Gianni Rodari. Selezione da "Il secondo libro delle filastrocche" Il gatto e il topo Un topo di biblioteca trovò un gatto in figura, e subito gli strappa un baffo senza un briciolo di paura. - Tutto qui? - si vantò poi - Questo è l'orco che ci minaccia? Non azzarda rivoltarsi, e sa solo di carta straccia. E senza esitazione l'intrepido topolino dalla coda alle orecchie divorò l'intero felino. Ma mentre faceva il chilo un gatto lo acchiappò; era un gatto in carne e ossa, con gli artigli lunghi un bel po'. - Eccellenza, c'è un equivoco, uno scambio di persona... Sono un topo letterato, la mia carne non è buona. - Rispetto le belle lettere - il gatto disse, - davvero. Ma perché non ha studiato un pochino anche dal vero? Il gatto e la gallina Si dice che il gatto parlare non sa. Errore. Sa benissimo. Soltanto, non gli va. Non gli va di raccontare al primo venuto se la carne era fresca, se il latte gli è piaciuto. Non è vanitoso come la gallina che, se fa l'uovo, canta tutta quanta la mattina. Per un uovo piccolo così si vanta, l'esagerata, come se avesse fatta un'intera frittata. Il libro dell'avvenire Mi rendo conto benissimo che vi sembrerà incredibile, eppure eccovi pronto il libro commestibile. E' il libro dell'avvenire, strabiliante invenzione: ci si mangiano i problemi con tutta la soluzione. Un capitolo a pranzo, un capitolo a cena, e la Storia è digerita, con tutti i retroscena. Una pagina al giorno, con un po' di acqua minerale, al cervello via esofago va l'analisi grammaticale. Che bellezza, con gli amici far merenda in compagnia sbocconcellando un trattato di mineralogia... Chi ha lo stomaco buono può diventar dottore, - studiando a due ganasce - in meno di ventiquattr'ore. Ma in attesa che l'invenzione ottenga il brevetto di Stato, ti conviene studiare come s'è sempre studiato. Filastrocca delle parole Filastrocche delle parole: si faccia avanti chi ne vuole. Di parole ho la testa piena, con dentro "la luna" e "la balena". C'è qualche parola un poco bisbetica: "peronospera", "aritmetica"... Ma le più belle le ho nel cuore, le sento battere: "mamma", "amore". Ci sono parole per gli amici: "Buon giorno, buon anno, siate felici", parole belle e parole buone per ogni sorta di persone. La più cattiva di tutta la terra è una parola che odio: "la guerra". Per cancellarla senza pietà gomma abbastanza si troverà. L'orologio O vecchio orologiaio che ascolti come un dottore il tic-tac dei vecchi orologi un po' deboli di cuore, che ti dice, segretamente, l'orologio del tuo cliente? "Mi racconta la storia del tempo che ha contato, del minuto felice e di quello sciupato. Cosa strana, mi dice, non ha segnato mai un giorno senza guai. Ci dev'essere un guasto... Io lo riparerò: e nella molla nuova ore nuove ci metterò: le più belle del mondo dal primo fino all'ultimo secondo". Un geometra sfortunato Un giovane geometra di Susa ballava il valzer dell'ipotenusa. Purtroppo due criceti rosicchiarono i cateti, una capra andalusa rosicchiò anche l'ipotenusa, perciò, deluso e molto malcontento si ritirò in convento quello sfortunato geometra di Susa. Il mercante di stelle Ho conosciuto un tale, si chiamava Carmelo, e girava per i mercati a vendere stelle del cielo. Vendeva l'Orsa Maggiore, il Cane, lo Scorpione, Arturo per mille lire e per duemila il Leone. I pianeti li dava con lo sconto, perché prendono la luce dal sole, non la sanno fare da sé. "Portatevi a casa una stella, mi pagherete a rate", gridava Carmelo alla fiera di Cortona o di Gallarate. La gente lo stava a sentire, gli batteva le mani, perfino, ma non tirava mai fuori né il portafoglio né il borsellino. "Compratevi una cometa per quando non è Natale, costa meno e fa più luce della corrente industriale". Magri affari, faceva questo povero Carmelo difatti, le stelle sono ancora tutte su in cielo. Lui, poi, per campare, tra un mercato e una fiera lavorava in una fabbrica di buchi per il groviera. Tanti saluti dai fiumi Tutti i fiumi al mare vanno. Incontrandosi che diranno? "Vengo da Londra, mi chiamo Tamigi". "Piacere: la Senna di Parigi". "Dov'è il Tevere?" - "Sto qua!" "Attenti che