e accese un altro fiammifero. Allora vide nella luce della fiamma una stanza, e nella stanza una tavola apparecchiata con una bella tovaglia e con finissime porcellane. Nel mezzo della tavola fumava un'oca arrostita, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. Il più bello poi fu che l'oca stessa balzò fuori del piatto e, col trinciante e il forchettone piantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso di lei. La piccola fiammiferaia si ricordò a quel punto di un film di Chaplin intitolato La febbre dell'oro, e di preciso della scena in cui Big Jim, per la fame, vede Charlot come una gigantesca gallina, e l'insegue per farla arrosto. Le uscì una bella risata ghiacciata proprio quando il fiammifero si spense, e non vide più che il muro sul quale la scena s'era creata. In un delirio di generosità verso se stessa, strofinò un altro zolfanello, e siccome aveva una strepitosa capacità di prender lucciole per lanterne, ecco che si trovò sotto un magnifico abete, ancora più grande e meglio ornato di quello che aveva veduto attraverso i vetri dell'uscio nella casa del ricco negoziante, la sera di Natale. Migliaia di lumi scintillanti tra i verdi rami, qualcosa che si poteva immaginare solo in un film di Frank Capra, e infatti le apparve la scena finale di La vita è meravigliosa (la bambina godeva di traveggole multiple). Ella tese le mani per afferrare qualche figura colorata dell'albero, ma... il fiammifero si spense. Allora accadde una cosa straordinaria, ancor più straordinaria delle stesse apparizioni: dalla sua bocca di piccola danese uscì un'orrenda imprecazione napoletana, tanto orrenda che la riferiamo solo in nota (vergognandoci un po')1. I lumicini di Natale volarono su in alto, sempre più in alto, ben più in alto delle parabole di Sky; ed ella si avvide allora ch'erano stelle lucenti. Una stella cadde, e segnò una lunga striscia di luce sul fondo oscuro del cielo. «Qualcuno muore!» disse la piccola. «Chi sa di che malattia: diabete mellito, cirrosi epatica, o forse Acquired Immunodefidency Syndrome, altrimenti nota come AIDS...» E pensava questo, perché la sua vecchia nonna le aveva detto: 1 «A fessa 'e màmmeta!» «Piccola fiammiferaia che non vendi un fiammifero manco per sbaglio, ascolta quello che ti dice la nonna: quando una stella cade, significa che un'anima sale a Dio.» Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore all'intorno, e in quel chiarore apparve... indovinate chi? la nonna! Tutta raggiante. «Oh, nonna!» gridò la piccina. «Prendimi con te prima che la traveggola finisca!» E siccome aveva imparato quanto durava la fiamma di uno zolfanello (l'ho cronometrato anch'io: a bruciarsi le dita, trentacinque secondi per un fiammifero di quattro centimetri e mezzo), accese tutti insieme quelli che ancora rimanevano nella scatola, esclamando: «Muoia Sansone con tutti i Filistei!» I fiammiferi diedero tanta luce che sembrava il sole di Fatima. E in quel fulgore ricomparve la nonna, bella come mai prima: scomparsi i baffi, ripiantati in bocca i denti, raddrizzate le gambe, tirate su le mammelle... Ella prese la bambina fra le braccia, e le disse: «Cara piccina, non temere che i fiammiferi si spengano, perché questa non è la solita visione. Io vengo per portarti in Paradiso, iamunìnne, sagli cu mmia!» E insieme volarono su, verso lo Splendore Eterno, dove non bisogna accendere fiammiferi per essere felici. IL BRUTTO ANATROCCOLO Che bellezza, fuori, in campagna! Altro che la città, col suo traffico, il suo caos, la maleducazione della gente... Sotto al sole caldo, c'era un vecchio castello, circondato da profondi fossati; e dal muro di cinta giù giù sino all'acqua crescevano alte le bardane. Là appunto stava un'anatra, intenta a covare i suoi piccoli; ma era annoiata, perché la faccenda durava da un pezzo, e non si vedevano risultati. Forse gli anatroccoli avevano problemi a uscire dal guscio, o forse, sentendo di appartenere a un genere di uccello commestibile, preferivano rimandare il più possibile l'ingresso nella vita. L'anatra mamma s'era rotta le scatole (oltre che i fianchi) di quell'attesa, e per accelerare le cose, premendosi tutta, portò il proprio corpo a temperature di altoforno, costringendo la prole a repentina venuta al mondo. «Qua, qua» fecero gli anatrini. «Qua, qua» fece la mamma. «Com'è grande il mondo...!» «E questo è niente... Vedeste la Russia... vedeste la Cina...!» E intanto prese a contare gli anatroccoli. Ma subito s'accorse che l'uovo più grosso non s'era ancora schiuso. E con una santa pazienza tornò a covare. Passò da quelle parti una compagna, e le domandò come andassero le cose. «E come vuoi che vadano... Va che tutti sono arrivati in stazione, e questo è in ritardo.» Non ebbe finito di pronunciare tali parole, che si udirono colpi nell'uovo simili a picconate, ed ecco che un esserino si liberò del guscio che lo imprigionava. Ho detto "esserino", ma in confronto agli altri era enorme. «Santi Numi» esclamò sgomenta la mamma, «quant'è brutto e grosso!» «A me ricorda un tantinello Godzilla» fece l'amica. «E adesso che si fa? Se lo poniamo nella Ruota degli esposti, lo rimettono fuori come lo vedono. Di abbandonarlo in un cassonetto neanche a parlarne: mica siamo esseri umani, noi!» Allora intervenne la Provvidenza. Mamma anatra si ricordò di quel proverbio napoletano che dice: «Ogne scarrafone è bello 'a mamma sója», e d'un tratto cambiò parere sul figlio. «In fondo in fondo, a guardarlo bene non è poi così brutto... Il suo fascino slavo ce l'ha... Ma sì, c'eravamo proprio sbagliate sul suo conto!» «Sarà...» le rispose l'amica con indulgenza. Ma le altre anatre, accortesi dello sgorbio, presero a insultarlo: «Oh! che è quel brutto coso laggiù? Non possiamo permettere che stia fra noi! Non gli daremo mai il permesso di soggiorno!» E una di esse gli piombò addosso e lo beccò sul collo. "Se questo è il benvenuto sulla terra" pensò il piccolo, "me ne ritorno nell'uovo." «Lasciatelo stare!» gridò la mamma. «Che male vi ha fatto? Anche se non è bello, è buono. E poi: da quando in qua, fate le snob schizzinose?» Nient'affatto convinta, la più vecchia delle anatre tornò alla carica: «Hai una prole così bella, eccetto quel portento di bruttezza: perché non te ne liberi?» «Insomma basta!» gridò la puerpera. «Karloff è venuto così, e me lo tengo!» Ma in fondo, anche lei ne avrebbe fatto volentieri a meno. Passarono i primi giorni, e le cose andavano sempre peggio. Il mostriciattolo era scacciato da tutti, evitato perfino dai fratelli, che se avessero conosciuto la storia biblica di Giuseppe, l'avrebbero venduto a qualche mercante di passaggio. Allora, il brutto anatroccolo, deriso da tutti, animali e uomini, decise di fuggire: addio, mondo crudele, me ne vado per sempre, e non venite a cercarmi, non prendete contatto con la redazione di Chi l'ha visto, lasciatemi al mio triste destino... Così chiuse gli occhi e prese a correre senza una meta, sembrava un maratoneta uscito di mente. Quando si arrestò col cuore in gola, si ritrovò alla grande palude, dove stavano le anatre selvatiche. E lì trascorse la notte. Il mattino seguente, le anatre selvatiche uscirono in un'esclamazione di meraviglia: «Madonna del Carmine, quanto sei brutto! Vieni forse da un altro pianeta? Sei forse ET?» Poi, accortesi che piangeva, addolcirono la pillola: «Ma su, non te la prendere... capirai che una certa impressione la fai, però, se vuoi restare con noi te lo permettiamo, purché non ti salti in mente di prender moglie nella nostra famiglia.» Qualche giorno dopo, mentre il nostro eroe parlava con un paio di anatroccoli selvatici, si udirono degli spari di fucile, e i due compagni caddero ai suoi piedi. Li avevano uccisi alcuni cacciatori appostati intorno alla palude. I cani accorsero subito alla ricerca delle prede, e uno di essi si ritrovò faccia a faccia con Karloff. "E' finita" pensò il brutto anatroccolo, battendo il becco per la paura. Ma il cane se ne andò senza toccarlo. «Sia ringraziato Dio che mi ha fatto così brutto. Nemmeno il cane vuole avere a che fare con me.» Tirava comunque brutta aria da quelle parti, e Karloff prese a correre di nuovo. Correva, correva, e non sapeva dove, perché vedeva il pericolo dappertutto. Poi scorse uno stagno, lo raggiunse e vi si tuffò, ma seminando il panico tra le altre bestie, neanche fosse stato il mostro di LochNess. Una sera sbucò dai cespugli uno stuolo di grandi e magnifici uccelli, così belli come il nostro anatroccolo non aveva visto mai; di una bianchezza abbagliante e con certi colli alla Modigliani lunghi e flessuosi. Erano cigni. Karloff restò estasiato da quella visione, ma siccome era quasi inverno, quegli splendidi animali si levarono in volo verso paesi più caldi, e scomparvero alla vista. Venne la cattiva stagione, e il brutto anatroccolo dovette nuotare senza posa per sfuggire al gelo; ma se volessimo narrare tutti i guai che passò in quell'inverno non basterebbe un libro intero. Arrivata la primavera, rivide dei cigni: erano tre, che scivolavano maestosi sull'acqua. «Voglio raggiungerli, costi quel che costi. Sono troppo belli, e io desidero nuotare con loro. Lo so, mi beccheranno e mi uccideranno, per avere osato, io così brutto, accostarmi a loro. Tuttavia, meglio ammazzato da un uccello così regale che beccato dai polli...» E si tuffò nell'acqua come un kamikaze. Ma cosa accadde? Vide rispecchiata sotto di sé la propria immagine, che non era più quella di un componente della famiglia Addams ma quella di un candido cigno. Alzò d'istinto il lungo collo verso l'alto, e gli parve di vedere Angelo Lombardi, l'amico degli animali, sorridergli. Vennero nel giardino alcuni bambini, gettarono pane e grano nell'acqua, e il più piccolo gridò: «Uno nuovo! ce n'è uno nuovo!» Corsero a chiamare il babbo e la mamma, e tutti dicevano: «E' il più bello di tutti, è un capolavoro!» E l'ex brutto anatroccolo si rallegrò nel profondo del cuore, lanciando un grido di gioia così potente da sollevare uno tsunami, che andò a sommergere un villaggio poco lontano. LA SIRENETTA Lontano lontano, in alto mare, l'acqua è azzurra e limpida, tranne quando una petroliera si spezza in due e scarica migliaia di tonnellate di greggio. Ma è anche molto profonda, quasi quanto le voragini che si aprono a Napoli dopo un temporale. Nel punto più basso, dove vivono creature marine mai viste da occhio umano, si erge il castello del re del mare; le mura sono di corallo, le finestre d'ambra, il tetto di conchiglie. E in ogni conchiglia vi sono perle tanto grandi e lucenti che una sola basterebbe a dar pregio alla corona di una regina. Il re del mare era vedovo da molti anni, la moglie era morta in seguito a uno scontro frontale con un pescespada, lasciandogli sei figlie, che erano per metà esseri umani e per metà pesci: a nord dell'ombelico avevano le tette, a sud la coda. Erano, insomma, sirene. La più giovane era anche la più bella, e mentre le sorelle si divertivano nel giardino prospiciente il castello, ella prestava le sue attenzioni a una statua di marmo, prelevata da una nave colata a picco, e che rappresentava un bellissimo giovane. Oh, gli uomini...! Lei avrebbe ben voluto vederne uno dal vivo (fosse pure Bossi), ma laggiù, tra gli abissi, poteva osservarne solo i corpi inerti, gli scheletri. Però, di salire in superficie non era ancora il momento. Ella contava solo due lustri, e bisognava aspettare il compimento del quindicesimo anno d'età. Nel frattempo poteva farsi un'idea del mondo, attraverso la descrizione di una delle sorelle, la più anziana. Questa le disse del cielo azzurro, degli alberi odorosi, dei mille uccelli che a gara insieme fan mille giri, e della città, che aveva intravisto distesa sulla spiaggia, di sera scintillante di luci colorate. La sirenetta sognava di veder queste cose, perché a stare sempre sott'acqua s'era annoiata (finanche il capitano Nemo, quello di Ventimila leghe sotto i mari, di tanto in tanto, prendeva una boccata d'aria!). Anno dopo anno, anche le altre sorelle erano salite in superficie; la prima impressione era stata positiva: grandi navi solcavano il mare, delfini guizzavano, enormi balene buttavano acqua dalle narici, e sopra tutte queste meraviglie, il sole ardente e stormi di uccelli...! Ma alla fine desideravano tornare, e anzi, quando una tempesta minacciava di capovolgere una nave e tutti i marinai pregavano la Madonna di Pompei di aver salva la vita, con voce melodiosa esse cercavano di convincerli ad affogare, che sotto il mare si stava molto meglio che sopra la terra. Ma niente: quelli proprio non erano disposti a bere acqua in eccesso. Finalmente arrivò anche per la sirenetta il terzo lustro di età e, tutta emozionata salutò il padre («ciao, papy» gli disse), la nonna (che le faceva da mamma) e le sorelle, e con una serie di colpi di coda poderosi salì alla superficie. Il mare era calmo e il cielo ricoperto di stelle. Era la prima volta che vedeva il cielo e le stelle, ma capì subito che si trattava di cielo e di stelle, perché era una sirenetta molto intuitiva. Si ritrovò al fianco di un vascello dove si festeggiava un bellissimo giovane, un principe. A bordo si ballava e si cantava, e quando il figlio del re uscì in coperta, tutti i marinai interruppero le danze e gridarono: «Evviva il principino! Evviva Filiberto!» Quindi si spararono fuochi d'artificio che illuminarono mare e cielo, e tutti applaudirono. La sirenetta non riusciva a staccare gli occhi dal principe, la cui bellezza era eccezionale. A un tratto il mare si ingrossò, il vento cominciò a soffiare forte, e onde alte come montagne sollevarono la nave come una carrozza. sull'Otto Volante. In men che non si dica, il veglione si trasformò in veglia funebre, perché tutti i membri dell'equipaggio caddero in acqua e andarono a fondo. Uno solo restò, il capitano, che per la gran paura diede in escandescenze: «Pronti alla virata! Cazza le vele! Randa al centro!», e più il vascello imbarcava acqua, e alberi e vele rovinavano sul ponte, più si aggravava la sua follia. Fu visto afferrare il timone e gridare alle nubi: «La parte anteriore della barca si chiama prua, la parte posteriore poppa! La destra si dice dritta, la sinistra sinistra! Le barche che escono da un porto debbono dare precedenza alle barche che entrano!» e così via. Intanto anche il principe era in acqua. Siccome si trattava di un esibizionista, volle dare un saggio della sua abilità natatoria, e affrontò le onde con stili diversi: libero, dorso, farfalla. Ma poi, esausto, fu sul punto di fare il morto per davvero. Allora intervenne la sirenetta, che lo afferrò per le braccia e lo portò a riva. Appena sulla spiaggia, gli premette sul petto, e il giovane sputò tanta acqua che sembrava il geyser di Yellowstone. Gli ravviò i capelli bagnati, e siccome notò una straordinaria somiglianza con la statua di marmo, gli impresse sulla fronte un caldo bacio. Ma tosto l'idillio fu interrotto dall'arrivo di una fanciulla, che accortasi del corpo esanime dell'uomo, corse a prestargli soccorso, mentre la sirenetta, triste, si rituffava in mare. Era sempre stata malinconica, ma ora era caduta in una depressione profonda. A nessuno voleva raccontare la sua storia, e quando il padre le domandava ragione del suo abbattimento, rispondeva: «Soffro del male oscuro, è un calo di serotonina...» Ma le sorelle tanto dissero e tanto fecero che la convinsero a rivelare la verità. Esse giurarono che avrebbero mantenuto il segreto, e infatti cinque minuti dopo lo sapevano i sette mari. Allora la nonna prese in disparte la giovane e le disse: «Ascolta, bedda mia. E impossibile per te amare un uomo, devi scordartelo! Tanto per cominciare, il principe è un essere umano e tu (scusa l'offesa) sei una bastarda, perché non sei né carne né pesce, anzi, sei un po' carne e un po' pesce. Poi, gli uomini vivono al massimo cento anni, e noi trecento: non vorrai fare duecento anni di vedovanza? Noi dopo la morte ci trasformiamo in schiuma del mare, loro hanno un'anima immortale... Per queste, e per altre ragioni, questo matrimonio non s'ha da fare, né domani né mai.» «E perché non fu data anche a noi un'anima immortale?» domandò la sirenetta. Ma la nonna non era Aristotele, e scrollando le spalle si allontanò. Tutti cercavano di tirare su la giovane, ma ella era nauseata più di Sartre. Qualcuno però le disse che una vecchia maga poteva aiutarla ad assumere sembianze umane, e lei, nell'udire ciò, spiccò un salto di gioia: «Pur di sposare un uomo, diventerei trans!» Così la condussero nella dimora della strega, per arrivare alla quale dovette attraversare un luogo orrendo, simile alla selva di Dante. La casa della strega sorgeva in mezzo a una palude, ed era costruita con ossa di naufraghi. «So quello che cerchi, bambina» gracchiò la vecchia. «Tu vuoi che al posto della coda spuntino due gambe. Io posso fare il miracolo; ma bada, sentirai un dolore fortissimo ogniqualvolta camminerai, e soprattutto: se il principe non vorrà sposarti, non solo non acquisterai un'anima immortale ma ti si spezzerà il cuore, e diventerai schiuma del mare...!» «Sono disposta a tutto» disse la sirenetta, che però era diventata bianca dallo spavento (poteva fare la "prova finestra"). «E non finisce qui, cara. In cambio del filtro che ti preparerò, dovrai darmi la tua voce, la cosa più bella che hai. Ascolta, senti come parlo? Gracido come una rana, e tu invece canti come un usignolo!» «Ma se mi togli la voce, l'unica arma che ho per fare innamorare il principe, che altro mi rimarrà?» «La tua bellezza» rispose la strega. «Per il resto, arrangiati.» «E sia!» esclamò la sirenetta. Preparato l'intruglio, la maga ingiunse alla fanciulla di tirar fuori la lingua, e con un colpo di coltello gliela mozzò, rendendola davvero muta come un pesce. Bevuta la brodaglia, la sirenetta si ritrovò come d'incanto davanti al principe, nel suo splendido palazzo. «Chi sei?» le domandò Sua Altezza. La sirenetta affidò allo sguardo la sintesi di tutta la sua storia: prima inumidì gli occhi per fargli capire che non poteva rispondere, quindi fece gli occhi di triglia per fargli capire che era innamorata cotta, poi sbarrò gli occhi per fargli capire che ogni passo era una tortura. Insomma, cercò in vari modi di arrangiarsi con gli occhi. Il principe capì e non capì; comunque, introdusse a palazzo l'ex sirenetta, i cui piedi dolevano più di quelli di Marco Polo appena arrivato in Cina. Le furono date vesti bellissime, con le quali compariva soprattutto alle feste in onore del principe, dove si danzava e cantava. Ahimè, aneh'ella avrebbe voluto far ascoltare la sua voce melodiosa, quella che aveva sacrificato per amore del giovane, ma la sua condizione di muta glielo impediva. Danzava solo sulle punte, non per imitare la Fracci, ma per poggiare le piante dei piedi il meno possibile. Ogni tanto raggiungeva la spiaggia per immergere i piedi nell'acqua e trovare un po' di refrigerio (facendo uscire dal mare vapori da Solfatara di Pozzuoli). In una di quelle occasioni, udì il canto delle sorelle che la scongiuravano di tornare dal padre: lei era anche tentata di cedere alla nostalgia, ma l'amore era più forte. Ora, bisogna dire che il re del mare ce l'aveva a morte con Alberoni, i cui libri erano un giorno capitati tra le mani della sirenetta. Da quel momento, il cervello della figlia era andato in tilt: tra innamoramento, amore, concupiscenza, flirt, infatuazione, lussuria, passione, attrazione, desiderio, seduzione, gelosia, fregola, scappatella, corna, crisi dei quarant'anni eccetera, la sirenetta aveva fatto una tale confusione da smarrire la ragione, come appariva chiaro dal suo comportamento. Il principe provava solo tenerezza per lei: il suo pensiero andava sempre a quella misteriosa fanciulla che un giorno gli aveva salvato la vita, e che non aveva più visto, perché, sapeva, consacrata al Tempio. E mentre i due si consumavano fantasticando amori impossibili, chi pensava concretamente al matrimonio era il padre del giovane. Per ragion di stato, era stabilito che il principino sposasse una principessa di un paese vicino, ma occorreva innanzitutto conoscersi, e per questo fu organizzato un viaggio per mare. Il principe disse alla sirenetta: «Ti porto con me, ma non hai paura del mare? Non è che mi rimetti al primo rollio?» Il giorno dopo, la nave arrivò in porto, salutata da tutta la popolazione e da Silvana Giacobini, come al solito in cerca di pettegolezzi scandalistici. E quale fu la sorpresa per il principe? la promessa sposa altri non era che la damigella che lui credeva gli avesse salvato la vita; che non era, come sembrava, una sacerdotessa, ma solo un'educanda nel sacro Tempio! Appena la vide, il principe uscì di senno dalla gioia (ma solo per qualche minuto), e cominciò a enunciare teoremi geometrici: «In ogni triangolo rettangolo il quadrato costruito sull'ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti», «due segmenti si dicono adiacenti quando sono consecutivi e sono situati sulla stessa retta senza essere sovrapposti.» Passato il momento di follia, abbracciò la giovane e la baciò, proprio davanti alla sirenetta, che prese a cantare nel suo cuore una canzone di Aznavour: "Lui, ti corteggia / malgrado me / tu, ridi troppo / hai scelto già / E io, tra di voi / se non parlo mai / ho gonfio di pianto il cuore / E io, tra di voi / da sola vedrò / la pena che cresce in me / Oh, no, non è niente... /forse un po' di fatica / cosa vai a pensare? / al contrario, è stata una magnifica serata / sì, sì, una magnifica serata... " I promessi sposi convolarono ben presto a nozze, e indovinate un po' a chi fu assegnato il compito di reggere lo strascico della sposa? Alla sirenetta! E tuttavia quest'ultimo colpo della sorte era niente a confronto di ciò che l'aspettava: tra poco si sarebbe dissolta, tramutandosi in spuma del mare! Quella sera tutti si imbarcarono per far ritorno al paese dello sposo, e sulla nave vi furono grandi festeggiamenti. La sirenetta pensava alla prima volta ch'era venuta dal fondo del mare e aveva assistito a una simile scena, preludio dei suoi guai. L'alba stava quasi per spuntare, a bordo restava solo il timoniere, e la povera fanciulla aspettava il primo raggio di luce che l'avrebbe uccisa. A un tratto vide emergere dalle acque le sorelle, pallide e senza capelli. "Che cosa è successo alle vostre chiome? Chi vi ha trasformate in tanti arbitri Collina?" domandò, trasmettendo il pensiero per via telepatica. «Abbiamo dato i nostri capelli alla strega, in cambio di questo coltello. Prima che spunti il sole devi immergerlo nel cuore del principe, e quando il suo sangue bagnerà i tuoi piedi, essi si trasformeranno in coda di pesce, e avrai salva la vita!» La sirenetta afferrò il pugnale e si avvicinò al suo amore, che dormiva placido, e parlava nel sonno. Ripeteva il nome della sposa con la stessa cadenza con cui si contano le pecore per addormentarsi, e alla sirenetta nessun cenno, neanche dopo cento ovini. Il coltello stava per abbattersi sul petto del dormiente, ma il braccio della sirenetta si arrestò: non poteva colpire l'uomo che amava, l'uomo cui un giorno aveva salvato la vita! Prese l'arma e la gettò in acqua, che subito si colorò di rosso, quindi si tuffò in mare, trasformandosi subito in schiuma. Allora il sole sorse fuori dall'acqua. I raggi caddero sulla spuma del mare, e l'ex fanciulla ex sirenetta sentì un fremito nel suo essere, preludio a qualche altra trasformazione. Sopra di lei vide fluttuare mille splendide forme eteree, che le dissero: «Ti domandi chi siamo, vero? Siamo figlie dell'aria, e tu stai per diventare una di noi. Non abbiamo anima immortale, ma possiamo guadagnarla con le buone azioni. Dovunque c'è dolore noi arriviamo, e con i nostri poteri lo leniamo, sempre che le persone se lo meritino. Tu hai molto amato e molto sofferto, e perciò ti diamo questa bella notizia: fra trecent'anni potrai avere un'anima immortale!» "Hai detto niente...!" pensò la sirenetta. E mentre la schiuma svaporava in spirito dell'aria, i marinai frugavano in ogni angolo della nave, alla ricerca della sirenetta, e il principe borbottava: «Ma dove si sarà ficcata, st'imbecille?!» LA PRINCIPESSA SUL PISELLO C'era una volta (ma una volta soltanto) un principe, che, lo credereste?, desiderava sposare una principessa. Egli non era come il duca di Windsor, che rinunciò al regno per sposare un'attrice, al contrario: la moglie la voleva nobile dalla testa ai piedi. Sennonché il mondo era pieno di falsi (tutta roba che veniva da Taiwan), bastava sborsare qualche milioncino, e si diventava conte, barone, principe ereditario. Così, dopo aver viaggiato tutta Europa alla ricerca di un'aristocratica libera, se ne tornò afflitto, non avendo trovato ciò che desiderava. Una sera, durante un terribile uragano, si sentì bussare con insistenza al portone del castello. Il re ordinò alla guardia di aprire, e sulla soglia illuminata dai lampi e sotto la pioggia battente, apparve una giovane donna. «Co 'sta pioggia e co 'sto vento, chi è che bussa a 'sto castello?» domandò la sentinella, infischiandosene della rima. «Sono una principessa di sangue reale» rispose con voce flebile la donna, «e chiedo ospitalità per me e per il mio paggio. La mia carrozza ha avuto un incidente, e...» «All'ànema d"a palla!» la interruppe la guardia, e fece per respingerla fuori. Ma dal cortile risuonò la voce della regina, che comandò di far entrare la viandante. A vederla tutta spugnata e malridotta, si poteva crederla più una barbona che una Borbone, ma poteva anche trattarsi di una nobile in incognito, e perciò la regina non volle rischiare. "C'è però un sistema per scoprire se dice la verità" pensò sorridendo con malizia. Così andò nella camera che avrebbe dovuto ospitare la straniera, disfece il letto, e mise un pisello, sì proprio il legume, sul fondo del fusto. Poi prese venti materassi e li mise sopra, e ancora venti piumini, fino a raggiungere quasi il soffitto. Quando la fanciulla entrò nella stanza e vide quella Torre di Babele, domandò a quante piazze fosse il letto, e le fu risposto: «A due piazze (San Pietro) e mezza.» Per salirvi dovette provvedersi di funi, arpioni, piccozze, e altri arnesi in uso agli alpinisti, quando infine raggiunse la vetta vi fissò una bandiera. La mattina dopo, fu appoggiata al letto una scala per permettere alla regina di raggiungere l'ospite. Quando si trovò a tu per tu con la dama, le domandò come avesse trascorso la notte. Il primo istinto della giovane fu di affrettare il ritorno a terra della sovrana, spingendo la scala come i soldati sui merli respingevano l'assalto del nemico; ma riuscì a controllarsi, e rispose stizzita: «Malissimo! Non ho potuto chiudere occhio! Sa Iddio che cosa ci fosse nel letto! Sentivo qualcosa di duro, che mi ha ridotto la pelle tutta lividi!» Che magnifiche parole per le orecchie della regina! Se una donzella poteva avvertire la durezza di un pisello nascosto sotto caterve di materassi, costei non poteva che avere la pelle delicata di una principessa! «Il tuo derma è regale!» le disse abbracciandola. «E io che sospettavo tu avessi cotica o cuoio...!» Ciò detto balzò a terra, ma il paracadute non si aprì, e si slogò due caviglie. Venne il principe, scalò pure lui la montagna, e volle verificare. Sì, mamma-regina aveva ragione! La pelle della giovane era vellutata, liscia, immacolata; non un pelo, una scaglia, una squama, una verruca. Nulla, solo una callosità in un punto della schiena, conseguenza del pisello. Accertata la nobiltà della fanciulla, il principe convolò subito a nozze, perché l'astinenza dal sesso gli aveva coperto il volto di brufoli. L'ACCIARINO MAGICO Per la strada maestra veniva marciando un soldato: uno-due, uno-due, passo! Faceva questo anche in libera uscita, tanto era il lavaggio di cervello subito in caserma. A un tratto si imbatté in una vecchia strega che gli disse: «Buona sera, soldato! Si vede che sei proprio in gamba, come Sc'veik1, e perciò voglio darti l'opportunità di guadagnare molti soldi, più di quanto puoi immaginare. Ti interessa la cosa?» «Altroché» rispose il soldato, «con quello che passa lo Stato...! Ma cosa dovrei fare?» «Ascolta bene, caro. Vedi quel grosso albero? Il suo tronco è cavo, tu devi calarti dentro, e nel fondo troverai una caverna. Nella caverna, illuminata da cento lampade, vedrai tre porte, e potrai scegliere dove entrare; nella prima, a guardia di uno scrigno contenente monete di rame, c'è un cane, ma non potrà farti nulla se lo prenderai e lo poserai su questo grembiule; Nota: 1 Si tratta del protagonista di un celebre romanzo umoristico dello scrittore ceco Jaroslav Hasek (1883-1923), Il buon soldato Sc'veik, che narra le disavventure di un pacifico allevatore strappato alle sue occupazioni e spedito in trincea. Qui ne combinerà di tutti i colori, tanto da guadagnarsi l'appellativo di "imbecille epico". Nella seconda c'è uno scrigno con monete d'argento, difeso da un altro cane, che potrai chetare allo stesso modo; e nella terza, uno scrigno d'oro e il solito cane.» «Vecchia, e a te che ne verrà se io prendo tutto l'oro?» «Io non desidero nulla, figlio mio, solo un acciarino che mia nonna dimenticò laggiù, tanto tempo fa.» «Contenta tu...» rispose il soldato, che con un balzo fu sull'albero (in caserma ci si addestrava ogni giorno al balzo sull'albero), e in un batter d'occhi raggiunse il fondo, un sotterraneo illuminato da cento lampade. Aprì la prima porta, e si trovò davanti un cane ringhiante: «Cuccia, commissario Rex!» lo ammonì, e, sollevato l'animale, lo adagiò sul grembiule della strega, quindi aprì il forziere e si riempì le tasche di monete di rame. Passò poi alla seconda porta e, messo a tacere il cane, si diresse verso lo scrigno contenente monete d'argento. Gettò in terra quelle di rame e riempì lo zaino delle altre. Ma quando fu davanti alle monete d'oro della terza porta, rimase di sasso. Il forziere ne conteneva tante che a volerle prendere tutte, non c'era dove ficcarle! Siccome aveva preso alla lettera le raccomandazioni del suo comandante, e in specie quella di tenersi sempre pronti alla guerra, era equipaggiato anche in licenza per uno scontro armato. Questa fu la sua fortuna: si disfece dell'argento e riempì d'oro le tasche dell'uniforme, gli anfibi, l'elmetto, la gavetta, lo zaino, la maschera antigas, la giberna, tutto insomma. Divenne più pesante di un elefante, ma ricchissimo, fra i più ricchi del regno. Grazie all'aiuto della strega, che gli calò una fune, risalì in superficie, ma prima di consegnarle l'acciarino le chiese a cosa le servisse. E poiché lei non glielo volle dire, minacciò di ucciderla. Le disse: «Prima mi metto a ballare come Salomè, e poi ti taglio la testa come al Battista!» Spaventata, la strega scappò via, lasciandogli l'acciarino. Il soldato raggiunse la città più vicina, smanioso di darsi alla pazza gioia. Poiché in caserma il cibo era "ottimo e abbondante" solo quando passava in visita il generale, il primo sfizio che volle togliersi fu di fare il suo ingresso trionfale nella migliore locanda del paese, e ordinare piatti da re: «Oste della malora» gridò, sbattendo il pugno sulla tavola, «ho fame! Portami subito da mangiare! Come antipasto, prendo vol-au-vent (non sai che cos'è il vol-au-vent? neanch'io, ma portalo lo stesso), cocktail di gamberi, caviale, e ostriche. Come primo, zuppa tartara e pastasciutta alla vodka. Per secondo, bistecca alla fiorentina, coratella, e agnello al forno. Contorni di melanzane alla parmigiana e asparagi. Frutta esotica, stravagante. Gelato gusto chantilly. E mò senti 'sta cannonata: vino chardonnay Montmchet Drouhin Marquis de Laguiche. Va', ora, e fa' presto!» Appena le pietanze gli furono servite, si precipitò sotto la sua tavola un poveraccio, ma il nostro eroe non si comportò come Epulone, non gli buttò solo le briciole, anzi, fece cadere cosciotti di agnello e abbacchio con gesti teatrali, come le dive di una volta, e quando, terminato il pranzo, lasciò al cameriere una mancia colossale, tutti si inchinarono al suo passaggio. Poiché intendeva fermarsi qualche giorno in quella locanda, chiese la suite Caruso, ma gli risposero mestamente che il tenore non era mai passato da quelle parti, però c'era la suite Ramazzotti. Ma egli, udito il nome di quel cantante, prese per la collottola l'oste e lo cacciò via. Allora gli fu assegnata la migliore singola. Il giorno dopo fece visita al più bravo sarto della città, non per farsi cucire un abito civile, ma per una nuova uniforme militare, che fosse la più vistosa del regno, e una volta indossatala pareva il generale Custer. Prese a frequentare il teatro, girava in carrozza salutando la plebe come fosse Sua Maestà, si circondò di amici, o meglio, gli amici lo circondarono, per spillargli quattrini. E i quattrini un bel giorno finirono, e fu cacciato dalla locanda. Andò ad abitare in una soffitta, e perse tutti gli amici. Si trovò così a fare l'inventario del poco che gli era rimasto, e vuotando le tasche si accorse dell'acciarino. Quasi sopra pensiero ne sfregò la pietra focaia, e come per incanto si spalancò la porta e comparve il cane che era a guardia del primo scrigno: «Che cosa comanda il mio padrone?» fece la bestia con voce baritonale. Per nulla spaventato, il soldato rispose: «Portami un po' di denaro, che ho dimenticato com'è fatto.» Ed ecco già di ritorno il cane con una borsa piena di soldi. Allora sfregò due volte l'acciarino e comparve il cane della seconda porta, con monete d'argento. Lo sfregò tre volte, e venne il cane con l'oro. Così ridiventò miliardario, e recuperò gli amici, il teatro, la locanda. Ma gli era rimasto un grande desiderio, vedere la bellissima principessa, che si diceva abitasse in un castello nel quale nessuno poteva mettere piede. Una vecchia profezia diceva infatti che la figlia del re avrebbe sposato un soldato semplice, e fino a quel momento nessun fustacchione avrebbe dovuto posare lo sguardo su di lei. Si affidò ancora una volta all'acciarino magico. Gli comparve, come al solito, il cane. Si trattava di un molosso napoletano, le cui fauci grondavano bava: «Quanto sei carino, sembri un volpino da compagnia. Dimmi un po', Fido, sarebbe possibile vedere la principessa?» Non aveva finito di chiederlo che il cane tornò portandogli la bella dama. Come la vide, il soldato le saltò addosso baciandola appassionatamente. La mattina dopo, la principessa raccontò di uno strano sogno, o allucinazione, riguardante un cane e un soldato, e in verità anche un bacio forsennato. Il re (che era un estimatore di Corrado Augias, e seguiva sempre le ricostruzioni dei delitti) sospettò che dietro quel sogno ci fosse qualcosa di concreto, e ordinò a una vecchia dama di corte di montare la guardia presso il letto della principessa. Puntualmente di notte, arrivò il cane, e prelevò la principessa, ma siccome la vecchia era superveloce, riuscì a correre quanto l'animale, e a vedere dove si fermava. Con un pezzetto di gesso disegnò una croce sulla porta e tornò al castello. Ma il cane era un furbo di tre cotte; notata la croce, ne fece una uguale su tutte le porte della città, cosicché non si poteva più riconoscere l'uscio del soldato. All'alba, quando il re scese in città per raggiungere la casa misteriosa, vide croci dappertutto, neanche fosse capitato al cimitero di Poggioreale. Il sovrano montò su tutte le furie: un cane gliel'aveva fatta! Ma la regina studiò uno stratagemma: mentre la figlia dormiva, le avvolse nell'orlo della gonna un sacchetto contenente farina 00, e siccome il sacchetto aveva un piccolo foro, la polvere sarebbe uscita, lasciando traccia della strada percorsa. Il cane non si accorse di niente, e quel mattino stesso il soldato fu arrestato. Venne rinchiuso in un tetro carcere, tale da fargli rimpiangere la soffitta. E poiché fu emessa sentenza di morte per l'indomani, il prigioniero non ebbe tempo né di ammaestrare gli uccelli come l'uomo di Alcatraz né di scrivere Le mie prigioni come Silvio Pellico. Affacciato all'inferriata, vedeva la gente affrettarsi per non perdere lo spettacolo dell'impiccagione. C'era tanta folla che pareva la festa di San Gennaro. E pensare che fino a poco tempo prima aveva un palco a teatro, ora sul palco gli toccava salire. A un certo punto un garzone di fornaio si fermò proprio accanto alle sbarre della sua cella, e al soldato venne un'idea: mandarlo nella locanda a prendere l'acciarino, in cambio di due soldi. Due soldi era la paga di un maestro elementare, e il garzone rifiutò, allora gliene promise il doppio, e il ragazzo accettò. Al mattino le guardie entrarono in cella e ordinarono al soldato di seguirle. Passando davanti alle altre celle, i condannati al braccio della morte cercavano di rincuorarlo: «Non pensarci, amico, non è il caso di drammatizzare.» «Fatti coraggio, è un istante. Si rompe l'osso del collo, e via!» «Tutto per un bacio... Ma che cos'è un bacio? Un apostrofo rosa tra le parole ti amo, un segreto detto sulla bocca.» Il soldato però procedeva a testa alta, fidando nel suo segreto. Giunto in piazza, tutti ad applaudire, a far volare i cappelli, a suonare le trombette, lo "scetavaiasse", il "putipù"2. Il condannato salì i pochi gradini del patibolo, e il boia gli mise il cappio al collo. Seduto sul trono, il re aspettava visibilmente eccitato il momento fatale. Ma ecco che il morituro gli rivolse una supplica: Nota: 2 Strumenti musicali del folclore napoletano. «Maestà. a un povero condannato non si rifiuta un ultimo desiderio. Vorrei fumare un po' di tabacco, farmi una bella pipata.» Il re diede il suo consenso, e allora il soldato cavò di tasca l'acciarino, e batté la pietra una, due, tre volte... Subito apparvero i tre feroci cani. «Fate polpette dei giudici!» ordinò il soldato. E i cani si avventarono sui magistrati e i consiglieri della corona, sbranandoli con una ferocia degna del mastino dei Baskerville. Il re, terrorizzato, gridò: «Ferma le bestie, per amor di dio! Era solo uno scherzo...! un pesce di aprile...!» Il soldato richiamò i tre cerberi, mentre la folla lo eleggeva seduta stante re del paese. Molti furono visti precipitarsi al bancolotto, per giocare 39 (la corda al collo), 6 (i cani) e 72 (la meraviglia). La principessa sposò il soldato, secondo la profezia, e al banchetto che fu organizzato, i posti d'onore spettarono ai cani. IL SOLDATINO DI STAGNO «Mamma, guarda come sono belli!» esclamò il bambino saltando dalla gioia. Aveva aperto la scatola di legno regalatagli per il Natale, ma tutto s'aspettava fuorché trovarsi davanti a venticinque soldatini di stagno, tutti allineati col fucile in spalla, l'uniforme rosso fiammante, e il copricapo nero. Ogni soldatino era uguale all'altro, com'è nella realtà, ma ce n'era uno, che in una vera caserma non sarebbe stato ammesso mai (tranne quelle intitolate a Enrico Toti): aveva infatti una sola gamba. Appena lo vide, il bambino lo prese in simpatia, perché aveva un debole per i menomati, i disgraziati, e i meridionali. Come mai quel soldatino era privo di una gamba? Semplicemente, perché non era rimasto abbastanza stagno per fabbricargliene due. Sulla tavola si trovava anche un castello di carta, maestoso, in mezzo a un parco verdeggiante, e un lago argentato dove navigavano due bianchissimi cigni. Sulla porta d'entrata c'era una graziosa ragazza dai capelli biondi, con le braccia alzate sopra il capo e in equilibrio sulla punta di un piede: era una ballerina. L'altra gamba era nascosta dall'ampia gonna, sicché, nel vederla, il soldatino di stagno pensò che fosse sciancata pure lei, e perciò se ne innamorò. Decise di incontrarla la sera, ma per far questo occorreva che il bambino si dimenticasse di rimetterlo nella scatola. Così si nascose dietro una tabacchiera, e quando fu l'ora di rimettere in ordine i soldatini, il bimbo non si accorse della sua mancanza. Venuta la sera, mentre gli abitanti della casa dormivano tranquillamente, i giocattoli ne approfittarono per animarsi e giocare tra loro. Solo il soldatino di stagno restava fermo a guardare la ballerina, e tanto la guardò che a momenti si consumavano le pupille. «Ah ah... di questo passo ti verranno gli occhi del ragionier Filini» gli disse con scherno un diavoletto nero, anch'egli innamorato della signorina, e perciò geloso del rivale. Il mattino arrivò senza che il soldatino si fosse dichiarato (con le donne era molto timido, anche con quelle senza una gamba); il bambino si accorse del nascondiglio, lo prese e lo poggiò sul davanzale della finestra. Ma, o che fosse il vento, o le arti magiche del diavoletto, ecco che la finestra si spalancò e il soldatino cadde nel vuoto! E se non fosse stato per la baionetta, che conficcandosi nell'asfalto, lo lasciò capovolto, il nostro eroe toccando il suolo si sarebbe fratturato le ossa lunghe, le ossa corte e le ossa piatte. Il bambino si precipitò in strada, ma siccome le carrozze e i passanti nascondevano ai suoi occhi il giocattolo, non riuscì a trovarlo. E siccome soffriva di attacchi di nervosismo, ecco che prese a gridare come un disperato: «'Opupazzo! Addò e... sta 'o pupazzo? Gente, affacciatève, 'o pupazzo!», ma nel quartiere erano tutti apatici, e nessuno prese parte a quella tragedia. Improvvisamente cominciò a piovere, e il bambino tornò di corsa a casa; siccome però molti ripararono nei portoni dei palazzi, ecco che la strada si sgomberò, e due monelli notarono il nostro soldatino. Uno di loro fece una barca di carta, e lo mise sopra, quindi adagiò l'imbarcazione in un rigagnolo della via. Sballottato a destra e a manca, il fragile scafo sembrava la nave di Olisse sbattuta dai venti. Il soldatino raccomandò l'anima a sant'Ignazio di Loyola, militare come lui, e soprattutto patrono della buona morte. A un certo punto la barchetta fu risucchiata da un gorgo, e scivolò in un tombino. Il poveretto si ritrovò al buio completo, e pensò che tutto quanto gli stava accadendo non poteva che essere opera del diavoletto. "Ah, se fosse con me il mio amore!" sospirò, e stava di nuovo per cadere in estasi, quando fu scosso da una voce imperiosa: «Il passaporto! Ce l'hai il passaporto?» Era un grosso topo di nome Javert, signore di quella fogna, che non permetteva a nessuno di attraversare il suo territorio. «Che passaporto d'Egitto! Non sai che sono cadute le frontiere?» rispose il giocattolo, mentre l'imbarcazione, sempre sospinta dalla corrente, usciva da quel cunicolo per andarsi a buttare in un largo canale, con un salto degno delle cascate del Niagara. La barca non riuscì a resistere, e si capovolse. Il soldatino di stagno colò a picco: «Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente...» Ma ecco che un grosso pesce lo inghiottì, e fu di nuovo buio pesto. Era il terzo blackout della sua vita (il primo lo visse assieme a tutti gli italiani, il 29 settembre 2003). Il pesce aveva - come suol dirsi - l'argento vivo in corpo (adesso anche lo stagno) e non stava fermo un momento, e il povero soldatino sbatteva ora sul "soffitto" ora sul "pavimento" dell'animale. Però manteneva sempre il fucile in spalla, perché era un vero militare, un vero pupazzo. A esser pesce, però, c'è sempre da correre qualche rischio, e infatti il nostro animale fu catturato dalla rete dei pescatori, e portato al mercato. E al mercato, sapete chi andò? La cuoca che prestava servizio dai genitori del nostro bambino! E sapete chi acquistò quel pesce? Proprio la cuoca che prestava servizio dai genitori del nostro bambino! Aprendo il ventre al pesce, quale non fu la meraviglia nel trovarci il soldatino di stagno! «Ma gome è biggolo il mondo» fece la classica cuoca negra grassissima. «Tu gaduto dalla finestra e sgombarso, ritorni nella panza di un besce...!» Sorpresa non minore fu quella del soldatino, che si ritrovò sulla stessa tavola donde aveva mosso i primi passi (si fa per dire, con una sola gamba), e rivide gli altri balocchi, ma soprattutto la sua ballerina. Il cuore allora gli fece grancassa, e il petto gli si gonfiò come a un generale cui viene appuntata l'ennesima medaglia. Anche la ballerina lo vide. Prima gli domandò stizzita: «Dove minchia sei stato tutto questo tempo?» poi gli sorrise. I due si guardarono in silenzio. Lei guardava lui, lui guardava lei, e insieme sospiravano. Ma il diavoletto non aveva ancora rinunciato alla sua vendetta. Resosi invisibile, sussurrò all'orecchio del bambino qualcosa di cattivo (forse: «Falla finita con questo mezzo soldatino che ti sciupa la collezione!») perché il piccolo gettò il militare nel caminetto, esclamando: «Muori, anormale!» Il soldatino sentì all'improvviso un caldo eccezionale; sul momento credette che l'ardore per la ballerina avesse raggiunto temperature da altoforno, poi, quando le prime fiamme gli lambirono la schiena, comprese che non si trattava di vampate, ma