arriva il Paranà..." Il Reno e il Nilo, l'Indo e il Giordano si fanno l'inchino e il baciamano. Il fiume Giallo e il fiume Azzurro salutano il Gange con un sussurro. Il mare adesso rimescola l'onde, il Colorado col Volga confonde, cancella i nomi, ne fa solo un mare... dove i delfini vanno a giocare. selezione da "Tante storie per giocare" di Gianni Rodari. Il tamburino magico C'era una volta un tamburino che tornava dalla guerra. Era povero, aveva soltanto il suo tamburo, ma era contento lo stesso perché tornava a casa dopo tanti anni. Lo si sentiva suonare di lontano: barabàn, barabàn, barabàn... Cammina e cammina, incontra una vecchietta. - Bel soldatino, me lo dai un soldo? - Te ne darei anche due, nonnetta, anche una dozzina, se ne avessi. Ma proprio non ne ho. - Sei sicuro? - Ho cercato nelle tasche tutta la mattina e non ho trovato nulla. - Guardaci ancora, guardaci bene. - Nelle tasche? Guarderò, giusto per farti contenta. Ma sono certo che... Toh, e questo che cos'è? - Un soldo. Hai visto che ce l'avevi? - Ti giuro che non lo sapevo. Che bellezza! Tieni, te lo dò volentieri perché devi averne più bisogno di me. - Grazie, soldatino, - dice la vecchietta, - e io ti darò qualcosa in cambio. - Davvero? Ma io non voglio niente. - Sì, voglio darti una piccola magia. E sarà questa: ogni volta che il tuo tamburo rullerà, tutti dovranno ballare. - Grazie, nonnetta. E' proprio una magia con i fiocchi. - Aspetta, non è finita: tutti balleranno, e non potranno fermarsi se tu non smetterai di suonare. - Benone! Non so ancora che cosa me ne farò, di questa magia, ma sento che mi sarà utile. - Ti sarà utilissima. - Addio, soldatino. - Addio, nonnetta. E il soldatino si rimette in cammino per tornare a casa. Cammina, cammina... . A un tratto dalla foresta saltano fuori tre briganti. - O la borsa o la vita! - Per carità, accomodatevi, prendete pure la borsa. Ma vi avverto che è vuota. - Mani in alto o sei morto! - Obbedisco, obbedisco, signori briganti. - Dove tieni i soldi? - Io, per me, li terrei anche nel cappello. I briganti guardano nel cappello: non c'è niente. - Io, per me, li terrei anche in un orecchio. Guardano nell'orecchio: niente di niente. - Vi dico che li terrei anche sulla punta del naso, se ne avessi. I briganti guardano, cercano, frugano. Naturalmente non trovano nemmeno un centesimo di ferro. - Sei proprio un pezzente, - dice il capo brigante. - Pazienza. Ti prenderemo il tamburo per fare un po' di musica. - Prendetelo pure, - sospira il soldatino, - mi dispiace separarmene, perché mi ha fatto compagnia per tanti anni. Ma se proprio lo volete... . - Lo vogliamo. - Mi lascereste fare una suonatina, prima di portarmelo via? Così vi insegno come si fa, eh? - Ma sì, facci una suonatina. - Ecco, ecco, - dice il tamburino, - io faccio la suonatina. E voi... (barabàn, barabàn, barabàn!) e voi ballate! E bisognava vederli ballare quei tre tipacci. Parevano tre orsi alla fiera. In principio ci si divertivano, ridevano e scherzavano. -Forza, tamburino! Sotto con il valzer! - Ora la polka, tamburino! - Avanti con la mazurka! Dopo un po' cominciano a soffiare. Provano a fermarsi e non ci riescono. Sono stanchi, hanno il fiatone, gli gira la testa, ma la magia del tamburo li costringe a ballare, ballare, ballare... - Aiuto! - Ballate! - Pietà! - Ballate! - Misericordia! - Ballate, ballate! - Basta, basta! - Posso tenermi il tamburo? - Tienilo... Non vogliamo saperne di stregonerie... - Tutto quello che vuoi, basta che tu smetta di suonare. Ma il tamburino, per prudenza, smise solo quando li vide cascare per terra senza forze e senza respiro. - Ecco, così non potrete corrermi dietro! E lui, via a gambe. Ogni tanto, per precauzione, dava qualche colpetto al tamburo. E subito si mettevano a ballare le lepri nelle loro tane, gli scoiattoli sui rami, le civette nei nidi, costrette a svegliarsi in pieno giorno... E via e via, camminava e correva, il bravo tamburino, per tornare a casa sua... Primo Finale Cammina e cammina, il tamburino comincia a pensare: "Questa magia sarà la mia fortuna. In fondo, con quei briganti, sono stato stupido. Potevo