di lingue di fuoco vere e proprie. Cominciava già a sciogliersi quando una porta si spalancò e la corrente d'aria investì il castello con la ballerina, spingendolo dritto nel caminetto. Essendo di carta, subito bruciò, mentre il soldatino si liquefaceva lentamente. Il mattino dopo, quando la domestica venne a portar via la cenere, trovò il soldatino ridotto a un cuoricino di stagno. Accanto a lui una piccola stella tutta bruciata. E questa è l'infelice storia del soldatino di stagno, che mi ha rovinato la giornata. dai fratelli Grimm HàNSEL E GRETEL Proprio di fronte al grande bosco viveva un povero taglialegna, assieme alla moglie e due figli. A proposito di figli, si dice: «Uno è poco e due son troppi», ma in quella casa, regnando la miseria, erano di troppo tutti, genitori e figli. I bambini si chiamavano Hànsel e Gretel, nomi comunissimi anche a Napoli. Da anni, in quella casa era Quaresima, ma ora s'era giunti agli estremi, e se non si fosse provveduto in tempo, nel giro di qualche giorno, la famiglia avrebbe steso le gambe per sempre. Così un bel giorno la moglie disse al marito: «In questa casa ci sono troppe bocche da sfamare, e il mangiare è appena sufficiente per noi due. Dobbiamo liberarci dei nostri marmocchi. Domani all'alba condurremo i bambini nel bosco, poi ci allontaneremo, può darsi che qualcuno li raccolga e li sfami.» «Ma come puoi parlare così?» la rimproverò l'uomo. «Non sai che 'e figlie so piezze 'e core?1» Ma la donna mandò al diavolo lui e Mario Merola. Il poveruomo era avvilito, volentieri avrebbe sperduto la moglie invece che i figli, ma non aveva forza di ribellarsi, essendo dimagrito di otto chili negli ultimi giorni. Ora, tutto quel discorso era stato ascoltato dai ragazzini, che un po' per la fame, un po' per la paura di quanto li attendeva, non riuscivano a prender sonno la notte. «Poveri noi» piangeva Gretel, «ci mangeranno le bestie feroci nel bosco...» «Non ti angosciare» la consolò Hànsel, «ci penserò io a salvarti. Lasciami pensare.» Dopo circa mezz'ora, elaborò un piano degno di uno stratega. Uscì di nascosto dalla casa, e siccome c'era il chiaro di luna, si riempì le tasche di sassolini bianchi, e tornò a dormire. Il mattino seguente, la donna era tutta eccitata: non le pareva vero di potersi disfare dei figli; d'un tratto si sentiva più giovane, più leggera, e pensava che se la cosa fosse riuscita, col tempo poteva eliminare anche il marito, e fare la Bovary. Il povero taglialegna aveva la morte nel cuore, era la prima volta che abbandonava i figli nel bosco, e la coscienza lo prendeva a male parole (gli diceva: Curnùto! Ommo 'e niente!) ma non poteva sottrarsi al suo destino. Strada facendo, Hànsel lasciava cadere di tanto in tanto i sassolini, naturalmente non visto dai genitori. Quando furono nel folto della foresta, i bimbi si girarono e non videro più il babbo e la mamma. Scese la notte, e Gretel cominciò a tremare come una foglia, figurandosi ogni specie di animale che l'assaliva (compreso l'inesistente Minollo di Troisi). A un certo punto cominciò a inveire contro i genitori, a piangere a dirotto e a domandarsi come sarebbero tornati a casa. Per fortuna anche quella sera c'era la luna piena, e Hànsel rincuorò la sorella dicendole: «Adesso ti accorgerai di quant'è intelligente tuo fratello!» La prese per mano e, seguendo i sassolini illuminati, ritornarono a casa. Quando la mamma se li rivide davanti, ebbe, per la contrarietà, una crisi epilettica. Poi si riprese, e fingendo gioia esclamò: «Anvedi chi viene! Ma che sorpresa! Che bella improvvisata! Accomodatevi, accomodatevi, prego, mettetevi comodi...» Dopo l'ora di cena (badate che non ho detto "dopo cena", ma "dopo l'ora di cena"), Hànsel e Gretel si rinchiusero nella loro stanza. A un certo punto si udì un fracasso di stoviglie, seguito da un terremoto di magnitudo 4,5 della scala Richter, con epicentro la cucina. Che cosa stava accadendo? Era la moglie che massacrava il marito, ritenuto responsabile del fallimento del piano. Passarono alcuni giorni, e la donna ritornò sul proposito di disfarsi dei bambini. Il marito era tutto lividi, e anche in questa occasione non osò protestare. Ma stavolta i ragazzini furono chiusi nella loro stanza, proprio per evitare sorprese. All'alba venne la madre, diede loro un tozzo di pane, e li affidò al marito. Cammin facendo, Hànsel gettava briciole sulla strada, confidando di poter tornare sui propri passi come l'altra volta, ma non aveva fatto i conti con la fame degli uccelli (in quel paese erano tutti affamati, pure le pietre) che si avventarono sul pane e se lo papparono. Ancora una volta il babbo si allontanò con una scusa (disse: «Vo a cacciar farfalle») e di nuovo i bimbi rimasero soli. Hànsel rincuorò Gretel, i cui occhi sembravano le cento fontane di Tivoli. Le disse: «Piangi... ma che piangi? Ce la caveremo con lo stesso stratagemma dell'altra volta.» Ma quando si accorsero che le briciole non c'erano più e che avrebbero dovuto trascorrere la notte nel bosco, il terrore si impossessò anche di Hànsel, che cominciò a balbettare come Nicolino1: «No... no... no... non aver pa... pa... pa-pa... paura, Gr... Gr... Gretel. Nò-nò... non e... non c'è... nien... niente da-da temere...» e intanto il cuore gli batteva a mille. Tutt'intorno, la foresta stendeva le sue ombre minacciose, e i più agghiaccianti versi di uccelli laceravano l'aria, tant'è che a un certo punto Gretel, come Titina De Filippo intorno al Pozzo dei Rospi2, si domandò stupita: «Che specie 'e bestie stanno mmiezzo a 'stu bosco?...» I due fratellini rimasero tutta la notte ai piedi di un grande albero, abbracciati per riscaldarsi e farsi coraggio. Per la paura ci scappò anche un po' di pipì. Quando fu giorno, si incamminarono per un sentiero qualunque, sperando che li avrebbe ricondotti a casa, ma finirono per addentrarsi nel fitto del bosco, sino a che si trovarono davanti a una casa speciale. Era una costruzione fatta di pane, zucchero filato, cioccolato, torrone, cassata, savoiardi, pan di Spagna, insomma leccornie. I due bambini staccarono pezzi di finestra, di tetto, di intonaco, presero a demolire quella casa sin dalle fondamenta. «Com'è buona questa finestra-babà!» diceva a bocca piena Gretel. «Sapessi questa porta ripiena!» le faceva eco Hànsel. Stavano per addentare altre prelibatezze quando sulla soglia apparve una vecchietta. Lì per lì pensarono a un lecca-lecca andato a male, ma poi indietreggiarono spaventati quando si mise a parlare: «Non abbiate paura, bei piccini, entrate pure, sarete stanchi, Nota: 1 Personaggio di uno sceneggiato televisivo degli anni sessanta, intitolato La nonna del corsaro nero, interpretato da Pietro De Vico. 2 Nel film Totò, Peppino e i fuorilegge. io vi preparerò due bei letti, e quando vi sarete riposati vi farò mangiare cibi più sostanziosi...» Hànsel e Gretel credevano di stare in Paradiso, e invece erano all'Inferno. Infatti la vecchia altri non era che una strega, tanto brutta e cattiva che nemmeno l'Inquisizione voleva averci a che fare. Quella sera, i due fratellini andarono a letto, e siccome erano stanchissimi, subito si addormentarono (Hànsel sognò di prendere a calci il padre), ma la strega era ben sveglia, intenta a pensare come cucinarli (stava consultando Il cucchiaio d'oro". Il mattino seguente, senza troppi preamboli, afferrò il bambino e lo rinchiuse in una gabbia; pensava di ingrassarlo, perché per i suoi gusti era troppo magrolino. Quindi svegliò con uno scossone Gretel, e le ordinò di cucinare qualcosa per il fratello. Al suo solito, Gretel cominciò a piangere, ma non riuscì a impietosire la strega. Per giorni la fanciulla preparò intingoli al fratello, e Hànsel un bel po' di peso lo prese, ma quando la vegliarda si avvicinava alla gabbia, dicendo: «Fammi sentire il tuo ditino, che voglio vedere se è diventato grassottello», il prigioniero le porgeva un ossicino datogli dalla sorella. La strega in realtà aveva seri problemi alla vista (scriveva col sistema Braille) e per un po' non si accorse del trucco. Ma un giorno si stufò, e ordinò a Gretel di preparare il forno. All'udire questo, Hànsel sbarrò gli occhi, ma Gretel gli fece un cenno d'intesa. «Non sono capace di sentire quando è caldo» rispose alla strega, «in casa mia il forno è sempre freddo...» La strega arrabbiata gridò: «Buona a nulla! Stanlio! Andrò io a controllare.» E mentre affacciata allo sportello verificava il calore, Gretel con tutta la sua forza la spinse dentro. Quindi serrò la porta di ferro. Per l'emozione, svenne; quando si riprese, svenne di nuovo; quindi si rialzò e svenne; e fece questo per un quarto d'ora. Quando finalmente il balletto ebbe fine, liberò il fratello, che cominciò a cinguettare per lo scampato pericolo; dopodiché i due bambini rovistarono l'appartamento, trovandovi denaro e pietre preziose. Prima di lasciare la casa, ne mangiarono ancora un po' (da quartino che era, divenne monolocale) quindi riattraversarono il bosco. Raggiunsero con facilità la loro bicocca, perché ormai conoscevano bene la foresta, e bussarono tutti emozionati alla porta. Quando il padre aprì e se li vide davanti, abbracciò Gretel con una presa da lottatore di sumo, benché peso e statura fossero tutt'altro che eccezionali. Poi esclamò: «Figli miei, vostra madre è morta, l'ho seppellita prima delle ventiquattro ore previste, allegria! Fiato alle trombe, Turchetti!» E Hànsel, mostrandogli lo scrigno pieno di tesori: «Guarda, papà, siamo ricchi! Non devi più sbarazzarti di noi!» E da quel giorno vissero sazi e contenti. IL PESCIOLINO D'ORO C'erano una volta un pescatore e sua moglie, che abitavano in un'umile casa in riva al mare. L'uomo pescava quanto bastava per sfamare sé e la consorte, pesche miracolose non ne faceva mai, erano sempre pochi esemplari di poco pregio, niente di più. Un giorno, come al solito, si recò a pescare. «Guai a te se torni a mani vuote!» lo minacciò la moglie (un'ex lanciatrice di martello russa). «Ti infilzo come un pesce-spada!» Giunto sulla riva, lanciò in acqua la lenza, pregando Dio di fargli prendere qualche pesce di taglia forte. Ma ecco che catturò un piccolo rombo, un rombo mingherlino, ma speciale, perché sembrava d'oro e teneva discorsi da presidente del Consiglio: «Buon pescatore, ottimo signore, magnifico rettore eccetera, ti prego, lasciami andare; tu credi che io sia un rombo, ma l'apparenza inganna, in realtà sono un principe stregato, uno di quei principi stregati che abbondano nelle fiabe. Se mi libererai, esaudirò ogni tuo desiderio.» Il pescatore, che era un preromantico (s'era formato sullo Stunn und Drang), lo lasciò andare, e se ne tornò a casa. Quando raccontò la storia alla moglie, questa andò in escandescenza: «Grullo che non sei altro! Perfetto 'mbecille! Ma come? Un pesce prodigioso ti promette quello che vuoi, e tu non ne approfitti! Bisogna esser tonti davvero per lasciarsi sfuggire una simile occasione! Torna subito alla spiaggia, chiama il pesciolino e digli che al posto di questo tugurio voglio una villa.» Il poveruomo raggiunse gli scogli, e da lì chiamò a gran voce il rombo. Il pesce guizzò, domandò all'uomo cosa volesse, e quando lo seppe, rispose: «Va', e troverai la villa.» E così fu. Il vecchio trovò al posto della catapecchia una bella casa, ben arredata, e con tanto di giardino ricco di frutta e di verdura. Sembrava proprio la casetta in Canada. La moglie pareva soddisfatta, ma dopo pochi giorni cominciò a lamentarsi, protestando che l'abitazione era troppo stretta, e il giardino non poteva competere con Versailles. «Torna dal tuo pesciolino e digli che voglio... che voglio... un castello!» «Un castello?!» inarcò le sopracciglia l'uomo. «Sì, proprio un castello! Con tanto di fossato, cortile, cammino di ronda, merli. E un ponte levatoio, che voglio alzare e abbassare a volontà!» Il pescatore non aveva letto Lombroso, ma gli parve di cogliere nei tratti della moglie gli elementi tipici del criminale matto. Così a malincuore si riportò sulla spiaggia e cominciò a gridare: «Pesciolino, pesciolino d'oro, vieni su, che ti devo parlare!» Il rombo salì a galla e ascoltò la nuova richiesta dell'uomo. Dopodiché, rispose: «Va', e troverai il castello.» Allora l'uomo se ne andò, ed ecco che al posto della villa c'era un maestoso castello. Sullo scalone la moglie lo aspettava, vestita come una gran dama e tutta ingioiellata. «Entra» gli disse con sussiego, «ma non sporcare le scale, e bada bene a dove metti i piedi.» «Devo forse volare come le figure di Chagall?» le rispose contrariato l'uomo. C'erano servitori e impiegati di gruppo C che spalancavano grandi porte, le pareti erano rilucenti e coperte di tappezzerie, dal soffitto pendevano lampadari di cristallo. E dietro la casa c'erano un grande cortile e una scuderia con focosi cavalli, e carrozze dorate, e nell'immenso parco correvano cervi e caprioli, e una cascata artificiale produceva un suono melodioso. «Ora spero tu sia contenta» disse il pescatore. La risposta gli arrivò la settimana dopo. Un bel giorno, infatti, l'incontentabile vecchia si svegliò di cattivo umore. «A che mi serve tutto questo se non sono regina?» sbraitò, buttando tutto all'aria. «Di donne ricche ce n'è una quantità al mondo, ma le regine si contano sulle dita di una mano. Corri subito dal pesciolino, e digli che voglio diventare sovrana!» Sconsolato, l'uomo tornò verso il mare, che s'era fatto nero e grosso, e ribolliva: «Pesciolino, pesciolino d'oro...! Non maledire il giorno in cui sono nato (1/1/1912), io non ho colpa. Mia moglie s'è messa in testa di diventare regina, e solo tu puoi accontentarla...» Il pesce fece un'espressione perplessa: «... Ma perlomeno, la famiglia di tua moglie è di nobile lignaggio? ha simbolo araldico, scudo con elmo, cimiero e svolazzi? stemma e titolo sono ufficialmente riconosciuti nell'Elenco Nobiliare?» «Macché!» sospirò il pescatore, «mia moglie discende da una casata di buzzurri, se avesse uno stemma ci sarebbe raffigurato un pollo rampante.» «Neanche un antenato valvassore, neanche un valvassino?» «Neanche un ciabattino!» «Va be'» rispose seccato il pesce, «vuol dire che per lei farò un'eccezione. Torna al castello, la troverai regina.» Il pescatore tornò, e dovette sudare sette camicie per convincere le guardie a lasciarlo passare. Infine si trovò davanti alla moglie, seduta su un trono d'oro che pareva Elisabetta I. «Bada bene, uomo» disse al marito con alterigia, «che se io sono regina, non per questo tu sei re. Anzi d'ora in poi mi farai la cortesia di chiamarmi Maestà.» Trascorsero i giorni; una mattina la regina convocò il pescatore. «A pensarci bene, buonuomo, di regine ce n'è più d'una al mondo, ma di papa uno solo. E siccome io voglio stare al di sopra di tutti, ti ordino di andare immantinente dal tuo rombo e fargli recitare la formula "Annuntio vobis gaudium magnum" con quel che segue. Voglio diventare papessa, e ho già scelto il nome. Mi chiamerò Selvaggia I.» All'udire tali parole, il pescatore si fece una risata che echeggiò nella sala del trono, ma per tutta risposta la moglie gli suonò lo scettro in testa, minacciandolo di morte se avesse osato rifarlo. Così il disgraziato dovette incamminarsi di nuovo verso il mare, su cui intanto s'era scatenata una terribile tempesta. Il cielo era diventato nero di seppia, scariche di torpedine squarciavano l'aria, e onde rabbiose si infrangevano sugli scogli. «Pesciolino! Pesciolino d'oro!» chiamò a gran voce l'uomo, cercando di coprire il rumore dei tuoni. Ma dal mare non veniva nessun segno. L'uomo stava già schiaffeggiandosi per la disperazione, quando comparve il rombo, la cui faccia non prometteva niente di buono: infatti sembrava uno scorfano. Quand'ebbe ascoltato l'ennesima richiesta del vecchio, rispose: «Tu un giorno mi salvasti la vita, e io ti promisi qualsiasi cosa, ma non pensavo si giungesse a tanto.» «Vossìa mi perdoni» supplicò il pescatore, «per me non ho mai chiesto niente, ma se non faccio ciò che mi comanda mia moglie, mi sarà spiccata la testa dal collo!» «Allora va': fai in tempo a vedere la fumata bianca.» Il pescatore, di ritorno a casa, si trovò davanti alla basilica di San Pietro bis. Sul limitare della chiesa fu fermato dalle guardie svizzere: «Dove credi di andare tu?» «Sono il marito del papa» rispose l'uomo, e per questa risposta si guadagnò un'alabarda in testa. Per sua fortuna, la moglie era nei paraggi, e fece cenno alle guardie di farlo entrare. Anzi a dire il vero lo agganciò con il bastone papale e lo portò dentro. A ogni passo che dava, tutti le si inginocchiavano davanti, battevano mani e sventolavano bandiere bianche e gialle. E lei impartiva benedizioni urbi et orbi in quantità. Ma dopo appena due bolle, un concilio vaticano e tre beatificazioni, la papessa si stancò del grado di Santo Padre. Assisa sulla sedia gestatoria fece venire al suo cospetto il pescatore e gli disse: «C'è una novità importantissima: voglio diventare Dio. Voglio far sorgere il sole e la luna, voglio essere al di sopra di tutto e di tutti. Se farai il tuo dovere, ti nominerò elemosiniere o camerlengo, in caso contrario ti denuncio all'Inquisizione.» Per quanto folle fosse la richiesta, la parola inquisizione mise le ali ai piedi del vecchio. Fuori infuriava la tempesta, crollavano case e alberi, le montagne tremavano, il mare si sollevava in onde alte come campanili, e insomma pareva il Giudizio Universale. L'uomo gridò a squarciagola, intonò perfino Granada, ma niente, del pesciolino nessuna traccia. E quando, fradicio per la pioggia volse i passi verso casa, ritrovò la bicocca di una volta, e l'ex castellana ex regina ex papessa, ridiventata la massaia di un tempo. Morale doppia: chi troppo vuole nulla stringe. E a non spaccar la testa alla moglie per tempo, c'è solo da perderci. CENERENTOLA A un uomo gli si ammalò la moglie, e siccome, per guarirla in fretta, si affidò contemporaneamente all'omeopatia, alla fitoterapia e all'agopuntura, la donna morì, lasciandogli la sua unica figlia. Prima di crepare a sua volta, l'uomo si risposò, perché viaggiava spesso e gli occorreva qualcuno che badasse alla ragazza. La nuova sposa era vedova (si moriva a ripetizione in quel paese) e portò con sé le due figlie, che erano brutte come don Rodrigo al Lazzaretto, ma ancor più brutto avevano il cuore. Le ragazze presero subito a profittare della sorellastra, dolce, remissiva e bella, obbligandola - con il consenso della madre - a svolgere tutti i lavori domestici, anche quelli più pesanti, come portare la bombola del gas sulle spalle. E siccome era sempre sporca e impolverata, la chiamarono Cenerentola. Cenerentola obbediva a tutti gli ordini, pazientemente, non era come me, che in simili circostanze avrei augurato ai miei familiari una malattia inguaribile a testa. Ora avvenne che il re diede una festa che doveva durare vari giorni, nella speranza che suo figlio riuscisse a scegliere una sposa, e furono invitate tutte le donne in età da marito, comprese le figlie della vedova. Quando il giorno fatidico arrivò, le sorellastre ordinarono a Cenerentola di dedicarsi loro in tutto e per tutto, nel (disperato) tentativo di diventar belle. Infatti somigliavano entrambe a Margherita Hack. Allorché ebbe svolto tutti i compiti, la ragazza si avvicinò alla matrigna e le disse umilmente: «Anch'io vorrei andare al ballo...» «Che?!» le rispose la donna inarcando le sopracciglia come un cinese. «Che?! Vuoi andare al ballo del re, tu, una sguattera? una lavapiatti? una stracciona?» E le sorelle risero sguaiatamente, lasciandosi cadere sulle sedie a gambe divaricate. La matrigna riprese: «Ma ammettiamo pure che io, per democraziacristiana, ti accordassi il permesso di uscire di casa, ammettiamolo pure, ugualmente non potresti andare al castello, giacché non hai il vestito, ma solo cenci.» Ciò detto se ne andò, lanciandole uno sguardo di sdegno. Rimasta sola, Cenerentola cadde in depressione. Per tirarsi su, prese a caso un volume dalla libreria: era Lettera al padre di Kafka! Piangendo, uscì da casa. I suoi passi la portarono sulla tomba della madre, dove aveva deposto settimane prima una pianticella. La pianta era ancora là, e siccome la ragazza aveva un pollice tanto verde da credere che i vegetali fossero dotati di volontà e di potere, gridò ai quattro venti: Piantina, scuotiti, scrollati, d'oro e d'argento coprimi. Appena pronunciate queste parole, alcuni uccelli le gettarono indosso un abito di seta, e delle scarpette d'oro. «Miracolo! Miracolo!» gridò la ragazza. «Sant'Aquilino di Milano1 ha fatto il miracolo!» E subito corse in casa a prepararsi. Si vide molto carina, e domandò allo specchio chi fosse la più bella del reame. «Camilla Parker no di certo» dichiarò lo specchio, e questa risposta le bastò. Applicò delle ciglia finte agli occhi, fece un'iniezione di silicone alle labbra, spruzzò sul viso il profumo Chanci 40.000, e di lì a poco era al castello. Le sorelle e la matrigna, naturalmente non la riconobbero, la scambiarono per una delle tante invitate. Il principino, riavutosi dall'incontro con le sorellastre, appena vide entrare quella dama così bella, le andò incontro, la prese per mano e cominciò a ballare. Danzavano così vorticosamente da seminare il panico nella sala, e ci furono molti contusi e feriti. Il principe non le lasciò un solo istante la mano, avvinghiata alla sua come quelle di Fracchia. Nel bel mezzo della festa, però, Cenerentola diede un morso alla mano del principe e scappò. Infatti doveva rientrare a ogni costo per mezzanotte, poiché l'incantesimo finiva. Il figlio del re ci rimase tanto male che con la mano sana diede un pugno su un muro maestro. Il giorno dopo, quando le sorellastre e la matrigna tornarono al castello, Cenerentola si recò nuovamente sulla tomba, e intonò la stessa canzone: Piantina, scuotiti, scrollati, d'oro e d'argento coprimi. E accadde la stessa cosa del giorno prima: Nota: 1 Protettore dei facchini. gli uccelli le donarono un abito sfarzoso e le scarpette d'oro. E quando comparve alla festa, le parenti non la riconobbero, e il principe ballò solo con lei, e lei gli addentò la mano (sempre quella), e se la svignò. Ma quando il terzo giorno stava per ripetersi la scena, il giovane disse tra i denti: «E no! mo' nun me fate cchiù fesso!» Fece cospargere di pece lo scalone del palazzo, e quando la fanciulla corse via, una delle scarpette vi rimase appiccicata. Era una scarpetta piccola, non gli anfibi delle sorelle, e non poteva che appartenere a un essere gentile. E siccome principi e re fanno le cose in grande, fu ordinato a tutto il paese di tenersi pronto: ogni fanciulla da marito avrebbe dovuto calzare quella scarpina, e a colei alla quale fosse entrata sarebbe toccato l'onore di sposare il principe! Allora molte presero a limare i piedi, a darvi martellate poderose, a strofinarli con la carta-vetro, ma fu tutto inutile. Le sorellastre avevano gambe da ippopotamo, e tuttavia vollero provare lo stesso. L'inviato del re escluse subito che uno di quei mostri potesse essere la bella ragazza che stavano cercando, e diede loro da calzare la scarpa di uno Yeti. Siccome il piede di una delle due entrò benissimo, l'ambasciatore disse che avrebbe ricevuto notizie dall'Him-alava. Poi fu la volta di Cenerentola. La matrigna fece di tutto per evitare che si presentasse (sparse molte calunnie sul suo conto, affermò che era affiliata alla 'ndrangheta), ma il messo del re fu perentorio: tutte dovevano provare! Cenerentola, prima di scendere, fece un bel pediluvio, perché a fare la sguattera i piedi diventano grossi e neri, quindi si tolse il pesante zoccolo che calzava, e infilò il piedino nella scarpetta d'oro: le stava a pennello! «Questa, per Giove, è la dama misteriosa scappata tre volte!» proferì il corriere del re. «E questa, per Giove, sarà la sposa del principe!» Allora, per la contrarietà, vennero alle sorellastre due coliche renali, e dovettero essere trasportate all'ospedale; alla matrigna si manifestò improvviso l'herpes zoster (o fuoco di sant'Antonio). Messo al corrente della bella notizia, il figlio del re saltò sopra a un magnifico cavallo bianco, che prima di giungere a casa di Cenerentola superò per l'euforia alcune prove di equitazione: croce di sant'Andrea, barriera, staccionata. Alla doppia gabbia cadde e si ruppe metà del muso, ma poi si rialzò, e tra gli applausi di incoraggiamento dei contadini ritornò (con Cenerentola) a palazzo reale. Le due sorellastre stanno ancora al Policlinico Gemelli. CAPPUCCETTO ROSSO Questa è la storia di un lupo che s'era pappato una vecchietta. C'era una volta una bambina molto affezionata alla nonna, che ricambiava l'amore, perché si ricordava di quando, bambina a sua volta, era molto affezionata alla nonna. E siccome la nonna le aveva regalato un cappuccio di velluto rosso, dal quale non si separava mai, tutti la chiamavano Cappuccetto Rosso. Un giorno sua madre le disse: «Cappuccetto, tua nonna è ammalata, giace in un letto a castello (nella parte superiore ci dormiva il nonno) e non può cucinare. Va' a trovarla nel bosco, e portale questo dolce e questa bottiglia di liquore. Dille che è una mia invenzione: un cocktail di tequila, vodka e gin, ma non ne bevesse più di mezzo litro, per stasera. Oh, mi raccomando, andando via, non fare come al solito, che frughi nei suoi cassetti in cerca di denaro...» Cappuccetto prese il cestino e si inoltrò nel bosco. Avanzava saltellando come una deficiente quando fu fermata da un lupo. «Buon giorno, Cappuccetto.» «Buon giorno a te, lupo. Com'è che conosci il mio nome?» «Tutti nel bosco ti conoscono, ma chi ti pensa sempre sono i lupi, è una vera fissazione. Dimmi un po', cara, dove si va di bello?» «Vo dalla nonna inferma, ultimamente la sua malattia si è incarognita, ed è bloccata in un letto a castello (sopra ci dormiva il nonno).» «Poverina...! E dimmi, amore, la nonna vive sola? Nessuno le tiene compagnia, che so, un gorilla, una guardia del corpo, un tiratore scelto?» «Vive proprio solissima, ma non apre a chicche e ssia.» «E fa bene, credimi! Di questi tempi non c'è da fidarsi di nessuno.» E subito dopo aver inghiottito saliva, domandò dove abitasse la parente. «A un quarto d'ora da qui, subito dopo l'albicoccheto, il pescheto e il bananeto, hai capito dove?» «Veramente... a ogni modo ora devo lasciarti, ho un appuntamento urgente.» E ciò detto sparì nella foresta, correndo a più non posso, naturalmente in direzione casa della nonna. Arrivato che fu, bussò alla porta. «Chi è?» fece una voce dall'altro mondo. «Sono Cappuccetto Rosso, fu Giovanni e Carmilina Esposito, di anni otto» rispose il lupo, cercando di addolcire il più possibile la voce. «Oh, Cappuccetto, che gioia! Tira il paletto ed entra, io non posso muovermi, lo sai, sono ciónca1.» Il lupo entrò, gettando un'ombra sinistra sul muro, che pareva Nosferatu; quindi d'un balzo fu sulla nonna, e se la mangiò. Si vestì dei suoi abiti, calzò la cuffia, e si infilò nel letto. nota: 1 Paralitica. Ma il termine ha connotazione derisoria. Qualche minuto dopo arrivò Cappuccetto, e si meravigliò di trovare la porta socchiusa. Appena fu davanti alla nonna taroccata, indietreggiò, vedendo gli enormi organi dell'udito: «Eh, nonna, che orecchie grandi che hai!» «E' per sentirti meglio, nipote mia.» «Eh, nonna, che occhi grandi che hai!» «E' per vederti meglio, nipote mia.» «Eh, nonna, che bocca grande che hai!» «E' per mangiarti meglio, nipote mia!», e con un salto fu sopra la piccina e la ingoiò. Riempito lo stomaco di un mediomassimo (la nonna) e un mosca (la nipote), la bestia si addormentò, russando più di mio cognato. Ma il rumore del respiro fu tale che un cacciatore di passaggio si insospettì, e volle entrare in casa. Quando fu davanti al letto, vide che dentro le lenzuola c'era un lupo dalla pancia gigante. Intuendo ciò che era accaduto, prese una grossa forbice, e senza neppure un po' di anestesia, aprì la pancia dell'animale e cavò fuori nonna e nipotina. Bisogna dire che nel ventre del lupo, Cappuccetto e la nonna stavano molto strette, e dai "fatti più in là" si passò alle offese, alle minacce e ai colpi sotto la cintura. Le due parenti stavano appunto tirando di boxe quando il cacciatore le portò alla luce, ma una volta libere di muoversi, rifiorì l'amore. L'uomo scorticò il lupo e se ne tornò a casa con la pelle, gli animalisti protestarono davanti alla Scala, e tutti vissero felici e contenti. POLLICINO C'era una volta un povero contadino che trascorreva le sere davanti al camino, guardando il fuoco ed esclamando: «Mannaggia 'a vita!» Accanto all'uomo se ne stava la moglie, seduta a filare il triplo di Penelope, perché, non avendo figli, non sapeva come trascorrere le ore. Ogni sera, era la stessa scena. Il contadino sospirava: «Che tristezza, che ipocondria, che spleen baudelairiano vivere soli, non avere bambini. In questa casa regna il silenzio, mi sembra un club inglese, mentre nelle altre c'è vita, casino, allegria...» «E' vero» rispose un giorno la moglie, interrompendo la tela, «se avessimo un figlio, anche piccino piccino, anche un pigmeo, un omino non più grande di un pollice, sarei la donna più felice del mondo! E invece ho fatto la fine della signora Maigret, che pensa solo a cucinare per il marito, a caricargli la pipa, a infilargli le pantofole, e così via. Che schifo!» Il Cielo non fu sordo a quella preghiera. Dio esaudì il desiderio della donna, prendendo però alla lettera le sue parole. Dopo un mese di gravidanza nacque infatti un bimbo piccolo come un pollice, cui fu assegnato il nome di Pollicino. «Non è venuto gran che» ammise la madre. «Gli faremo mangiare bistecche alla fiorentina e mucca pazza a volontà» sentenziò il padre, «vedrai che crescerà!» Ma per quanta carne mangiasse (arrivavano dall'Argentina tir solo per lui) Pollicino restava sempre piccolo; intelligente e vispo sì, ma dell'altezza di un lillipuziano. Un giorno il bimbetto fornì prova della sua abilità nello sfruttare le proprie dimensioni. Siccome il padre aveva bisogno di qualcuno che lo andasse a prendere col carro, e non c'era nessuno, si infilò nell'orecchio del cavallo e gli comandò di andare nella tale direzione. Il cavallo si diresse benissimo, come fosse guidato con le redini da un cocchiere. «Quale mistero è mai questo» esclamò un forestiero nell'osservare la scena, «un carro che avanza da solo...! C'è qualcosa di strano qua sotto.» E insieme all'amico seguì il cavallo. Quando videro Pollicino scendere dall'orecchio dell'animale e raggiungere il padre, non sapevano più che dire dalla meraviglia. Ma siccome erano degli affaristi, subito prevalse l'aspetto economico: «Senti» disse uno all'altro, «questo mostriciattolo potrebbe fare la nostra fortuna se lo esibissimo nelle fiere. Adesso cerco di convincere il padre a vendermelo.» «Non se ne fa niente» rispose il contadino, «non lo vendo per nessuna cifra al mondo. Egli è il bastone... ehm... lo stuzzicadenti della mia vecchiaia.» Ma Pollicino, udite le trattative, gli si arrampicò su per la falda della giacca, e gli sussurrò: «Babbo, vendimi, vedrai che tornerò.» E siccome il genitore aveva molta fiducia nell'intelligenza del figlio (Pollicino aveva la fronte di Victor Hugo e i capelli di Zichichi) acconsentì, ricevendo una moneta d'oro. Il bambino scalò la spalla di uno dei signori, andandosi a collocare sul bordo del cappello. Quando arrivarono presso un campo appena mietuto, disse all'uomo: «Lascia che scenda, vedo un pasciuto coniglio selvatico preso al laccio, ne faremo un bel pranzetto.» Messo a terra, si nascose tra l'erba e sparì. I due compari lo cercarono dappertutto, bestemmiando come turchi, e non trovando più il ragazzetto capirono di essere stati gabbati. Pollicino, nascosto nel guscio vuoto di una lumaca, se ne stette fermo fino a quando non si allontanarono, quindi mise la testolina fuori. Giusto in tempo per ascoltare il dialogo di due ladri. Uno diceva all'altro: «Come potremo rubare a questo prete?» «Ci penserò io!» gridò Pollicino. «Che? un topolino che parla?» «Non sono un topolino, sono un bambino. E vi assicuro che posso passare tra le sbarre della stanza del prete, prelevare il denaro e consegnarvelo!» A vedere il frugoletto così vispo, i ladri si fidarono, e insieme raggiunsero il presbiterio. Ma una volta in casa, Pollicino si comportò (di proposito) come Stanlio, quando divulga segreti convinto di custodirli (del tipo: «Siamo venuti qui per rapire la figlia del suo padrone, ma non dobbiamo dirvelo»). Infatti cominciò a gridare: «VOLETE TUTTI I LUIGI D'ORO E I LINGOTTI D'ARGENTO?» E più i ladri gli facevano (disperati) segni di abbassare la voce, più lui la alzava: «VI INTERESSANO PURE I QUADRI E L'ARGENTERIA?» I rumori svegliarono la cuoca, che si precipitò a vedere cosa stesse accadendo, e udendo i suoi passi, i mariuoli se la diedero a gambe. Pollicino si nascose in una mangiatoia, e precisamente dentro una montagna di fieno. Al mattino, però, una serva diede da mangiare alla mucca, e il nostro eroe fu ingoiato dal ruminante. Dal ventre dell'animale, il bambino con quanto fiato aveva in gola gridò: «Aiuto, sto facendo la fine di Giona!» Presa da gran spavento nell'udire una bestia parlare, la serva corse a chiamare un prete. Il prete era uno di quelli che non credono agli Ufo, ai fantasmi, all'Area 51 ecc. e chiamò "visionaria" la donna; ma ella lo spinse di forza in strada, giurando sull'anima di chi le era morto di aver sentito distintamente la mucca parlare. Appena la voce risuonò, il sacerdote fece un sobbalzo, segnandosi più volte: «Questa è opera del maligno! E L'Esorcista in versione integrale!» Ciò detto asperse l'animale di acqua benedetta, recitando la formula di rito: «In nome di Dio Onnipotente, ti ordino, pezzo di m... senza eguali, mastodontico coglione, dilettante allo sbaraglio, di uscire dal corpo di questa bestia, e di andare a tormentare qualcun altro!» Ma siccome Pollicino gridava sempre più forte, fu deciso di abbattere l'animale. Lo stomaco (entro il quale era il bambino) fu gettato in strada, ma ecco che un lupo affamato lo inghiottì, e Pollicino finì dalla padella alla brace. «Caro lupo» fece dalle interiora della bestia, «nell'ultima casa del villaggio c'è una dispensa ben fornita... lì sì che potrai sfamarti! Quando verrà la notte, entra dal tubo di scarico, e sarai in cucina.» "Questo lungo digiuno" pensò il lupo, "mi sta provocando delle allucinazioni. Sento le voci come Giovanna d'Arco... Bah! a ogni modo seguirò il consiglio." Così si infilò nel tubo, e fece razzia. Ma la pancia troppo piena, gli impedì di uscire per il tombino, rimanendo in trappola. Allora Pollicino gridò: «Padre, padre, ammazzate il lupo, sono prigioniero nella sua pancia!» L'uomo, svegliato in pieno sonno, era ancora stordito, e invece di abbattere subito l'animale, cominciò a porre delle domande oziose: «Preferisci che gli spari con pallini da schioppo o con pallettoni? con proiettili dum-dum o con cartucce da caccia?» Si udì allora dal ventre del lupo un'imprecazione1, e questo accelerò le operazioni. Riportato alla luce Pollicino, tutti fecero festa. E così finisce questa fiaba cretina. Nota: 1 «Muóvete, strùnzo!» BIANCANEVE Un re partì per la guerra, lasciando la moglie incinta di Biancaneve. Un giorno, la povera donna fu testimone di un furioso battibecco tra un drago e un cavaliere, e per lo spavento morì. Il re apprese la notizia sulla via del ritorno, e fu tale il dolore, che subito riprese moglie. La nuova sposa era molto bella, quando usciva nel borgo gli antenati di Renato Salvatori e Maurizio Arena la seguivano, certi villani le sussurravano parole irripetibili. Però la sua superbia non era inferiore alla sua bellezza. Possedeva uno specchio magico, cui ogni giorno domandava: Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame? Nonostante la domanda fosse posta di prima mattina, quando la sovrana non dava il meglio di sé, lo specchio rispondeva: Regina, la più bella sei tu ed ella ritornava agli appartamenti dimenando le natiche come un'abissina. Ma intanto Biancaneve cresceva, diventando sempre più bella e più bianca, e quando compì sette anni, la sua bellezza era così sfolgorante, che nessuno, nemmeno la matrigna, poteva competere. Una mattina, la regina interrogò lo specchio, convinta di ricevere la solita risposta. Ma ecco che avvenne un fatto straordinario: Regina, la più bella sei tu. Ferma! Non ho finito di parlare! Ma Biancaneve lo è assai di più! Come potremmo descrivere la reazione della regina? All'incredulità e allo sbigottimento iniziale seguirono un'ira funesta e una furia devastatrice passate alla storia come I grandi disastri del XII secolo. Ogni oggetto che aveva la sfortuna di trovarsi nel suo raggio d'azione era fatto volare, fracassato, mandato in frantumi, un gatto che passava da quelle parti, non passò più per nessun'altra parte. Da allora, la sola vista di Biancaneve faceva venire l'ittero alla regina, la faceva somigliare a Mao Tse-tung. Un giorno, non potendone più, chiamò un servitore e gli disse: «Questa notte, dopo il rosario, ho preso una decisione. Devi condurre Biancaneve nella foresta e ucciderla. Come prova della sua morte mi porterai il suo cuore.» Il servitore indietreggiò, inorridito dalla richiesta, e il suo volto si riflesse nello specchio magico, che gli sussurrò: «... è meglio per te e per me che vai.» Così prese la bambina e la portò nel bosco. Giunto in una radura isolata, estrasse il coltello, ma la fanciulla, essendo molto perspicace, capì che le si voleva fare la festa e lo supplicò di risparmiarla. Il cacciatore, dopo aver esitato qualche istante, cadde in ginocchio, chiedendole perdono. Poi, dopo averle raccontato tutto: «Va'» le disse, «fuggi quanto più puoi, non ti azzardare a tornare al castello!» Biancaneve accelerò da 0 a 100 in sette secondi, mentre il servo colpì a morte un cinghialetto, gli tolse il cuore, e lo portò alla regina come prova. Biancaneve, intanto, sola nel bosco, correva a più non posso; a ogni momento le sembrava di scorgere bestie feroci rincorrerla, poi stanca si fermava, subito riprendendo la corsa al minimo pericolo, ma spesso erano false partenze e doveva allinearsi di nuovo. Infine, sul far della sera, scorse una piccola casa e vi entrò per riposarsi. C'era un tavolino ricoperto da una candida tovaglia e apparecchiato con sette piattini: ogni piattino aveva il suo cucchiaino; c'erano sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini. Tutt'intorno, oggetti minuscoli, compresi i letti, su quattro o cinque dei quali si lasciò cadere (per fortuna i letti erano accostati), vinta dalla stanchezza. La casa apparteneva a sette nani, che estraevano minerali dalle montagne. Erano scampati a una catena di tragedie minerarie in Belgio, e la paura li aveva rimpiccioliti. Rientrando, trovarono Biancaneve addormentata, e cacciarono un lunghissimo «OhhhL.» di meraviglia. Mai, infatti, avevano visto una simile bellezza. E all'istante presero sette formidabili cotte. «Non la svegliamo» sussurrò Bolo. «Ammiriamola in silenzio» aggiunse Pisolo. «E' la più bella creatura del creato» sospirò Mammolo. «Al suo cospetto le altre donne sono dei cani San Bernardo» affermò Dotto. Al contrario, quando il mattino dopo Biancaneve si svegliò, nel ritrovarsi davanti i sette nani (che per la notte s'erano arrangiati alla meglio) s'impaurì, rificcandosi sotto le coperte. Ma gli gnomi la rassicurarono sulle loro buone intenzioni. Dotto, poi, le ricordò che geni come Orazio, Aristotele, Platone, Leopardi, furono piccoli di statura; e Alberto Magno, così basso, che ammesso dal papa al bacio del piede, questi gli ordinò di alzarsi credendolo ancora in ginocchio. A poco a poco Biancaneve prese confidenza con quegli strani esseri, che le domandarono chi fosse e come si trovasse nella loro casa. La giovane raccontò tutta la sua storia, e queste furono alcune delle reazioni dei nani: «Ghella cessa d"a reggina...!» «... e chill'ato strunzo 'e specchio, nun se putèva sta zitto?» Poi Brontolo parlò per tutti: «In ogni modo, se vuoi restare qui, ti ospiteremo fin quando vorrai; potrai provvedere alla casa: cucinare, fare i letti, lavare, cucire, stirare, spolverare, mettere a bucato la biancheria, pulire i gabinetti, innaffiare le piante, dare la tinta alle pareti, sbattere i tappeti, caricare la legna eccetera. Se lavorerai come un somaro, non ti metteremo mai alla porta.» Biancaneve si disse pronta a fare tutto ciò che volevano, e mentre i nani andavano sui monti in cerca di minerali, cominciò a rassettare la casa. Intanto, la matrigna, cui era stato consegnato il cuore "falso", convinta di non avere più rivali, andò davanti allo specchio e formulò la solita domanda: Specchio delle mie brame chi è la più bella del reame? Convintissima che lo specchio avrebbe risposto: «Che domande?! Dopo che è morta Biancaneve sei tu la più bella», gli girava già le spalle, quando alle sue orecchie giunsero le parole più orrende e impreviste di tutti i tempi: Bella sei tu in questa reggia Ma di là dai monti e dai piani Presso i sette nani Biancaneve ti sovrasta. All'udire quella filastrocca, la regina fu presa da tale isteria che cominciò a ballare un rap furioso, a schiumare come un cavallo e a fare capriole come un ginnasta. Alla fine dell'esibizione, afferrò una mazza da baseball e cominciò a colpire lo specchio con botte micidiali, gridando: «Scurnacchiato1! figlio 'e puttana! maniaco sessuale!» Quando l'ebbe mandato in frantumi, si accasciò in un angolo, le mani sanguinanti e i bicipiti più sviluppati. Ma anche così non era finito, perché dai vari frammenti di vetro disseminati a terra, uscivano brandelli di parole: "ncaneve" "iù" "bel" "di" "t"... Ancora in preda al furore, andò in una tetra stanza segreta, e siccome era esperta di magia nera, preparò una mela rossa stregata. Fuori, si presentava come il classico frutto, ma dentro... dentro c'era il sonno di mio cognato elevato all'ennesima potenza: infatti, chi l'addentava cadeva in un torpore mortale, che solo un bacio da primato poteva cancellare. Quando la mela fu pronta, la regina bevve un filtro magico che la trasformò in strega, quindi, camuffata da contadina, s'incamminò. Nota: 1 Cornuto. Ma era così brutta, che al suo passaggio i villani si scostavano, e uno di loro la scambiò per Vianello travestito. Attraversati i sette monti, arrivò alla casa dei nani. La riconobbe subito perché era una casa che fungeva anche da box auto. Bussò a una finestra e apparve Biancaneve. Appena la vecchia vide la fanciulla, il primo moto fu di tirarle i capelli, trascinarla a terra e farla volare come i nemici di Bruce Lee, ma il rumore avrebbe potuto attirare qualcuno, e perciò, tenendo a freno l'istinto, con voce melliflua le offrì il frutto. Biancaneve, cui i nani avevano raccomandato di non aprire a nessuno e soprattutto di non accettare cadeau sospetti, stava per chiudere gentilmente le imposte in faccia alla strega, quando questa cominciò a decantare tutte le virtù della mela: «Questo frutto ha un alto valore nutritivo. E' ricco di vitamine e di sali minerali, tra i quali il potassio, il bromo e il magnesio; contiene inoltre una sostanza, la pectina, che è molto utile per l'intestino e abbassa il livello di colesterolo nel sangue.» Neanche a farlo apposta, Biancaneve aveva molto bisogno di pectina, e spalancata la finestra, strappò di mano la mela alla vecchia. «Ah, la gradisci, la mela...» fece soddisfatta la strega. Ma dopo il primo morso, Biancaneve cadde stecchita, e la vecchia, dopo una risata satanica, esclamò: «Adesso voglio proprio vedere cosa dice quel minorato di specchio!» Dimenticava infatti di averlo mandato in frantumi. Al colmo della felicità, credendosi finalmente miss mondo, corse verso il castello, ma inciampò nella radice di un albero, e fece un volo di quarantuno metri e cinquanta centimetri, rompendosi l'osso del collo. Subito gli avvoltoi le strapparono le carni. Intanto, i nani, ritornati a casa e scoperto il corpo senza vita di Biancaneve, si disperarono. Mammolo effettuò una respirazione bocca a bocca (era il più timido di tutti, se non lo faceva adesso non lo avrebbe fatto più), Pisolo tentò di rianimarla praticando il massaggio cardiaco, Brontolo la schiaffeggiò a ripetizione. Ma non ci fu nulla da fare: «Era proprio morta. Per il dolore, Cucciolo divenne nichilista. Poi sopraggiunse per tutti la rassegnazione. Il coraggio di seppellirla non l'avevano, e allora fecero una bara di cristallo, per continuare a vederla, e la deposero: i piedi da una parte e la testa dall'altra. Anche gli animali vennero a piangerla, e i cartoni animati. Trascorse molto tempo, Biancaneve non si decompose (era stata molto devota di santa Rita), e, tranne Pisolo, c'era sempre un nano che le teneva compagnia la notte. Ma un bel giorno un principe bellissimo capitò nel bosco, e saputa la triste storia di Biancaneve, chiese che fosse scoperchiata la bara, perché voleva baciare quella splendida creatura. Alle rimostranze dei nani rispose: «Non sapete dunque che un bacio attiva una vasta porzione di corteccia cerebrale mettendo in moto un processo biochimico di risposte ai messaggi inviati dalle labbra? Che la pressione sanguigna, così come la temperatura corporea, sale? Che un lungo bacio aumenta la frequenza respiratoria, e che il battito cardiaco aumenta fino a centoventi pulsazioni al minuto? E' così che riporterò in vita Biancaneve!» Ciò detto impresse le labbra su quelle della fanciulla, e siccome non le staccava più, tutti gli saltarono addosso e tentarono di scollarlo. Biancaneve si sollevò come Dracula dalla bara, emise un profondo respiro, si stiracchiò per mezz'ora, quindi gettò le braccia al collo del salvatore, e tra gli applausi dei nani salì sul cavallo del principe, direzione Montecarlo. FINE. Una produzione Grimm-D'Orta-Disney da Charles Perrault BARBABLU' Ci credereste? C'era una volta qualcuno. Era un uomo, che aveva palazzi in città e ville in campagna più della Tecnocasa. Si trattava dunque di un partito eccellente, e ciò nonostante tutti lo scansavano, a causa della sua enorme barba di colore blu, che lo faceva simile a un orco. Incurante del suo aspetto, un giorno chiese in sposa una delle due figlie della vicina di casa, a scelta della madre, tanto erano belle entrambe. Ma le ragazze proprio non ne volevano sapere di prender per marito un tipo così brutto, e soprattutto uno che s'era sposato più volte, e le cui mogli non si sapeva che fine avessero fatto. Barbablù (questo il soprannome dell'uomo) non si arrese, organizzò nel suo castello una festa con canti e balli per otto giorni, alla quale invitò una brigata di amici e le due fanciulle, che corteggiò instancabilmente (ogni mezz'ora faceva un turno di riposo). Alla fine, la più giovane cedette (potenza del denaro!) e in capo a qualche settimana fu celebrato il matrimonio. Trascorse un mese, e Barbablù disse alla moglie che doveva assentarsi per affari, ma che stesse pure allegra, invitasse chi più le andava, se la godesse, insomma. «Eccoti le chiavi per aprire le casseforti di casa, troverai oro e gioielli in quantità, e queste altre sono per le varie stanze. Quanto a questa piccola chiave, è quella che apre lo stanzino, ed è l'unica che non devi usare mai. Ricorda, guai a te se lo farai! Ti aspetterebbe una punizione pazzesca!» La moglie giurò sul Vangelo delle Edizioni Paoline che mai e poi mai avrebbe disobbedito, che non le interessava per niente aprire uno sgabuzzino, e salutò il marito con una stretta di mano (i baci non erano previsti dal contratto matrimoniale). Giorni dopo giunsero al castello amici, parenti e conoscenti, tutti desiderosi di vedere le immense ricchezze di Barbablù. La giovane padrona mostrava arazzi, letti, divani, specchi dorati, spalancando le porte di decine di stanze, e sempre si levava un «Ohhh!...» di meraviglia. Ma la tentazione di aprire la camera interdetta era fortissima. Aveva nelle orecchie le parole di fra Pappina: «Marcellino, per quella scala non devi salire mai! Lassù c'è un uomo grande, che ti porta via...» E puntualmente, come Marcellino, disobbedì. Giunta dinanzi alla porta, esitò un momento, considerando la punizione cui poteva andare incontro, ma la tentazione era così forte che alla fine cedette: girò la chiave nella toppa ed entrò. Dapprincipio non vide nulla, perché le finestre erano socchiuse, poi, pian piano, gli occhi si abituarono alla semioscurità, e riuscì a distinguere le cose. Quello che vide servì a Dario Argento per allestire il set del suo nuovo film (intitolato Avete aperto quella porta? Ben vi sta!} il pavimento era tutto coperto di sangue coagulato (ce n'era tanto da fare almeno quaranta miracoli di san Gennaro) e alle pareti pendevano i corpi di donne sgozzate! La giovane lanciò un urlo, poi divenne muta per lo spavento, quindi, ritornatale la favella, lanciò un altro urlo, e ridivenne muta. Fece questo per cinque minuti, infine scappò dalla stanza degli orrori, richiudendola a chiave. Questa, però, essendole caduta di mano, s'era macchiata di sangue, e a nulla valsero gli sforzi di pulirla, perché era fatata. Quando Barbablù ritornò, per prima cosa si fece restituire la chiave e quando s'accorse che era sporca di sangue, .capì tutto: «Ah, sgualdrina maledetta, piccola serpe, badante ucraina che invece di assistere la moglie del vecchio te l'intendi col vecchio, ti punirò severamente! Hai disobbedito ai miei ordini, ora prenderai posto accanto a quelle donne che hai visto penzolare!» La giovane gli si gettò ai piedi, implorando pietà, ma Barbablù le diede un calcio più forte di quello di Levratto. «Dato che devo morire, concedetemi il tempo per raccomandarmi a Dio...!» «Ti accordo sette minuti, non un secondo in più.» La giovane corse fuori e si rifugiò in camera della sorella. «Anna, ho i minuti contati (sono sette), ti prego di non farmi domande. Sali in cima alla torre, e osserva se arrivano i nostri fratelli; avevano promesso di venirmi a trovare, oggi. Se li vedi, grida loro che si affrettino!» La sorella si affacciò, ma siccome era parente del ragionier Filini, non vide nulla. «Ma sei sicura? Hai inforcato gli occhiali? Quanti sono questi?» (e le mostrava tre dita). Intanto i minuti passavano e Barbablù si spazientiva. «Sbrigati a recitare le preghiere! E' cominciato il countdown.» «Accordatemi ancora un momento» supplicò la donna. «Sono arrivata al "prega per noi peccatori".» E ridomandò alla sorella se vedeva qualcosa. «Vedo una nuvola di polvere...» «Sono i miei fratelli?» «E' un branco di pecoroni...» «Allora sono loro.» «Scendi o non scendi?» gridò Barbablù dalle scale. «Eccomi, ho già messo il piede destro avanti.» E invece era ancora lì, affacciata alla finestra, intenta a fare gesti plateali per attirare l'attenzione dei fratelli: agitò il fazzoletto alla padre Pio, sventolò bandiere, salutò con il saluto romano... Fece tanti di quei segnali, che quelli gridarono dal basso: «Che minchia hai da sbatterti così?» A un certo punto si udirono i passi di Barbablù che saliva le scale esclamando: «Il tempo è scaduto!», ed entrò in camera come un ossesso. Afferrò la moglie per i capelli, e brandendo un coltellaccio ruggì: «Ora raccomanda l'anima a Dio!» «Ma chi è Dio?» domandò la donna per prendere tempo. Barbablù, còlto di sorpresa, lì per lì non seppe rispondere, poi si ricordò di quando studiava catechismo, e disse: «Dio è l'essere perfettissimo, Creatore del cielo e della terra.» «E che significa perfettissimo?» «Perfettissimo significa che in Dio è ogni perfezione, senza difetti e senza limiti, ossia che Egli è potenza, sapienza e bontà infinita.» D'un tratto si scosse, avendo compreso l'inganno, e stava per abbattere il pugnale sulla moglie, quando la porta si spalancò, ed entrarono due cavalieri con le spade sguainate, gridando: «Qui si fa l'Italia o si muore!» Barbablù tentò di scappare, ma fu raggiunto e passato da parte a parte. Siccome il mostro non aveva eredi, tutti i tesori passarono alla moglie. I fratelli gliene chiesero una metà in prestito, e come è logico non gliela restituirono più. LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO Un re e una regina non riuscivano ad avere figli. Le avevano provate tutte, pure a inseminare artificialmente cavoli e cicogne, ma niente da fare. La regina faceva pellegrinaggi in tutto il mondo: Pompei, Loreto, Lourdes, Fatima, ma tornava sempre meno incinta. Infine, quando ormai aveva perso le speranze, si accorse di aspettare un figlio. Nacque una bimba, e per il battesimo furono chiamate le sette fate del paese, perché le facessero da madrine. Per loro fu apparecchiata una lunga tavola ricoperta di seta ricamata, con piatti, bicchieri, e posate d'oro. A un certo punto, però, entrò una vecchia fata, che nessuno aveva invitato, perché da anni viveva chiusa dentro a una torre, e tutti la credevano o morta o impazzita. Il re pensò: «Da dove è saltato fuori questo macaco?» ma siccome l'aspetto della vecchia non prometteva niente di buono, si affrettò a far preparare anche per lei un coperto. Purtroppo non v'erano più posate d'oro ma solo di stagno, e la fata in soprannumero prese la cosa come un'offesa, giurando in cuor suo vendetta. Al momento dei doni, ogni madrina fece regali eccezionali: chi rese la bambina la più bella del mondo, chi le donò una grande intelligenza, chi le consentì di mettere una grazia incantevole in tutto quello che avesse fatto, chi di danzare a meraviglia, chi di cantare come un usignolo, chi di suonare qualsiasi strumento con la massima perfezione. Venuto il turno della vecchia, questa sollevò la bacchetta magica (con la quale dirigeva sempre il Mefistofele di Boito) e proferì lugubri parole: Tu con un fuso ti pungerai e subito ne morirai! L'orribile profezia fece tremare tutti, ma una fata si fece largo tra i presenti e rivolgendosi al re disse: «Rassicuratevi, maestà. E' vero che la principessa si pungerà al dito, ma non morirà; cadrà in un profondo sonno, che durerà cento anni (poco male, la vita s'è allungata) ma poi il figlio di un re verrà a svegliarla.» Passarono sedici anni. Un giorno, la principessina, correndo spensierata per il castello, si ritrovò davanti a una soffitta, dove una vecchina se ne stava tutta sola a filare una conocchia. La donna ignorava l'editto del re che proibiva a chiunque di tenere in casa un fuso. «Che state facendo, nonnina?» chiese la principessa. «Sto filando, bella fanciulla.» «E da quanto tempo?» «Dai tempi di Paola Borboni.» La giovinetta, incuriosita, volle provare anche lei, ed ecco che si punse un dito, cadendo a terra come morta. La povera vecchia non credeva ai suoi occhi: a quel fuso s'era punta centinaia di volte, e al massimo aveva messo un cerotto. Spaventata a morte, si affacciò alla finestra e gridò aiuto, sembrava don Abbondio dopo il tentativo di Renzo di presentargli la moglie davanti ai testimoni. Il re, davanti al corpo esanime della figlia, si ricordò della predizione della fata, e si disperò (diede tre testate nel muro, venendone fuori un po' brillo). La ragazza fu adagiata su di un letto tutto ricamato d'oro e d'argento, e pianta al novanta per cento (al cento per cento se fosse morta). La fata che aveva predetto il risveglio della principessa in capo a un secolo, fu avvertita dell'incidente, e si precipitò a corte. Disse al re: «Maestà, quando vostra figlia tornerà in vita, troverà tutto cambiato, e le potrà venire un infarto per le novità. Bisogna escogitare un piano. E io l'ho escogitato. E' necessario che in questo castello ci si addormenti tutti (tranne lei e la regina) per cent'anni, in modo che la ragazza ritrovi ogni cosa come l'aveva lasciata. Poi si abituerà alla nuova realtà pian piano. Se mi dà carta bianca passiamo subito alle operazioni.» Il sovrano scosse la testa come la cavallina storna. Allora la fata toccò con la bacchetta magica tutti quelli che erano nel maniero: dame, governanti, servi, valletti, lacchè, cortigiani, e perfino gli animali. E come li toccava, Tonfavano tutti ch'era una meraviglia. Prima di uscire dal castello (per andare a vivere in una villa adiacente) il re fece proclamare un editto nel quale si vietava a chiunque di avvicinarsi al maniero. Ma il divieto non era necessario, perché in capo a un quarto d'ora crebbe tanta di quella vegetazione intorno alla costruzione, che si andò formando un bosco impenetrabile. Ed ecco perché questa fiaba si chiama La bella addormentata nel bosco. Trascorsero cento anni. Il figlio di un re che regnava in un paese vicino, andando a caccia, si ritrovò nei pressi del nostro castello, e domandò cosa fossero tutte quelle torri che spuntavano al di sopra della vegetazione. Ciascuno gli rispose secondo quello che aveva sentito dire: chi gli diceva che si trattava di un castello infestato da spiriti; chi del maniero di Vlad (Dracula); altri ancora di quello di un pentito di mafia. Come che fosse, era meglio tenersi alla larga. Il principe non sapeva a chi credere. Fermò un contadino che sembrava avere l'età di Matusalemme meno un anno, e gli domandò se poteva spiegargli quel mistero. «Principe» gli rispose il vegliardo, «in quel castello non vive nessun mostro, ma una bellissima principessa addormentata. Ha il sonno pesante, e può essere svegliata solo da un principe azzurro, celeste, o blu oltremare chiaro.» A quelle parole, il giovane sentì accendersi nel cuore un fuoco, e siccome aveva fatto alcuni provini per la parte di Zorro, salì sopra un albero, fischiò per far accorrere il cavallo, e gli saltò in groppa, dirigendosi a tutta velocità verso il castello. Al suo avvicinarsi al maniero, la vegetazione gli faceva largo, gli alberi si scostavano, varchi si aprivano al suo passaggio, sembravano i cipressi di Carducci. Giunto al castello, vide corpi distesi in terra di uomini e animali, ma nessuno aveva il pallore della morte, bensì l'intontimento del sonno. Molti soldati dormivano con il fucile in spalla, alcune dame parlavano nel sonno, i cavalli (come al solito) dormivano in piedi. C'era chi russava, chi si agitava nel sonno, chi scalciava, chi si rivoltava nel letto, chi dormiva con un occhio solo, chi era nel più bello del sonno, chi ci dormiva sopra, chi era affetto da sonnambulismo. Il principe fece alcuni sbadigli, e stava per crollare anche lui, quando, entrando in una stanza dorata, vide la principessa, distesa sopra al letto. Era bellissima, solo un po' gonfia agli occhi (sembrava Benvenuti dopo l'incontro con Monzon), ma per il resto, incantevole. Il cavaliere si chinò su di lei, e vincendo la repulsa di un alito a dir poco pesante, la baciò sulle labbra. Subito la principessa si svegliò, ma anziché gettare le braccia al collo del suo salvatore, lo sgridò: «E lei adesso arriva?» Il principe non badò a quelle parole, distratto dal rumore che tutt'intorno facevano uomini e animali ridestati. Tornati alla vita, ognuno voleva raccontare all'altro un secolo di sogni, e finì a mazzate. Furono subiti avvertiti il re e la regina, che pur abitando in prossimità del castello, impiegarono varie ore a raggiungerlo, essendo entrambi più che centenari (a ogni passo che davano, tutti applaudivano). Come videro la figlia, l'abbracciarono, e nell'abbraccio presero sonno. Più tardi morirono. IL GATTO CON GLI STIVALI Un mugnaio moriva a poco a poco. Cominciò a sentirsi male a trent'anni, e spirò a ottanta. Pochi minuti prima di andarsene, convocò i suoi tre figli e recitò a memoria il testamento: «Non m'interrompete, se no dimentico tutto. Dunque. A te, che sei il più grande, lascio il mulino; a te, che sei il mezzano, l'asino; e a te, che sei il più giovane, il gatto.» Ciò detto, spirò. Il figlio minore ci rimase molto male (non per la morte del padre, ma per le sue ultime volontà). "I miei fratelli" pensava, "potranno mettersi in società e fare affari. Ma io, che me ne faccio di un gatto? Questo, poi, non è neanche di razza, ce l'hanno venduto come persiano ma proviene da Maddaloni, provincia di Caserta. L'unica cosa che potrò farne, è quella di mangiarlo. Il gatto, udite queste parole, drizzò i peli, e siccome parlava, si rivolse al nuovo padrone: «Non affliggetevi, signore. In generale, un mulino e un asino valgono più di un gatto, è vero, ma io sono un gatto speciale. E ve ne accorgerete. Voi non dovrete far altro che darmi un paio di stivali e un sacco, e io troverò la maniera di farvi ricco, ben più dei vostri fratelli!» Sebbene il giovane non facesse molto affidamento su quelle parole, nutriva una certa qual fiducia nei suoi confronti. Come acchiappava lui i sorci, per esempio, non lo faceva nessuno. E infatti era conosciuto anche col nome di Catzilla. Così pensò: "Più povero di quel che sono, il micio non potrà farmi. Tanto vale tentare." Soddisfatte le sue richieste, il felino calzò subito gli stivali (con i quali somigliava a Rascel nei panni del corazziere), poi mise un po' di crusca nel sacco e andò a sdraiarsi in una conigliera, fingendosi morto. Non appena un coniglio o un leprotto entrava nella bisaccia, egli tirava i cordoncini e lo catturava. Quindi l'uccideva. Con queste prede, si presentò al palazzo del re, e chiese udienza. Le guardie stupirono nel vedere un gatto che parlava come Umberto Eco, e lo accompagnarono negli appartamenti reali. Il micio, condotto dinanzi al re, fece due riverenze e tre salamelecchi, quindi disse a Sua Maestà: «Sire, ecco alcuni conigli e leprotti che le manda in dono il mio padrone, marchese di Carabà.» «Dì al tuo padrone che lo ringrazio e accetto il suo regalo. Proprio questa mattina il mio cuoco non sapeva che cucinare.» Un'altra volta, il gatto andò a nascondersi in un campo di grano, e catturò con lo stesso sistema delle pernici. Quindi andò a offrirle al re. Che rispose: «Grazie, proprio questa mattina il mio cuoco non sapeva che cucinare.» Fece questo per due o tre mesi, e sempre il re accettò di buon grado i regali, affermando che il cuoco quella mattina non sapeva che cucinare (sospetto due cose: che il cuoco fosse a corto di idee, e che il re ci "marciasse"). Un giorno, il micio seppe che il sovrano doveva fare una passeggiata lungo la riva del fiume, assieme alla principessina, una fanciulla bellissima, illibata come una figlia di questore. Subito corse dal padrone, e gli disse: «Ascoltatemi. Oggi, a las etneo de la tarde, andrete a farvi un bagno nel fiume, nel punto preciso che vi indicherò. A las anco de la tarde, se farete quel che vi dirò, la vostra fortuna sarà fatta, a las cinco de la tarde. Ma ricordatevi (a las cinco de la tarde) di presentarvi come il marchese di Carabà, a las cinco de la tarde.» Così fu. Mentre il finto marchese era immerso nelle acque del fiume, passò la berlina del re. A un certo punto, il gatto gridò: «Aiuto, aiuto! Il marchese di Carabà sta affogando!» Il re, affacciatosi allo sportello della carrozza, riconobbe il micio che tante volte aveva incontrato a corte, e subito ordinò a due tuffatori della scorta di trarre in salvo l'uomo. Questi ringraziò con ampi gesti, ma disse di non poter uscire dall'acqua perché alcuni ladri gli avevano rubato i vestiti (era un'altra trovata del geniale felino). Allora il re comandò a due maratoneti della scorta di correre al castello e prendere uno dei suoi abiti più sfarzosi, quello con i pompon. Con mezzo busto di fuori, il mugnaio mostrava tutta la sua muscolatura, e siccome si sentiva osservato (soprattutto dalla figlia del re) descrisse alcuni esercizi di culturismo (esaltò in particolare bicipiti e tricipiti) sollevando l'ammirazione di tutti. Vestito che fu, si accomodò nella carrozza del re, scambiando con la principessina dodici occhiate di triglia. Il gatto, intanto, con la scusa di dover sorvegliare i campi del padrone, era corso avanti, per attuare il suo piano. Ma poco prima aveva sussurrato all'orecchio del cocchiere di condurre Sua Maestà in cima a un certo colle, sul quale sorgeva il castello del marchese. Raggiunti i mietitori attraverso una scorciatoia, disse loro senza troppi preamboli: «Brava gente, le vedete queste unghie? Fra poco passerà di qui la carrozza del re, se non gli dite che questi campi appartengono al marchese di Carabà, ve le ficcherò nelle carni!» Puntualmente il sovrano, raggiunti i campi, domandò ai contadini: «Di chi sono queste belle terre?» «Del marchese di Carabà» risposero tutti in coro, «abbiamo detto la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità!» Nel frattempo, il gatto con gli stivali era arrivato davanti a un imponente castello, il cui padrone era un orco. Si trattava di un orco ricchissimo, padrone di tutte le terre attraversate dal re. Quest'orco aveva fatto la sua fortuna grazie alle arti magiche, divenendo ricco quasi quanto il Divino Otelma. Il nostro felino bussò al portone, e l'orco domandò con modi sgarbati chi osasse distoglierlo dalle sue occulte meditazioni. «Sono io, il gatto con gli stivali.» «Mai sentito di un gatto con gli stivali!» «C'è sempre una prima volta, mostro.» «Non chiamarmi mostro, che vado su tutte le furie!» «Come vuole, signore. Ma potrei salire? Mi dicono che voscenza sia un grande mago. E vero?» «Verissimo! Chi oserebbe metterlo in dubbio? Sali, te ne darò dimostrazione.» Quando il micio fu a cospetto dell'orco, continuò la sua commedia: «Assicurano che lei sia in grado di trasformarsi in un leone...» «In un leone? Di sicuro!» E per dargliene prova, in pochi secondi si tramutò in un ferocissimo carnivoro dei felini. Fu tanta la paura del nostro gatto, che a momenti ne moriva. E solo quando l'orco riprese le sue sembianze, egli scese dal tetto dove aveva cercato riparo. Ma ora veniva la parte più delicata del piano, costringere il mostro a cadere nella trappola. «Mutarsi in un animale grande, è facile, ma in uno piccolo, piccolo come un topo, credo sia impossibile...» L'orco esclamò contrariato: «Impossibile? A me niente è impossibile! Io sono discepolo di Philipp Theophrast Bombasi von Hohenheim (1493-1541) detto Paracelso! Ora vedrai che cosa sono capace di fare!» E descrivendo nell'aria alcuni segni cabalistici, si tramutò in Jerry (il topolino). Il gatto d'un balzo gli fu sopra e lo mangiò. Proprio in quel momento la carrozza del re si fermò davanti al castello. Il primo a scendere fu il sovrano, aiutato da un lacchè, quindi il mugnaio e la principessina, cui era venuto un orzaiolo a furia di fare gli occhi di triglia. «Benvenuti nel castello del marchese di Carabà» esclamò il gatto con gli stivali. Il re si compiacque molto delle ricchezze del marchese (anche se non si spiegò perché ci fossero sulle pareti tanti ritratti di orchi) e avendo intuito che c'era del tenero tra la figlia e il nobiluomo, acconsentì - ancor prima che i diretti interessati avessero proferito parola - al loro matrimonio. Felix fece accomodare gli ospiti nella sala da pranzo, ove trovarono la tavola imbandita (l'orco l'aveva fatta preparare per certi suoi amici mostri). Le nozze si celebrarono in pompa magna; la sera si diede un favoloso banchetto, e al bravissimo gatto, per gratitudine, furono serviti topi di campagna e di città in quantità, e una zoccola napoletana grossa come un tacchino. da Madame Le Prince de Beaumont LA BELLA E LA BESTIA C'era una volta un mercante ricco sfondato. Era così ricco sfondato che poteva mettere al mondo figli quanti voleva, e infatti ne fece sei, tre maschi e tre femmine. La più piccola delle donne era anche la più graziosa, tutti la chiamavano Bella. Le altre sorelle erano molto gelose della sua grazia, e per questo erano piene di tic nervosi. Esse erano anche superbe, si davano arie da gran signore, non volevano farsela con nessuno, e trascorrevano le giornate passeggiando, ballando, e giocando a zecchinetta. Naturalmente (soprattutto fra i poveri sfondati) c'erano molti pretendenti, ma le damigelle erano sdegnose con tutti, perché miravano alla nobiltà. Un bel giorno il mercante fallì. Aveva investito tutti i suoi averi nelle azioni del Terzo Mondo, e non gli avevano fruttato. Così da un momento all'altro, si ritrovò senza un euro, dovette vendere il palazzo e ritirarsi in una casa di campagna. «Figli miei, vi chiedo perdono» disse con le lacrime agli occhi. «Avrei voluto fare di voi dei pezzi grossi: capi di governo, presidenti di Confindustria, editor Mondadori, e invece rischiate di diventare tassinari, saldatori, ombrellai. Quanto sono disgraziato! Però, non ci abbattiamo, finché c'è vita c'è speranza. Abbiamo questo pezzo di terra, lo coltiveremo, e ci sfamerà. Voi uomini lavorerete la terra, le ragazze si occuperanno dell'orto, del porcile e del pollaio.» Non finì di dire "porcile" che una delle figlie lanciò uno strillo: «Che? Dovrei badare ai maiali, portare gli zoccoli e vestire una ruvida casacca? Mai, piuttosto faccio la cocotte!» «Sì, sì, anch'io farò la cocotte» rispose l'altra sorella. «Anzi la faccio subito!» Ma alla fine si convinsero a restare. Così, sistemati nella fattoria, si misero tutti a lavorare la terra. In meno di qualche mese s'erano trasformati in perfetti bifolchi, e parlavano cafone. Dicevano "chi s'è dittu?" in luogo di "cosa ha detto?", "Nuova iorche" al posto di "New York", "otello" in vece di "hotel" eccetera. Lavoravano tutti, tranne le damigelle, che stavano a letto fino a mattino inoltrato, mentre Bella si levava alle quattro, si affrettava a pulire la casa, a preparare il pranzo per la famiglia, a scopare più di Cenerentola. Una sera, mentre tutta la famiglia era davanti al camino parlando bergamasco (erano stati molto colpiti da L'albero degli zoccoli], arrivò una notizia. Bisognava andare al porto perché era giunta una nave carica di mercanzie, di proprietà del mercante. Non vi dico l'entusiasmo delle ragazze! Ognuna chiedeva qualcosa di prezioso, vestiti, collane, pellicce, cappelli piumati. Solo Bella non chiese nulla, anzi no, una rosa, che da quelle parti non s'era vista mai. Il mercante si mise in cammino, ma quando giunse al molo, trovò una sgradita sorpresa: i creditori s'erano presi tutte le sue ricchezze. Sconsolato, si mise sulla via del ritorno. Ma poco dopo s'accorse d'essersi perduto nel bosco, a causa di una bufera. Stava già per disperare, quando scorse in lontananza un castello; lo raggiunse, e siccome il portone era aperto, vi entrò. A gran voce chiamò quelli di casa, ma nessuno gli rispose. Per farsi sentire, sollevò una tavola per otto persone e la gettò a terra, ma niente, sembravano tutti sordi in quel castello. Allora scrollò le spalle e disse: «Non mi sentono?! Peggio per loro!» E siccome era tutto infreddolito e fradicio d'acqua, prese due sedie stile Luigi XIV, le gettò nel camino e vi accese un bel fuoco. Dopo che ebbe asciugato i vestiti, stava per andar via quando notò in una grande sala una tavola imbandita, apparecchiata per una sola persona. Il mercante esitò, continuando a chiamare gli abitanti del castello, e perfino le maestranze: «Fuochisti, macchinisti, uomini di fatica!», ma poiché nessuno gli rispondeva, li mandò a quel paese, si sedette, e consumò un lauto pranzo. Alle ventitré e cinque lo colse il sonno, e siccome non stava più in piedi per la stanchezza, decise di buttarsi sul primo letto che gli fosse capitato a tiro. Aperta a caso una porta, ecco un letto capitargli a tiro. Sopra il quale si lasciò cadere di sasso. Il giorno seguente, prima di andar via, volle visitare meglio quello strano castello. C'erano scalinate maestose, ampi cortili, saloni enormi e pieni di mobili preziosi. Ma addirittura meraviglioso si presentava il giardino, pieno di fiori multicolori, frutta, ruscelli e alberi fuori stagione. Il mercante si ricordò allora della richiesta fattagli dalla figlia, e colse una rosa. Non l'avesse mai fatto! Gli si parò innanzi un mostro, anzi il Re dei mostri, l'Elephant man in libera uscita. Impossibile descriverlo, era un poco uomo e un poco animale, solo che la parte umana passava inosservata e quella animale colpiva (eccome) l'attenzione. Una orribile mescolanza di Minotauro e cinghiale, con un pizzico (appena una spolverata) di Giorgio Celli. «Ingrato» ruggì la bestia, «io ti ho dato asilo, ti ho scaldato, rifocillato, addormentato, e tu per ricompensa mi rubi le rose. Morirai per questo!» «Perdonatemi, Monsignore, non credevo di recarvi gran che danno cogliendo un fiore. Me lo ha chiesto una delle mie figlie...» «Non sono un Monsignore» tuonò il mostro, «ma una bestia. Anzi il mio nome è proprio Bestia!» «Bestia che non siete altro, non era mia intenzione offendervi; non vedendo nessuno, ho creduto di poter cogliere liberamente la rosa. Ma sono pronto a chiedervi scusa, e... a riattaccarla.» «Hai parlato di figlie; sono disposto a perdonarti, a condizione che una di loro venga spontaneamente qui, a morire al tuo posto. Augh, ho detto. Ora va, e giurami che se le tue figlie rifiuteranno l'offerta, tornerai entro tre mesi.» L'uomo accettò la proposta, anche se in cuor suo aveva già deciso di non sacrificare nessuno della famiglia, e di tornare a tempo scaduto. «Prima che lasci questo castello» disse con voce tranquilla la Bestia, «voglio che prendi ciò che vuoi. Non sia mai detto che un mio ospite se ne vada a mani vuote. Torna nella stanza dove hai dormito, troverai un baule, riempilo di ogni cosa che desideri.» "Sarà pure una bestia, costui" pensò il mercante, "ma ha sentimenti buoni." E riempì la cassa di monete d'oro. Quindi salì in groppa a un cavallo e in poche ore era di nuovo a casa. Appena lo videro, le due figlie schifiltose gli fecero festa, ma come seppero della sua disavventura coprirono di ingiurie Bella, a causa della quale il padre avrebbe perso la vita. «E' colpa tua se rimarremo orfane! Hai voluto fare l'originale, la stravagante, la beat, chiedendo una rosa. La signorina non poteva accontentarsi di chiedere un tappeto persiano, una pelliccia di visone, un diamante... No, doveva distinguersi, doveva avere una rosa!» «Non vi preoccupate, sorelle mie, non perderete vostro padre, andrò io dall'animale. D'ora in poi saremo conosciuti come La Bella e la Bestia.» «No, sorellina» intervennero i fratelli, «anche se La Bella e la Bestia suona bene, non permetteremo che sacrifichi la tua vita. Andremo noi dal mostro, e gli daremo tante di quelle mazzate (qualcuna anche a tradimento) da ucciderlo.» «Non lo sperate» rispose mesto il mercante, «Bestia è così forte che vi farà volare come nei film di Ridolini. In quanto a te, Bella, non fare la bestia, voglio dire, non intestardirti nel tuo proposito, sei così giovane, mentre io ho passato da un pezzo gli anta. E' vero che corro ancora dietro alle donne, ma non ricordo più il perché. E allora è giusto che sia io a sacrificarmi...» «Unni minchia vulìti iri?» lo rimproverò Bella. «Il vostro posto è qui, padre. Io non tengo molto alla vita, anche se sono giovane, e poi, perdendo voi a causa mia, dovrei solo gettarmi dal balcone.» La discussione andò avanti per un'ora, e finì che si strapparono i capelli a vicenda. Ma chi la spuntò fu Bella. Quella notte la fanciulla non prese sonno, il mattino seguente si presentò col volto cereo, e a stenti si reggeva in piedi. Tuttavia anche in simili condizioni si ricordò delle sorelle: «Babbo, col denaro che avete portato, maritatele, non vi sarà difficile. Io le perdono di cuore.» In groppa al cavallo che li conduceva al castello, il mercante versava lacrime a ripetizione, e le versava anche il cavallo, destinato al palio di Siena. Il castello era sfarzosamente illuminato, come se si aspettasse un ospite di riguardo, e in una delle sale c'era una tavola imbandita con cibi prelibati: "La Bestia vuole ingrassarmi per bene, prima di mangiarmi" pensò Bella, ma nascose le sue ansie al genitore, esortandolo a prendere un po' di cibo. «Mi si è chiuso lo stomaco» disse il padre, «ma per farti contenta mangerò solo quella trippa.» Aveva appena cenato, che comparve in sala la bestia, vestita come il mago Zurlì. Nonostante l'aspetto, aveva una bella voce calda e pastosa (ricordava quella di Nando Gazzolo) e questo mitigò in parte la paura di Bella. Il mostro guardò per bene la fanciulla, quindi: «Dite un po'» fece, «ci siete venuta o vi ci hanno mandata?» «No, nessuno mi ha obbligata» rispose tremando Bella, «sono venuta di mia spontanea volontà, per fare esperienza.» «Ammiro il vostro coraggio, fràulein. Questa notte vostro padre vi farà compagnia, poi dovrà andarsene.» Ciò detto si ritirò. Il mercante cercò di infondere coraggio alla figlia: «Vedi? Il diavolo non è poi così brutto come lo si dipinge. Bestia avrebbe potuto mangiarti, invece lo farà domani. Sia ringraziata la Provvidenza!» A letto, Bella fece tutti sogni strani (in uno, sognò di essere Plinio il Vecchio) e al mattino li raccontò al padre. Il padre disse: «6 fa la Bella e 13 fa la Bestia. Se poi ci aggiungiamo 90, la paura, facciamo un bel terno.» Cercava di risollevare la figlia facendo il buffone. Ma quando fu il momento di dirle addio, emise un ululato che risvegliò dalla tomba Zanna Bianca. Rimasta sola, la ragazza, in attesa di essere pappata, visitò il castello. Era una sontuosa costruzione, ma la cosa più straordinaria fu l'imbattersi in una porta su cui era scritto «Appartamento di Bella». Aprì la porta e si trovò davanti a un'imponente biblioteca, in cui erano racchiusi tutti i tesori dell'intelletto umano, dai Dialoghi di Platone a Io speriamo che me la cavo. Sul dorso di un volume era scritto a caratteri d'oro: Desiderate e comandate: voi qui siete la regina! Il titolo era accattivante, e Bella prese il libro e formulò il desiderio: voglio vedere papà! Subito in uno specchio comparve l'immagine del genitore che tornava afflitto a casa (sembrava Calimero) e delle figlie che non si degnavano neppure di riceverlo. L'immagine poi svanì, e alle spalle di Bella apparve la Bestia. Bella fece un balzo e andò a rintanarsi in un angolo. «Non abbiate paura, cara, non voglio farvi del male. Ma dite la verità: sono davvero molto brutto, eh?» «Ebbene, sappiate che io non mento mai. Sono franca, sono schietta, se uno mi fa schifo glielo dico in faccia. E voi... voi, non è che siate proprio avvenente, questo sì, diciamo che siete... siete al limite del brutto, ecco.» «Oh» si illanguidì la bestia, «non c'è bisogno che addolciate le parole, so benissimo d'essere un mostro. D'altra parte, come scrive Leopardi nello Zibaldone: L'uomo di immaginazione, sentimento ed entusiasmo-, privo della bellezza del corpo, è verso la natura appresso a poco quello che è verso l'amata un amante ardentissimo e sincerissimo non corrisposto. Non per questo vi farò del male. Me ne starò buono a vedervi cucire, leggere, passeggiare. Farò il guardone senza disturbarvi.» «Bestia, voi non siete un animale feroce, avete un buon cuore, le vostre parole mi hanno confortata. Anzi vi dirò: il vostro aspetto non mi fa paura come all'inizio. Vi trovo interessante, un tipo, appunto, leopardiano...» «Vi sono molto riconoscente per queste parole. E vi ribadisco che da me non avete nulla da temere. Sarete la regina di questa casa.» I due cenarono a lume di candela, poi, alla seconda portata, Bestia con voce tremante disse a Bella: «Bella...» «Cosa..?» «Volete...» «Cosa?...» «Diventare...» «Cosa?...» «Mia...» «Cosa?...» «Moglie?...» Bella stava per ingoiare un panzaròtto (crocchetta di patate), ma le andò di traverso, e a momenti soffocava. Bestia le diede un pugno nella schiena, e la polpettina fu digerita. Riavutasi dal soffocamento, la fanciulla con un filo di voce rispose: «Sei una cara bestia, ma rimaniamo amici.» Il mostro avrebbe voluto emettere un sospiro, ma gli uscì un fischio così acuto che partirono tutti i treni della vicina stazione. Bella trascorse tre mesi in quel palazzo, sempre oggetto delle più tenere attenzioni da parte di Bestia. Ogni tanto l'animale tornava sul discorso matrimonio, ma erano parole inutili: Bella era sempre più decisa a non imbestialirsi. Un giorno, la ragazza, guardando nello specchio, vide il padre malato, e chiese al mostro di potergli fare visita. Visita che le fu concessa, fidando nel suo ritorno. «Fra otto giorni sarò di nuovo qui, lo giuro su Attilio Regolo.» «Conterò le ore, e pure i fusi orari. Vuoi sposarmi?» "E daglie, co sta litania...!" pensò la fanciulla. Così si mise in cammino, e a chi le domandava: «Avete un viso conosciuto. Siete per caso La Bella addormentata nel bosco'?» rispondeva seccata: «Ma quante volte devo dirvi che sono Bella di La Bella e la Bestia?» Quando fu vista entrare in casa, il babbo, avvisato da un bifolco, si precipitò su per le scale e si ruppe un braccio, ma sciocchezze!, la gioia di rivedere la figlia era troppo grande. Il genitore confessò che la considerava già mangiata e digerita, e invece la trovava più in carne di prima. Le due sorelle erano sposate, ma il loro matrimonio era fallito, perché il marito della prima era Testimone di Geova (e lei Quacchera), e il marito della seconda Mormone (e lei Catara). Perciò il loro umore era sempre nero. Così, quando videro Bella vestita degli abiti più sfarzosi, andarono su tutte le furie, e in poco tempo elaborarono un piano diabolico: intrattenerla per più di otto giorni, così che Bestia, al nono, l'avrebbe mangiata. Si finsero felici di rivederla, le fecero moine per sette giorni, quindi, allo scoccare dell'ottavo, cominciarono a strapparsi i capelli per il dolore della separazione, una addirittura minacciò che avrebbe fatto harakiri. Allora la ragazza promise che sarebbe restata altri otto giorni. Una notte, però, sognò Bestia che versava in uno stato pietoso. Era steso a terra e pareva morto. Lei si gettò sul suo corpo senza nessuna ripulsa, gli bagnò la testa, e lui, riprendendosi le disse: «Il dolore della vostra promessa non mantenuta mi ha ucciso, ma muoio contento di rivedervi l'ultima volta.» Allora Bella gridò: «No, per Diana!, non sia mai detto che per colpa delle mie sorelle io vi uccida! Tornerò da voi, e (sentite, sentite questa) vi sposerò, a dispetto della vostra fisionomia! Voi avete un cuore grande in petto, lenite nu Vesuvio!» Non ebbe pronunciato queste parole che si ritrovò (per davvero) nel castello di Bestia, illuminato a festa. Ma quale fu la sorpresa? Sdraiato sotto un albero c'era un principe bellissimo, altro che quello di litanie, come si chiama?, Leonardo DiCaprio. Egli si avvicinò alla fanciulla, e dopo un inchino esagerato le baciò la mano. «Dov'è la mia bestia?» chiese turbata la ragazza. «E' qui, ai vostri piedi» rispose il principe. «Una fata cattiva mi aveva trasformato in mostro, condannandomi a restare tale fino a quando una creatura di animo sensibile non avesse apprezzato più le mie virtù che il mio sembiante. Per questo vi domandavo sempre se volevate sposarmi...» Bella pianse di gioia, poi prese la mano del principe e lo fece alzare, dicendo: «Ora non saremo più La Bella e la Restia, ma La Bella e il Fighetto.» Mano nella mano attraversarono le grandi sale del castello, spandendo tutt'intorno la loro felicità. L'ex mostro, rimbecillito dalla gioia, cantava «La biondina in gondoleta, l'altra sera gò menà, dal piaser la poveretta la s'à in bota indormenzà.» Le disse «ti amo» in lingua apache («Shit shin ron») e siccome Bella non capiva, glielo tradusse in mandarino («Wo ai ni»). Ma quale non fu la meraviglia quando, giunti nella sala dei ricevimenti, videro tutta la famiglia al completo! Essa era stata trasportata là da una fata benevola, apparsa una notte in sogno a Bella. «Una volta, durante la fase REM del sogno, ti dissi che saresti diventata regina, per la tua bontà. Ora mantengo la promessa. In quanto alle tue sorelle, saranno trasformate in statue di pietra, perché di pietra ebbero il cuore. Esse saranno le mute spettatrici della tua felicità, ritorneranno al loro stato solo quando si saranno pentite della loro cattiveria.» Ciò detto prese una bacchetta magica che pareva una clava, la suonò in testa alle sorelle e le mutò in due sculture di Picasso (non si distingueva la testa dai piedi). La Bestia sposò la Bella, ed ebbero tante bestioline per figli. da Robert Browning IL FLAUTO MAGICO Ogni città, si sa, ha i topi che si merita, ma, come dice il poeta, est modus in rebus, c'è una misura in tutte le cose! Cinquecento anni fa, la piccola città tedesca di Hamelin, per ragioni ancora oscure, fu sommersa dai ratti. Ce n'erano tanti (chi diceva tredici tredicioni e mezzo, chi un meravigliardo, chi un orribilione) che i gatti se la diedero a gambe, e perfino i cani. Si arrampicavano per i palazzi, entravano per le finestre e mordevano i bambini nelle culle; entravano al Comune e addentavano il sedere del sindaco; rodevano il cranio dei marescialli; si infilavano nelle gonne delle signore e afferravano coi denti ciò che c'era da afferrare. Insomma, una piaga d'Egitto. Come fare? ci si domandò in consiglio comunale. A quella domanda bisognava dare in gran fretta una risposta, perché la gente aveva fatto fronte unico per impiccare il sindaco e la giunta, considerati colpevoli di negligenza e omissione d'atti d'ufficio. Furono avanzate alcune proposte. Disseminare il paese di cibo avvelenato (ma in città il cibo era poco anche per gli abitanti), prendere a randellate gli animali (ma ce n'erano a migliaia, e le forze sarebbero mancate), usare il lanciafiamme (ma si rischiava di bruciare anche le case) eccetera. Nessuna idea pareva buona. A un certo punto si sentì bussare leggermente alla porta. «Avanti» gridò il borgomastro. «Avanti» gridò l'assessore. Si avanzò uno strano tipo, alto e magro, con un buffo cappello in testa, un giustacuore rosso e delle calze gialle. Portava sotto braccio un flauto d'oro. "Chi sarà mai costui?" si domandò l'assessore alle Arti, "sembra Branduardi." «Signori, il mio nome non ha importanza, tutti mi conoscono come il Flautista magico, e basterà dire che ho la stima di Mozart. Col suono del mio strumento ho liberato città da pipistrelli, locuste e scarafaggi. Per un migliaio di fiorini posso farlo coi vostri topi.» «Un migliaio? Te ne daremo cinquantamila se ci riuscirai!» Tuttavia, al momento di concludere l'affare, il borgomastro tirò sul prezzo e alla fine si trovò un'intesa per trentacinquemila fiorini. I due furono posti al centro della sala da un consigliere, che prese le rispettive mani, le intrecciò, diede loro poderosi scossoni, e sancì l'accordo alla maniera dei bovari. Il giorno dopo di buon mattino, il pifferaio scese in strada e cominciò a suonare. Intonò un motivo di sua invenzione, intitolato Chella zoccola 'e màmmeta e il successo fu strepitoso. Dalle case, dalle stalle, dai granai, dalle botteghe e dai campi uscirono folle di topi: grassi e magri, bianchi e neri, vecchi e giovani; tutti, insomma, e presero a seguire il flautista. Il nostro eroe, non smettendo mai di suonare, si avviò verso il fiume, e lentamente entrò nell'acqua. Così fecero anche i topi, e fu la loro fine, perché annegarono tutti. Quando la notizia si sparse per Hamelin, le campane suonarono a festa, e si celebrarono matrimoni imprevisti. Il borgomastro si affacciò al balcone del palazzo comunale. Prima poggiò le mani sui fianchi, in posa marziale, quindi piegò leggermente le ginocchia, distendendosi di scatto; eseguì da consumato istrione un fitto repertorio di movenze facciali, accennando a risolini di circostanza; puntò il mento in alto, sbarrò gli occhi in espressione da invasato, quindi alzando minaccioso l'indice, con inflessione romagnola annunciò di aver spezzato le reni ai ratti. Seguì l'ovazione popolare. Il flautista approfittò della generale euforia per richiedere al primo cittadino il dovuto, ma questi venne meno alla parola data, sostenendo che trentacinquemila fiorini erano un'esagerazione, che non s'era mai sentito che un pifferaio valesse tanto, neanche Gazzelloni, e che morti i topi, la città non aveva più bisogno di un suonatore ambulante. Al giovane lampeggiarono gli occhi per la collera, e stava per passare a vie di fatto, ma frenò l'impeto, rispondendo con una lugubre minaccia: «Vi pentirete amaramente di quel che avete fatto!» Quindi per dar forza alle sue parole, eseguì il terzo movimento (Dies irae) del Requiem in re minore K 626 di Mozart, e andò via. Appena in strada, accostò le labbra al flauto e ne cavò una dolcissima melodia infantile, scritta per lui da Gianni Rodari. Si intitolava La scuola è morta e sepolta. Non vi dico la riuscita che ebbe con i bambini! Tutti i fanciulli dai sei ai dieci anni (più i ripetenti) lasciarono le loro case e (soprattutto) le loro scuole, e seguirono il pifferaio. Niente poteva fermarli, sembravano un esercito di invasati. Il borgomastro vide, i consiglieri videro, i babbi e le mamme videro, ma nessuno poté fare niente, i bambini erano diventati come zombie. Il panico si impossessò degli adulti: vuoi vedere che il pifferaio annegherà i nostri ragazzi come ha fatto con i topi? Allora tutti guardarono il borgomastro, considerato il vero responsabile della situazione, e questi si fece così piccolo che a momenti pareva topo Gigio. Però il pifferaio si diresse nella direzione opposta, incamminandosi verso il monte. Ed ecco che dal fianco della montagna si aprì una porta, e tutti vi entrarono. Tutti? Non proprio. Restò solo un bambino zoppo, che non era riuscito a tenere il passo degli altri. I genitori ringraziarono Dio che il loro figliolo si fosse salvato, ma il piccolo sopravvisse solo un anno, perché a stare lontano dai bambini e farsela solo coi grandi è la più grande tragedia di questo mondo. Il flautista e i ragazzi non uscirono più dalla montagna, il borgomastro fu fatto a pezzi dalle mamme e venduto a tranci al mercato della Vucciaria. da Oscar Wilde IL GIGANTE EGOISTA Ogni giorno, tornando da scuola, i bambini andavano a giocare nel giardino del gigante egoista. Che il boschetto appartenesse a un gigante, per di più egoista, i bambini non lo sapevano, e per questo saltellavano tranquilli. Il giardino era proprio un Eden: in primavera i peschi si ammantavano di fiori, gli uccellini si posavano sugli alberi da cui pendevano frutti sugosi, ruscelletti artificiali mormoravano. «Come siamo felici, qui!» ripetevano i bambini, «altro che le tristi mura delle nostre aule...» Il padrone di quel magnifico posto non si faceva mai vedere, non si sapeva dove fosse, e naturalmente i bimbi ne approfittavano. Ma un giorno egli tornò. Era andato a trascorrere un week-end con un suo amico, l'Orco di Cornovaglia, ed era rimasto con lui più del previsto: sette anni. Appena vide i bambini gridò: «Cosa fate qui? Il giardino è mio, e non permetto a nessuno di giocarvi!» I bambini, nel vedere quel Meneghin con le spalle di Tyson, scapparono terrorizzati. Quello stesso giorno, il gigante fece erigere un muro, apponendovi un cartello: DIVIETO DI ACCESSO, I TRASGRESSORI SARANNO MANGIATI Era proprio un gigante egoista, un taccagno, un genovese. Poveri bambini, non sapevano più dove andare a giocare. Provarono nei giardinetti pubblici, ma i pensionati li presero a bocce sulla testa, provarono per strada, ma i vigili li scacciarono. Dopo la scuola, ritornavano sempre al giardino del gigante, scrivevano preghiere sui biglietti e li infilavano tra le fessure del muro. «Come eravamo felici» sospirò l'ultimo della classe. «Quello che si chiama felicità nel senso più stretto» disse invece il secchione, «corrisponde all'improvviso appagamento di bisogni accumulati, e per sua stessa natura può esistere soltanto come fenomeno episodico.» Venne la primavera, tutta la campagna si ridestò, nella contrada apparvero le piante in fiore, i passerotti, gli usignoli. Solo nel giardino del gigante era inverno, le piante non fiorivano, sugli alberi si posavano gli uccelli di Hitchcock. Era perché non ci andavano i bambini. Le sole creature contente erano la Neve e la Brina: «La primavera ha snobbato questo giardino» dicevano, «ne prenderemo possesso tutto l'anno.» E così coprirono ben bene l'erba e gli alberi di un manto bianco. Poi invitarono la Pioggia, la Tramontana, la Grandine e la Temperatura sotto zero. Umberto Nobile piantò lì la sua tenda rossa. «Non so perché la primavera tardi ad arrivare» si domandò il gigante tappato in casa, «speriamo che il tempo cambi.» Ma la primavera non veniva mai, e neppure l'estate. Un giorno egli udì una musica meravigliosa. Sembrava il Concerto per flauto ed arpa di Mozart, ma era semplicemente un fringuello che cantava sul davanzale della finestra. In quel momento il vento cessò di mugghiare, la grandine si fermò a mezz'aria, la tromba d'aria si ammosciò. "Sarà venuta la primavera" pensò il gigante, "finalmente!" e saltò dal letto dove era steso. Corse alla finestra e l'aprì. E cosa vide? Vide lo spettacolo più meraviglioso che si potesse immaginare. Attraverso un piccolo buco nel muro, i bambini erano scivolati dentro e ora sedevano fra i rami degli alberi. Su ogni albero era un bambino; e ogni pianta, per la gioia di rivedere i piccini, s'era ricoperta di fiori. Gli uccellini giravano festosi e cinguettavano. Che visione! Neanche il Mulino Bianco era così bello. Solo in un angolo era ancora inverno, sembrava la nuvola di Fantozzi. Laggiù c'era un bambino, così piccolo che non arrivava a toccare i rami dell'albero (ancora ricoperto di neve) e vi girava attorno piangendo. L'albero aveva buoni sentimenti, perché, chinando i rami, gli disse: «Arrampicati, bel bimbo», ma il piccoletto, per quanto si tendesse, non riusciva a sollevarsi che di un palmo. Il cuore del gigante si intenerì. Benché si trattasse di un muscolo cavo dalle dimensioni eccezionali, con degli atri e dei ventricoli monumentali, si sciolse come burro al sole. «Come sono stato egoista! Ora capisco perché la primavera non veniva mai da queste parti. A me sembrava curioso. Ma come?, mi domandavo, le stagioni si alternano attorno a me, e nel mio giardino è sempre inverno...! Questo fatto è curioso assai. Ma nessuno me lo sapeva spiegare, neanche quella mezza scema che fa le previsioni del tempo a Retequattro (come chi? quella alle spalle di Emilio Fede). Adesso invece capisco tutto. La natura mi schifava, e faceva bene. Ma c'è tempo per rimediare.» Ciò detto uscì di casa, con l'intento di abbattere il muro e far entrare tutti i bambini del mondo. Ma appena lo videro, i fanciulli scapparono, neanche avessero visto Charles Laughton. Solo il bambino più piccolo era ancora là, perché con le lacrime agli occhi non s'era accorto del gigante. E il gigante lo prese delicatamente alle spalle, lo sollevò e lo mise sull'albero. Miracolo! L'arbusto improvvisamente sbocciò di migliaia e migliaia di fiori, e tutti gli uccelli migratori vi piombarono sopra. Il bimbo gli gettò le braccia al collo, e lo baciò. Gli altri ragazzi, vista la scena, dissero in coro: «Il gigante non è più cattivo! Chi ha mai detto ch'era un uomo di merda?» E corsero tutti verso il giardino, proprio mentre il gigante abbatteva il muro. Giocarono fino a tardi, e prima di andar via vollero salutare il gigante. «Ma dov'è il vostro piccolo compagno?» domandò il colosso. «Niente sappiamo, niente vedemmo, uomini dd'onore siamo» risposero i bambini. «Se lo incontrate, ditegli, vi prego, di tornare, perché mi manca tanto...» Ma nessuno ne sapeva niente. Passarono gli anni, il gigante diventò vecchio e debole; lontano da quel bambino si sentiva triste. Osservava gli altri bambini giocare, ma il pensiero andava sempre a quello non più rivisto. Un giorno gli parve di scorgere una figura in un angolo del giardino. Si stropicciò gli occhi, instillò due o tre gocce di collirio, fece un bagno oculare, quindi guardò fisso in quel punto. Dai rami di un albero, pendevano magnifici frutti, e sotto i rami stava il bambino tanto desiderato! Pieno di gioia attraversò il prato e raggiunse il fanciullo. Ma quando gli fu vicino, divenne rosso dall'ira: «Chi ha osato ferirti?» domandò, perché il fanciullo aveva sulle palme delle mani i segni rossi di due chiodi, e stessi segni aveva sui piedi. «Chi ha osato ferirti?» ripeté, «dimmelo, che faccio una strage!» «Nessuno» rispose il piccolo, «queste sono le ferite dell'amore.» «Ma... tu, chi sei?» fece indietreggiando il gigante. «Una volta mi facesti giocare nel tuo giardino, oggi voglio che tu venga con me nel mio, il Paradiso.» Il gigante cadde in ginocchio e unì in preghiera le mani. Sembrava Bernadette formato extralarge. Innanzi a lui era nientedimeno che Gesù in persona! Quando quel pomeriggio i bambini entrarono nel giardino, trovarono il gigante morto, ai piedi di un albero, tutto ricoperto di fiorellini bianchi. Fine di questa storia commovente. Ma la prossima, sempre di Oscar Wilde, fa addirittura piangere. IL PRINCIPE FELICE Eretta su di un'alta colonna, la statua del Principe Felice dominava la città. Si trattava di una statua dotata di sentimenti umani, non il solito mamozio di marmo o bronzo che si eleva nelle piazze delle città. Era interamente ricoperta di foglie d'oro fino, con zaffiri al posto degli occhi e un vistoso rubino sull'elsa della spada. Un giorno volò sulla città un rondone; i suoi compagni erano partiti per l'Egitto già da qualche tempo, lui s'era attardato per corteggiare una fringuella dalla sottile figura. «Posso amarvi?» le aveva chiesto senza troppi preamboli. E lei gli aveva risposto: «Aspetta che decida su altri amanti e lo saprai.» Il rondone non si aspettava che la fringuella avesse tanti corteggiatori, ma s'armò di santa pazienza e aspettò. Trascorsa l'estate, la fringuella si pronunciò: «Ci ho pensato. E ho preso la decisione: restiamo amici.» Era la classica risposta che scava la fossa agli adolescenti e ai rondoni. Il pennuto cadde in depressione e si staccò dal gruppo. Tutti partirono per i paesi caldi, e lui solo rimase in città. Dopo aver volato senza meta tutto il giorno, al cader della notte, non sapendo dove ripararsi, andò a posarsi fra i piedi del Principe Felice. Stava per addormentarsi quando gli cadde addosso una goccia d'acqua. «Strano, non c'è una nuvola e piove.» Cadde un'altra goccia. "A che serve una statua se non ripara dalla pioggia? Gli uomini edificano monumenti a Garibaldi, Bixio, Bonaparte, e appena fa nuvolo, una di noi deve scappare. Molto meglio un buon comignolo." Aveva già disteso le ali per volare, quando una terza goccia lo colpì sul capo; guardò in su e... cosa vide? Gli occhi del Principe erano pieni di lacrime, che gli scendevano sulle guance dorate. La piccola rondine si commosse, e cominciò a starnutire come Mangiafuoco al racconto di Pinocchio. «Chi sei?» gli chiese. «Sono il Principe Felice.» «Cribbio! Sei felice e piangi più di un coccodrillo che ha ingoiato una famiglia numerosa?» «In vita non conoscevo la tristezza, vivevo nel Palazzo della Spensieratezza, dove era proibito l'ingresso al dolore. Le guardie osservavano bene l'espressione di chi voleva entrare, e se lo vedevano giù di morale, lo avvilivano ancora di più con un calcio nel sedere. Nel nostro palazzo si rideva sempre, al punto che la sera ci dolevano le ganasce. Io, poi, ero il più felice di tutti, andavo a caccia di farfalle inesistenti, e saltellando inutilmente mi scompisciavo. Non avevo la minima preoccupazione, il minimo cruccio, il più piccolo pensiero. Non mi ponevo le classiche domande "chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?", facevo rispondere al mio segretario. La reggia era circondata da un muro altissimo, e io non mi curai mai di sapere che cosa ci fosse al di là. Quando morii, sulla bara furono deposti coriandoli e trombette di carnevale. Eressero a mia memoria questa statua, e fu da allora che mi rattristai. Sì, perché da qui non vedo altro che le brutture e le miserie della città, e sebbene il mio cuore sia di piombo, non posso trattenermi dal piangere. Ora ascolta, mia buona cornacchia...» «Rondine, prego.» «Sì, certo. Dicevo, ascoltami mia buona cornacchia: molto lontano da qui c'è una via stretta, dove sorge una povera casa; attraverso una delle finestre vedo una donna disperata, il figlio giace a letto ammalato, e la donna non ha un quattrino per il medico. Vorresti portarle il rubino che è nell'elsa della mia spada? Con il ricavato potranno chiamare Barnard...» «Mi aspettano in Egitto» rispose la rondine. «Non si scherza con la maledizione dei faraoni.» «Ti prego, cornacchia.» «Rondine, prego.» «Sì, certo. Dicevo, ti prego, cornacchia, fammi questo favore, per me sarebbe un sollievo sapere d'aver fatto qualcosa di buono, oltre che ballare e andare al circo come i Ranieri di Monaco.» «Va bene, prima di partire esaudirò il tuo desiderio.» Così il rondone staccò il rubino e volò sulla città. Sorvolò chiese, ponti, palazzi, infine giunse nella casa più povera del paese, dove giaceva il bambino ammalato. La finestra era aperta ed egli posò su un tavolo la pietra preziosa. Quindi ritornò dal Principe e gli raccontò tutto. «E' curioso» gli disse, «sento molto caldo, eppure fa freddo.» «Questo succede perché hai compiuto una buona azione.» Era la prima lezione di catechismo della rondine. Il giorno dopo, volò al fiume e si bagnò. Fece il giro di tutti i campanili, incontrò anche il passero solitario di Leopardi, e inutilmente cercò di scambiare con lui una parola. Al sorgere della luna ritornò dalla statua, e le disse: «Parto in questo momento per l'Egitto, hai qualche incombenza per quel paese?» «Bell'uccellino, non vorresti restare un'altra notte con me? Se mi farai compagnia ti reciterò il X Agosto di Pascoli. Fa così: "Ritornava una rondine al tetto: l'uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena dei suoi rondinini".» «Mi aspettano nella terra delle mummie, dove gli abitanti camminano di lato...» «Ti chiedo ancora un piacere. Lontano di qui, dall'altra parte della città, in una soffitta, vedo un giovane scrittore fallito. Ha tentato con tutte le case editrici, da Adelphi a Zelig, ma nessuno gli ha risposto. E' una vecchia storia questa degli editori che non rispondono. Ora vorrebbe scrivere una farsa in cinque atti, ma la fame gli ha annebbiato il cervello: sta facendo morire tutti i personaggi. Rubini non ne ho più, ma ho gli occhi, due zaffiri (pronuncia: zaffiri) rarissimi. Prendine uno, e portaglielo, vendendolo si sfamerà, e (per lo meno) potrà pubblicare a pagamento.» La rondinella voleva partire, ma si intenerì ascoltando quella storia, e cavò un occhio al Principe. «Tante grazie d'avermi cecato, rondine, ti sarò sempre riconoscente.» L'uccello spiegò le ali e andò a depositare la pietra preziosa nella soffitta dello scrittore. L'accesso era facile perché vi era un buco nel tetto. Il giovane non si accorse della rondine, perché aveva la testa nascosta fra le mani (classica posa dello scrittore inedito) e quando alzò il capo vide il bellissimo zaffiro sul tavolo. "Ah! qualche editore comincia ad apprezzarmi!" pensò, e subito si mise a scrivere di gran lena. La pantomima tra l'uccello e la statua si ripeté altre due o tre volte: il rondone affermava di dover andare in Egitto, e il Principe gli raccontava di altri guai neri; quello prelevava dalla statua ciò che c'era da prelevare, andava a donarlo a qualche disgraziato, ritornava, giurava ch'era l'ultima volta che lo faceva, e poi si ricominciava. Finì che la statua, a forza di sottrazioni, restò cieca e senza un filo d'oro. Nemmeno Tommaseo avrebbe meritato un monumento così spoglio. L'ultima volta che la rondine tornò dal Principe, gli disse: «Sei orbo, rimarrò con te.» «No, piccola rondine, ora non valgo più niente, puoi andare in Egitto.» «Nient'affatto!» gridò l'uccello. «Rimarrò con te! Quando dico una cosa, quella deve essere!» e ciò detto si addormentò ai piedi della statua. Venne l'inverno, e la temperatura scese sotto lo zero. La rondine soffriva il freddo più di un negro al Polo Nord, ma non voleva lasciare il Principe. Raccoglieva briciole di pane sulla porta del fornaio, avanzi di cassata alla siciliana, e cercava di scaldarsi battendo le ali (ma ci sarebbero volute quelle di Icaro per ottenere qualche risultato). Un giorno capì che la fine era vicina. Ebbe ancora la forza di volare sulle spalle della statua e sussurrarle: «Addio, Principe, permette che le baci la mano?» Il Principe, cui la rondine aveva tolto anche una tromba di Eustachio, capì una cosa per un'altra, perché disse: «Magnifico, sono proprio contento che tu abbia deciso di andare in Egitto, eri rimasta troppo a lungo qui.» «Non vado in Egitto» gli urlò nell'orecchio l'uccello. «Vado a morire, capito? Mo...ri...re!» Ciò detto baciò sulle labbra la statua e cadde stecchito. In quel momento, il cuore di piombo del Principe, si spaccò in due, a causa del gelo. La mattina seguente, il sindaco, passeggiando nella piazza con un consigliere, alzò gli occhi al monumento e lo vide ridotto così male. «Povero me! Che è mai successo alla statua?» «Che è mai successo alla statua?» fece eco il consigliere, che non dissentiva mai dal sindaco. «Il rubino non c'è più, gli zaffiri neanche, e non è rimasta nemmeno una lamina d'oro. Il Principe sembra un mendicante.» «Un mendicante» fece eco il consigliere, che non dissentiva mai dal sindaco. «E ai suoi piedi c'è un uccello morto, sembra uno scarafaggio. E' necessario emettere un'ordinanza affinché non sia permesso agli uccelli di morire nella nostra città.» «Di morire nella nostra città» fece eco il consigliere. Così la statua del Principe Felice fu abbattuta. «Dal momento che non è più bello, ha cessato di essere utile» sentenziò un antenato di Sgarbi. Fusero la statua, e il sindaco riunì il Consiglio per deliberare che cosa fare del metallo. Fu stabilito che sarebbe stato eretto un altro monumento. «Questa volta rappresenterà me» fece il primo cittadino, «e lo voglio in posa da Ceausescu.» «Quando mai?!» ribatté il capo dell'opposizione, «raffigurerà me, nell'atto di sferrare un calcio.» «Che cosa strana» osservò un operaio della fonderia, «questo cuore di piombo non si scioglie al calore della fornace... Dovremo buttarlo via.» E lo gettarono nello stesso mucchio di spazzatura dove giaceva il piccolo rondone morto. «Portami le due cose più preziose della città» disse Dio a uno dei suoi angeli. E l'angelo gli portò il cuore di piombo e l'uccello morto. «Hai scelto bene» fece il Signore, «poiché questa rondine canterà in eterno nel mio giardino, e il Principe Felice mi glorificherà nella mia città d'oro. Vi benedica Dio Padre Onnipotente: Padre, Figlio e Spirito Santo. La messa è finita, andate in pace.» da Giovan Battista Basile VARDIELLO Nella città di Aversa, in Campania, viveva una donna chiamata Grannonia, femmina intelligente e assennata, la cui unica disgrazia era di avere un figlio deficiente di nome Vardiello. Vardiello era andato a scuola, ma l'avevano fermato in "primina" per manifesta cretineria. Nondimeno, Grannonia gli voleva molto bene, lo coccolava e lo lisciava, e quando le amiche cercavano di consolarla, si ritraeva infastidita, e sbottava: «Voi scambiate la poca pratica delle cose per asineria! Mio figlio è solo un po' imbranato, ma le rotelle le ha tutte, ve lo posso assicurare!» E per dimostrare (a se stessa) di avere ragione, gli affidava ogni giorno dei compiti domestici (come badare alla chioccia, gestire il forno eccetera) col risultato che ognuno può immaginare. Ma si sa, ogne scarrafóne è bello 'a mamma sója, e Grannonia non faceva eccezione. Un giorno, gli mise tra le mani una pezza di tela, perché la vendesse al mercato. «Ma bada, Vardiello» gli disse, «di non trattare con persone che parlano troppo, perché di sicuro ti vogliono imbrogliare.» «Mi hai forse preso per scemo?» rispose Vardiello. «Ti servirò a dovere.» Presa sotto il braccio la tela, se ne andò per le vie e per le piazze di Napoli, gridando: «Tela! Tela!», ma bastava che uno si avvicinasse per domandargli semplicemente: «Che tela è?», oppure: «A quanto la vendi?», che scuoteva la testa e dichiarava: «A te non la do perché sei troppo chiacchierone», oppure: «Mi hai rotto le tempie col tuo lungo parlare.» Si fece sera e, come si può facilmente intuire, Vardiello non riuscì a concludere nessun affare. Sulla strada del ritorno, stanco morto, si sedette sopra un muricciolo, prospiciente una casa disabitata. Lì si diceva vivesse il munaciello1, per cui ognuno si teneva alla larga. Nel cortile si elevava una statua di stucco, e ad essa Vardiello si rivolse come a un essere vivo: «Dimmi un po', camerata, perché in questa casa non ci abita nessuno?» E constatando che la statua non rispondeva, subito la prese in simpatia. «Vuoi comprare questa tela? La vendo solo a persone di poche parole.» Attese per qualche istante la risposta, e siccome essa non venne, interpretò il silenzio come un assenso, e fece un salto di gioia. «Affé mia, tu parli meno di un morto, e mi sei così simpatico che ti farò pagare la stoffa solo pochi scudi, e verrò a ritirare il denaro domani.» Ciò detto lasciò la tela sul muricciolo, e si rimise in cammino. Di lì a un quarto d'ora, la pezza sparì, rubata dal primo mariuolo di passaggio. Quando Vardiello raccontò il fatto alla madre, «Bestia!» gli rispose lei, «battilocchio senza eguali, Nota: 1 Secondo un'antica credenza popolare napoletana, il munaciello è una sorta di folletto domestico, che ne combina di tutti i colori. Mammalucco fuoriclasse, maccarone per l'eternità, quando metterai il cervello a posto? Ma la colpa è prima di tutto mia, che non t'ho mai messo sotto i calci, non t'ho mai raddrizzato il cervello. Dovrei sputarmi in faccia per questo!» Vardiello, dall'altra parte, cercava di convincere la madre che le cose non stavano come ella credeva, che, al contrario, c'era da aspettarsi una gran fortuna: «Credi forse che son scemo, mamma? Che non so quel che faccio? Dovrà pur venire domani...!» Il giorno dopo, di buon mattino, il ragazzo si portò nel cortile dov'era la statua, e le disse: «Buongiorno, messere. State comodo di darmi quei quattro denari che mi dovete?» E siccome il monumento non rispondeva, egli cominciò a spazientirsi: «Bene avete fatto, ieri, a star zitto. Quando uno vuol comprare qualcosa, il miglior modo è tenere la bocca chiusa, ma a fare la parte del muto per sempre non sta bene. Perciò non vi disturbi ora di metter mano alla tasca e darmi gli spiccioli dovuti.» La statua non mosse labbro, e allora Vardiello, incacchiato brutto, raccolse una pietra e la scagliò con quanta forza aveva all'indirizzo della statua. La colpì in mezzo al petto, e questa fu la sua fortuna, perché rotto lo sterno in più parti, si scoprì una pignatta piena di monete d'oro, che egli subito levò con le sue mani, lanciandosi a scavezzacollo verso casa. Non appena arrivato, cominciò a gridare: «Mamma, mamma, vedi quanti lupini rossi! E chi li ha guadagnati? Quell'intellettuale di tuo figlio!» Grannonia, sulle prime stentava a credere ai suoi occhi, ma quando Vardiello le raccontò come s'erano svolti i fatti, si fece tre volte il segno di croce, dicendo fra sé: "Bene dicevano le amiche: mio figlio è svitato all'ultimo piano!" Ora, la preoccupazione maggiore era di impedire a Vardiello di render nota la cosa, e per questo ogni giorno Grannonia lo scongiurava di tenere la bocca chiusa con chiunque. Vardiello prese la raccomandazione alla lettera, e a chi gli parlava rispondeva solo per gesti. Allora si credette a un aggravio della sua cretineria. Un giorno, però, avvenne che litigando due del popolo per un affare di una moneta d'oro trovata per terra, Vardiello ruppe il silenzio e proferì: «Quante chiacchiere per uno scudo d'oro! Io non ci bado neppure, perché ne ho trovato una pignatta piena zeppa!» Subito nel paese si sparse la notizia, e il Tribunale mandò a chiamare Vardiello per saperne di più. «Come ti chiami?» «Vardiello.» «E quando sei nato?» «Nacqui quando mia madre mi fece.» «Insomma, quanti anni hai?» «Da che sono nato fino a adesso.» «Vogliamo sapere come, quando e con chi hai trovato gli scudi di cui parli.» «Li ho trovati nel corpo di un uomo muto, vicino a un palazzo di fantasmi, dopo che certi imbroglioni volevano rubarmi una tela al mercato dei parolai. Il messere di stucco, prima arraffò la stoffa, e poi fece lo gnorri. Per questo dovetti fracassargli lo sterno.» Udite tali parole, il giudice gli disse: «L'avvocato ti ha descritto come un imbecille di prima forza. Sei idiota o no?», e siccome il ragazzo rispose: «Fo umilmente notare, signorsì», fu sentenziato che Vardiello era maturo per il manicomio, e si chiuse la causa. Fu così che la scempiaggine del figlio arricchì la mamma. FAVOLE da Esopo LA LEPRE E LA TARTARUGA Una lepre si vantava di correre più veloce di tutti, e prendeva in giro qualsiasi animale, soprattutto la tartaruga, che era quasi lenta come la burocrazia italiana. Questa lepre non conosceva il paradosso di Zenone, secondo cui Achille, il "pie veloce" non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga1, e anche se lo avesse conosciuto non gli avrebbe dato gran che peso. Un giorno, la tartaruga, non potendone più dei suoi sfottò, le disse seccata: «Ma chi credi d'essere, Schumacher? Anche tu puoi essere battuta!» Nota: 1 Lascio a Luciano De Crescenzo (Storia della filosofia greca. I presocratici, Mondadori 1983) la spiegazione di tale paradosso: «Supponiamo che Achille si trovi seduto nel punto A e che la tartaruga lo guardi da lontano, stando ferma nel punto B, improvvisamente l'eroe greco si alza di scatto e piomba come un falco nel punto B per catturare la tartaruga; questa però, avendo intuito le sue brutte intenzioni, non appena lo vede correre nella sua direzione, scappa via e, nel tempo in cui Achille percorre il tratto A-B, riesce a spostarsi di qualche centimetro raggiungendo il punto C. Lì per lì Achille ci resta male: "Come ho fatto" pensa "a non acchiapparla?", poi, convinto della propria superiorità, ci riprova e cerca di prendere l'animaletto nel punto C. Ancora una volta però la tartaruga si è spostata e, malgrado la lentezza dei suoi movimenti, ha raggiunto il punto D. Il racconto potrebbe continuare all'infinito: Achille non prenderà mai la tartaruga, a meno che non muoia prima». La lepre, mostrando le sue lunghe zampe, le domandò sarcastica: «Ti pare che qualcuno possa battermi?» «Ebbene, credo proprio di poterlo fare io» rispose senza scomporsi la tartaruga. A queste parole la lepre si fece una gran risata. «Se sei tanto sciocca da crederlo, perché non scommettiamo?» La tartaruga non si tirò indietro; fu fissato il percorso, e all'alba del giorno dopo si ritrovarono per la partenza. Al "via", la tartaruga si incamminò con la naturale lentezza (da 0 a 100 metri in molti anni) mentre la lepre si stendeva sull'erba a schiacciare un pisolino. Snobbava l'avversaria come un lord inglese snobba un operaio. Dormì placida e beata, e quando si svegliò, ritrovò la tartaruga ad appena qualche metro da lei. «Come avversario sei proprio una ciofèca» le disse, e pensò che aveva tutto il tempo di riaddormentarsi. Prima di chiudere gli occhi, lanciò un altro sguardo alla tartaruga, e vide che sì e no aveva percorso altri cinquanta centimetri. "Non è certo Bip-Bip" si disse, e prese di nuovo a ronfare. Questa volta, però, dormì molto più a lungo, e quando - ore dopo - si svegliò, s'accorse che la tartaruga era assai vicina alla linea di arrivo. Tentò disperatamente di raggiungerla, facendo sollevare la terra come Wile E. Coyote, ma non ci fu niente da fare: la tartaruga tagliò il traguardo alcuni istanti prima. Morale della favola: Chi va piano, va sano e va lontano (se l'altro non parte proprio). IL TOPO DI CAMPAGNA E IL TOPO DI CITTA' Grande è la varietà dei topi, e bisogna saperli distinguere. Topo è nome generico, che designa l'animaletto che rosicchia tutto, ratto è propriamente il topo di chiavica, altrimenti detto zoccola in napoletano, specie se è di grandi dimensioni. A Napoli, diconsi "zoccole" anche le donne di malaffare. Poi c'è il sorcio, che è il topo di campagna, per lo più di piccole dimensioni. Per finire, vi sono i topi di biblioteca, ma trattasi di studiosi che trascorrono la loro vita in sale di lettura, e non di roditori. Ciò precisato, veniamo alla nostra storia. Una volta un sorcio (ora sapete di che si tratta) ricevette nella sua tana, la visita di un amico, un topo proveniente dalla città. Questi veniva da Londra, dove i roditori sono divisi per classe: alla classe alta (upper class) appartengono i topi di castelli, manieri e palazzi signorili; alla classe media (middle class) i topi di case borghesi; alla classe bassa (working class) i topi di condomini popolari. Lui apparteneva alla classe alta (quella che vota conservatore). Il topo di campagna non fece mancare nulla all'ospite, offrendogli bulbi, semi e insetti, ma il topo di città trovò troppo poco raffinati questi cibi, e senza nessuna delicatezza gli disse: «Che gioia mai c'è a vivere in campagna, tra luoghi selvaggi e inospitali, e a mangiare frumento e loglio? A stare qui, si diventa burini e ignoranti, mentre in città si ha a che fare coi signori. Dammi retta, vieni con me, e non te ne pentirai.» Il sorcio, che era molto umile, si convinse, e con un balzo fu fuori della tana. Giunto al palazzo dove s'era insediato, il topo di città si infilò nelle cucine, seguito dal topo di campagna, frastornato per le luci della città, e stupefatto per il lusso di quella casa. Ma quale non fu la sua meraviglia quando si trovò davanti la più incredibile esposizione di prosciutti, formaggi, salami e mortadelle di questo mondo! «Sei il topo più fortunato che abbia mai conosciuto» disse al compagno, «non ho mai visto tante leccornie!» Il topo di città, quasi che quelle vivande gli appartenessero, invitò l'amico a servirsene, e questi non se lo fece ripetere. Ma non aveva neppure dato il primo morso a un pezzo di gruviera, che s'udì un rumore di passi. Il padrone di casa era venuto a prendere due bottiglie di Folonari quando s'accorse di un barattolo di miele rovesciato. «Maledetti topi, credevo di averli sterminati con il veleno Zoccola-stop ma a quanto vedo ce ne sono altri in giro. Manderò Catzilla a stanarli.» Il nome Catzilla terrorizzò i due topolini, che andarono a nascondersi in un angolo della cucina, tremando come foglie. Per fortuna il gatto non arrivò, e quando si sentirono fuori pericolo, le bestioline tornarono allo scoperto, fermandosi, uno nei pressi di una grossa salsiccia, l'altro, di un vasetto di marmellata. Ma ecco che un feroce dobermann irruppe nel locale, ringhiando e bavando da far spavento. Al topo di città mancò il respiro, mentre il sorcio di campagna, bianco come un fantasma, ebbe forza di sussurrargli: «Grazie di tutto, compagno. Alla vita di città preferisco la campagna; sarà pure più volgare e degna di Funari, ma di certo è più sicura.» E approfittando della porta lasciata aperta dal cagnaccio, se la filò. Morale della favola: Rimani immobile in casa! LA GALLINA DALLE UOVA D'ORO Una volta un contadino, entrando nel suo pollaio, trovò un uovo d'oro. Se la notizia si fosse diffusa, sarebbero arrivati in quel posto cercatori d'oro da tutti i paesi vicini, compresi Charlot e Big Jim, e perciò il contadino minacciò la moglie chiacchierona di tirarle il collo se avesse fiatato con i vicini. Da dove era venuto fuori quell'uovo? Boh. Il giorno dopo, l'uomo notò che nella paglia, proprio accanto a una gallina di nome Rocchina, brillava un altro uovo d'oro: «E' proprio vero!» gridò uscendo dal pollaio. «Abbiamo una gallina che depone uova d'oro!» E afferrata la moglie nei fianchi, la lanciò in alto per la gioia, dimenticando poi di raccoglierla mentre ricadeva a terra. Quella sera stessa, il contadino costruì per la gallina un pollaio a parte, che pareva una reggia (ora veramente poteva dirsi una Gallina Faraona) e le indirizzava complimenti a non finire (del tipo: «Ma chi ha mai detto che avete un cervello da gallina?» «Io non farò mai brodo di pollo, userò sempre il dado» eccetera). Ogni giorno, puntualmente, Rocchina deponeva un uovo d'oro, e il contadino si arricchiva sempre più; ma dopo una settimana, la moglie cominciò a lamentarsi: «Certo che un solo uovo al giorno non è gran cosa... Di questo passo diventeremo ricchi tra un anno. Se ne facesse almeno due...» Il marito era ancora più esigente: «Io credo che questo strano animale abbia nella pancia una miniera d'oro, e noi stupidi che aspettiamo un uovo al giorno...!» Così una mattina entrò nel pollaio con l'espressione di Landrau, tirò il collo alla gallina e cominciò a rovistare tra le viscere. Ma ben presto si accorse che la gallina dalle uova d'oro era fatta proprio come le altre, e così, per non essersi accontentati di ciò che avevano, contadino e moglie restarono senza uova e senza gallina. Morale della favola: Cerca sempre il pelo nell'uovo, può essere d'oro pure lui. IL LEONE E IL TOPOLINO Un grosso carnivoro dei felini, tipico delle boscaglie africane, con criniera sul collo, coda nuda terminata da un ciuffo, e unghie retrattili, nome scientifico Felis leo (in poche parole: un leone), dopo aver divorato un mammifero africano appartenente alla famiglia degli equidi, ungulato, d'aspetto intermedio fra quello del cavallo e quello dell'asino, con mantello a fondo bianco striato di nero, nome scientifico Hippotigris (in poche parole: una zebra), si stese per schiacciare un pisolino. Fu però svegliato da un topolino che gli passeggiava sul corpo. Subito lo afferrò con una zampa portandolo alla bocca. «Pietà» squittì la bestiolina, «non intendevo infastidire Vostra Maestà, ero soprappensiero quando le camminavo addosso. Se non mi mangerà, saprò ricompensarla...» Il leone si fece una risata: «Ma davvero?! E forse vorresti darmi una mano nella caccia o ruggire al mio posto?» Il topolino colse l'ironia, e siccome non era Voltaire, non seppe rispondere. Balbettò soltanto un: «Veramente, io...» «Basta!» tagliò corto il re della foresta. «Ringrazia Dio che sono sazio, e che oggi è il mio compleanno: ti lascerò andare, ma guai a te se ti ritroverò sul mio cammino!» Così aprì la zampa e liberò il ratto. Qualche giorno dopo, il leone cadde in una trappola tesagli da Danilo Mainardi, ritrovandosi prigioniero di una fitta e robusta rete. Tentò con tutte le sue forze di liberarsi ma ogni tentativo era vano, e anzi si avviluppò sempre più nelle maglie. Infine, esausto si rassegnò al suo destino. Proprio in quel momento gli passò davanti il topolino: «Maestà, vedo che siete in difficoltà. Credo proprio che abbiate bisogno del mio aiuto.» «E cosa puoi fare, mio piccolo amico, se anch'io, con la mia forza, non sono riuscito a strappare queste funi?...» «Ho denti, io, più taglienti di una spada, e rosicchierò le corde!» Ciò detto, si mise al lavoro, e dopo un quarto d'ora liberò il leone. «Avete visto, Maestà? Sono riuscito a ricambiare il favore.» «Mi prenderei a schiaffi per la mia presunzione» rispose il leone. «Un animale grande e grosso come me liberato da un sorcio! D'ora in poi non mangerò più topi, lo giuro, ma solo costate d'agnello. Ora va', la tua fede ti ha salvato!» Morale della favola: Boh! da Fedro LA VOLPE E L'UVA C'era una volta una volpe affamata. Quel giorno, infatti, la sua proverbiale furbizia aveva fatto cilecca. Per catturare alcune galline, aveva escogitato un piano degno di Rommel (non per niente soprannominato "la volpe del deserto"): una serie di attacchi e ritirate strategiche, con l'aggiunta di un 4-2-4 calcistico e un po' di battaglia navale. Risultato: le pollastre gliele avevano date di santa ragione. Giunta la sera, si rimise in cammino, sperando di far fesso qualche altro animale, ma in tv c'era Italia-Brasile, e per il bosco non circolava neanche un gatto. Strada facendo, si trovò nei pressi di un vigneto, davanti al cui pergolato pendevano grossi grappoli d'uva matura. "Certo, non è un capriolo, ma meglio di niente" pensò, e alzandosi sulle zampe posteriori, spiccò un salto degno di Sergei Bubka. Ma niente, l'uva era ancora troppo alta. Provò e riprovò più volte, sempre inutilmente. Infine si arrese, e fece per andar via, ma a un certo punto udì il gracchiare di una cornacchia che rideva di lei. Fingendo indifferenza, la volpe si allontanò, dicendo: «L'uva era troppo acerba. Per questo non l'ho colta. Tornerò quando sarà matura.» Morale della favola: Abbassare l'uva nei pergolati. IL LUPO E L'AGNELLO Un lupo vagava per il bosco, in cerca di qualche agnellino. Dopo ore di ricerca, ne incontrò uno che si abbeverava al ruscello, e subito gli venne la bava alla bocca. "Che fortuna imbattermi in un agnellino così tenero!" disse fra sé, "ma devo trovare un pretesto per litigare, altrimenti gli animalisti diranno che ho attaccato senza motivo una bestia indifesa." Corse più in alto, e finse di bere anche lui. A un certo punto, con voce tenebrosa disse all'agnello: «Ehi, tu, laggiù, perché mi sporchi l'acqua che sto bevendo?» Il povero agnellino fece un sobbalzo, e cominciò a tremare tutto: «Voscienza mi perdoni» rispose, «ma io non credo di sporcarle l'acqua. Mi trovo infatti più in basso di lei, e che io sappia, l'acqua scende e non sale...» Il lupo restò interdetto. Dopo qualche istante, uscì in un pensiero di Leonardo: «L'acqua che tocchi dei fiumi è l'ultima di quella che andò, e la prima di quella che viene: così il tempo presente», ma quando l'agnello gli domandò cosa volesse dire, confuso cambiò discorso. «Una spia internazionale mi ha riferito che sei mesi fa hai parlato male di me...» «Eccellenza, questo è impossibile! Sei mesi fa non ero ancora nato...!» Al lupo non gliene andava bene una. Allora spazientito esclamò: «Se non sei stato tu, sarà stato tuo padre. Ecco la scusa buona per gli animalisti!» E con un balzo fu sull'agnello, e lo sbranò. Morale della favola: Bevi più in fretta che puoi. IL BUE E LA RANA C'era una volta una rana molto presuntuosa. Solo per aver scritto i versi: Era, era, era dico e ridico era era era si dava delle arie, già si credeva Virgilio o Dante. Non perdeva occasione per dimostrare alle compagne quanto fosse superiore in tutto. Se una gracidava, lei cantava Una furtiva lacrima; se una si tuffava, lei faceva un doppio salto mortale con avvitamento. Insomma, si sparava le pose1. Un giorno, venne ad abbeverarsi allo stagno un grosso bue. Tutte le rane scapparono impaurite, gridando: «Quant'è grosso quest'animale! E' grande come cento di noi!» Ma la nostra rana osservò: «Non mi sembra così grosso come voi dite. Sì e no porterà la quinta. E sapete che vi dico? Se mi ci metto, gonfio il petto più della Ekberg.» A quest'ultima spacconata, le compagne uscirono in una gran risata: «Vuoi fare La dolce vita quando sei piatta più della Hepburn (Audrey)...!» Allora la rana dilatò i polmoni inspirando più aria che poteva. A mano a mano che le taglie aumentavano, diminuiva la sua voce, ma non la boria. Raggiunta la settima taglia, uscì dalla bocca un filo d'aria: «Che ne dite? Sono o non sono la Loren?» Alla decima taglia (e tutta paonazza in viso), entrò nello stagno, come fosse la fontana di Trevi, ma nell'attesa di essere immortalata dai paparazzi, scoppiò come un palloncino. Morale della favola: Che bei tempi quelli delle maggiorate anni cinquanta! da Jean de La Fontaine LA VOLPE E LA CICOGNA C'era una volta una volpe che si divertiva a farsi beffe degli altri. Un giorno, fatta amicizia con una cicogna, pensò di giocarle un tiro mancino, e per questo la invitò a pranzo. Preparò un brodino che versò in due piatti bassi, e quando la cicogna si presentò a casa: «S'accomodi, signora» le disse con fare lezioso, «ho cucinato un pranzo davvero raffinato: brodo di rana e prezzemolo tritato. Una ricetta consigliatami da Davide Mengacci: sentirà quant'è buono!» Il profumo era davvero delizioso (si trattava infatti di prìncipi trasformati in rane) ma ben presto la cicogna si accorse che la volpe voleva burlarsi di lei; infatti sapeva che per quanto avesse allungato il collo, non sarebbe mai riuscita a bere in un piatto così basso. Intanto, la volpe, ridacchiando sotto i baffi, l'invitava a non fare cerimonie, a mangiare liberamente. Si trattava di una specie di volpe nota come Sfaccìmma vulpes o Vulpes scurnacchiatissima1. Nota: 1 Del termine "scurnacchiato", abbiamo detto; anche "sfaccìmma" ha forte ambivalenza, qui vale "canaglia". La cicogna, fingendo indifferenza, a un certo punto si scostò dalla tavola e disse: «Mi dispiace, ma mi è venuta improvvisamente una colica renale che mi ha tolto l'appetito. Però, non sia mai detto che non ricambi l'invito a pranzo. Verrebbe da me domani, diciamo a mezzogiorno?» «E perché no?» rispose la volpe, cui era venuto il singhiozzo per aver trattenuto le risate. Il giorno dopo, la volpe si presentò a casa dell'amica a mezzogiorno in punto (no, mancavano due minuti). «Oh, che piacere rivederla!» fece la cicogna dondolando il collo, «le ho preparato un pranzo proprio degno di lei: granchiolini assassinati appena nati e zuppa di pesce!» All'udire il menu, la volpe tirò fuori la lingua e la passò da un lato all'altro della bocca. Ma la pietanza era stata servita dentro due vasi dall'imboccatura lunga e stretta, e mentre l'uccello, grazie al suo becco, riusciva a mangiarla, la volpe ne era impedita, a causa del muso largo. «Mmm... e come so' croccanti 'sti gamberetti... Non li trova boni pure lei, madama volpe?» La volpe non ebbe la prontezza di spirito di inventare una scusa che giustificasse la sua mancanza d'appetito, e a muso basso se ne tornò a casa. Morale della favola: 1 a 1 tra volpe e cicogna. IL CORVO E LA VOLPE Un grosso corvo era riuscito a procurarsi un bel pezzo di formaggio, seminando il panico in un supermercato. Dopo essere sfuggito al lancio di carrelli dei clienti e alle monete spicciole dei cassieri, s'era appollaiato sul ramo di un albero, per papparselo in santa pace. La solita volpe, passando da quelle parti, ne sentì il profumo ed escogitò un piano per impadronirsene. Si fermò nei pressi dell'albero, e alzando il capo disse al corvo: «Buongiorno, sir. Che belle penne lucide ha... Che zampe snelle, proprio come si addicono a un uccello tanto nobile. E infatti non è un caso che siate a guardia della Torre di Londra.» Il corvo si sentì lusingato, e per l'emozione depose un uovo. La volpe continuò a lodarlo: «In lei tutto è bello e perfetto, e certamente un uccello tanto straordinario avrà un canto melodioso. Oh, come sarei felice se potessi udirlo...!» Quest'ultima uscita sorprese non poco il corvo, di cui tutti dicevano che cantava peggio di Nerone; ma siccome i complimenti gli avevano dato alla testa, aprì il becco per intonare Va' pensiero sull'ali dorate e fece cadere il formaggio. Questo finì proprio nella bocca spalancata della volpe, che ne fece un sol boccone, e subito dopo disse: «Grazie per il formaggio, grullo che non sei altro, le lusinghe ti hanno annebbiato il cervello. Ora ti posso dire la verità: sei l'uccello più brutto che abbia mai visto, il Fernandel dei volatili, e la tua voce è peggio di Arigliano!» Ciò detto se ne andò. Morale della favola: In questi ultimi tempi, il prezzo del caciocavallo di bufala è salito alle stelle. LA CICALA E LA FORMICA C'era una volta (e credo non ci sia più, visto come sono finite le cose) una cicala che, dovendo partecipare a Un disco per l'estate, cantava sempre. Se ne stava appollaiata sul ramo di un albero, osservando una lunga fila di formiche che trasportavano molliche di pane e chicchi di riso lanciati sulle teste degli sposi. In mano aveva una chitarra e sembrava Donovan. Fra una canzone e un'altra toglieva la pace alle formiche domandando loro: «Ma perché lavorate tanto, chi ve lo fa fare? Non vi brucia il cervello? Venite qua, all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto, canteremo insieme Ventiquattromila baci.» Ma le formiche erano delle stakanoviste di prim'ordine, tutte milanesi purosangue, e risposero che erano nate lavoratrici e lavoratrici dovevano morire, e che da quel discorso si capiva benissimo che lei, la cicala, era una meridionale scansafatiche. E che Giorgio Bocca aveva fatto benissimo a scrivere l'Inferno. «Noi» aggiunse una di loro, «dobbiamo raccogliere le provviste per l'inverno. Quando infatti verrà il freddo e la neve coprirà tutta la terra, non troveremo neppure un granello d'uva, un testicolo di pollo, una briciola di biscotti Pavesini. E solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere.» «L'estate è appena arrivata» scrollò le spalle la cicala, «non sapete che essa dura 93 giorni e 14 ore, dal solstizio d'estate all'equinozio d'autunno, corrispondente all'inverno nell'emisfero australe? C'è ancora tempo per fare provviste. Con questo sole è impossibile lavorare, io preferisco suonare.» E intonò Quando canta Rabagliati. Per tutta l'estate cantò (si ammosciò solo a Ferragosto), poi arrivò l'autunno e infine l'inverno. Dalla Madunina del Duomo di Milano alla cima dell'Etna, si imbiancò tutto, e a Napoli il traffico si bloccò per sempre. La cicala vagava per i campi in cerca di qualcosa, ma c'erano solo pupazzi di neve. Incontrò la piccola fiammiferaia e le parlò, ma quella non rispose perché era in estasi. Affamata e tremante, si trascinò fin sotto la casa di una formica (era un monolocale di 5 cm x 5) e bussò. «Chi è?» domandò l'imenottero. «Sono un omottero» rispose la cicala. «E che vai trovando?» «Niente, c'è solo un piccolo particolare: sto morendo di fame, e ti chiedo la carità di un pezzetto di pane.» «Mi ricordo di te... Eri quella che cantava sempre e non lavorava mai.» «Io cantavo solo per dimenticare.» «Cantavi? E mo' balla!» E ciò detto le sbatté la porta in faccia. Morale della favola: Se incontro quella formica, la schiaccio con la scarpa ortopedica di mio padre! INDICE 5 Introduzione FIABE 13 da Hans Christian Andersen 15 La piccola fiammiferaia 21 II brutto anatroccolo 27 La sirenetta 37 La principessa sul pisello 41 L'acciarino magico 49 Il soldatino di stagno 55 dai fratelli Grimm 57 Hànsel e Gretel 63 Il pesciolino d'oro 69 Cenerentola 75 Cappuccetto Rosso 79 Pollicino 85 Biancaneve 93 da Charles Perrault 95 Barbablù 101 La bella addormentata nel bosco 107 Il gatto con gli stivali 113 da Madame Le Prince de Beaumont 115 La Bella e la Bestia 127 da Robert Browning 129 Il flauto magico 133 da Oscar Wilde 135 Il gigante egoista 141 Il principe felice 149 da Giovan Battista Basile Vardiello FAVOLE 157 da Esopo 159 La lepre e la tartaruga 161 Il topo di campagna e il topo di città 165 La gallina dalle uova d'oro 167 Il leone e il topolino 169 da Fedro 171 La volpe e l'uva 173 Il lupo e l'agnello 175 Il bue e la rana 177 da Jean de La Fontaine 179 La volpe e la cicogna 181 Il corvo e la volpe 183 La cicala e la formica Stampato da Uisr Grafica Veneta S.p.A., Trebaseleghe (PD) per conto di Marsilio Editori® in Veneziak