farmi consegnare i loro quattrini. Quasi quasi, torno a cercarli... ". E già si voltava per tornare sui suoi passi, quando vide comparire in fondo al sentiero una diligenza. - Ecco qualcosa che fa per me. I cavalli, trottando, facevano squillare le sonagliere. Il postiglione, a cassetta, fischiettava allegramente una canzone: Accanto a lui sedeva un gendarme armato. - Salve, tamburino. Vuoi salire? - No, sto bene qui. - Allora togliti dalla strada perché dobbiamo passare. - Un momento. Fate prima un balletto. Barabàn, barabàn... Il tamburo comincia a rullare. I cavalli si mettono a ballare. Il postiglione balza in piedi e attacca a dimenare le gambe. Balla il gendarme, lasciando cadere il fucile. Ballano i passeggeri. Bisogna sapere che quella diligenza trasportava l'oro di una banca. Tre casse piene d'oro. Saranno stati un trecento chili. Il tamburino, continuando a suonare il tamburo con una mano, con l'altra fa cadere le casse sul sentiero, le spinge con i piedi dietro un cespuglio. - Ballate! Ballate! - Basta così! Non ne possiamo più! - Allora via, di gran carriera, e senza voltarvi indietro... La diligenza riparte senza il suo carico prezioso. Il tamburino, eccolo ricco a milioni... Ora può costruirsi una villa, vivere di rendita, sposare la figlia di un commendatore. E quando gli servono soldi, non ha bisogno di andare in banca: gli basta il suo tamburo. Secondo Finale Cammina e cammina, il tamburino vede un cacciatore che sta per sparare a un tordo. Barabàn, barabàn... Il cacciatore lascia cadere la carabina e comincia a ballare. Il tordo scappa. - Disgraziato! Me la pagherai! - Per intanto, balla. E se mi dai retta, non sparare mai più agli uccellini. Cammina e cammina, vede un contadino che sta bastonando il suo asino. - Balla! - Aiuto! - Balla! Smetterò di suonare solo se mi giuri che non picchierai mai più il tuo asino. - Lo giuro! Cammina e cammina, il generoso soldatino mette mano al suo tamburo ogni volta che si tratta di impedire una prepotenza, un'ingiustizia, un sopruso. E di prepotenze ne trova tante che non riesce più a tornare a casa. Ma è contento lo stesso e pensa: "La mia casa sarà dove posso fare del bene con il mio tamburo". Terzo Finale Cammina e cammina... Mentre cammina il tamburino riflette: "Strano tamburo e strana magia. Vorrei proprio capire come funziona l'incantesimo". Guarda le bacchette, le rivolta da tutte le parti: sembrano due normali bastoncini di legno. - Forse il segreto è dentro, sotto la pelle del tamburo! Il soldatino fa col coltello un piccolo buco nella pelle. - Darò un'occhiata, - dice. Dentro, non c'è niente di niente. - Pazienza, mi terrò il tamburo com'è. E riprende la sua strada, battendo allegramente le bacchette. Ma ora le lepri, gli scoiattoli, gli uccelli sui rami non ballano più al suono del tamburo. Le civette non si svegliano. - Barabàn, barabàn: ... Il suono sembra lo stesso, ma la magia non funziona più. Ci credereste? Il tamburino è più contento così. Pinocchio il furbo C'era una volta Pinocchio. Ma non quello del libro di Pinocchio, un altro. Era di legno anche lui, ma non era lo stesso. Non l'aveva fatto Geppetto, si era fatto da solo. Diceva le bugie anche lui, come il famoso burattino, e ogni volta che le diceva il naso gli si allungava a vista d'occhio, però era proprio un altro Pinocchio: tanto è vero che quando il naso gli si allungava, invece di spaventarsi, piangere, chiedere aiuto alla Fatina eccetera, lui prendeva un coltello, o una sega, e si tagliava via un bel pezzo di naso. Era di legno, vero?, così non poteva sentire dolore. E siccome di bugie ne diceva tante e anche di più, in poco tempo si trovò la casa piena di pezzi di legno. - Che bellezza, - dice, - con tutto questo bel legname stagionato mi ci faccio i mobili, mi ci faccio, e risparmio la spesa del falegname. Per bravo, era bravo. Lavorando si fece il letto, il tavolo, l'armadio, le sedie, gli scaffali per i libri, una panca. Alla fine stava facendo un cavalletto per metterci su il televisore e gli venne a mancare il legno. - Ho capito, - disse, - ci vuole una buona bugia. Corse fuori e cercò il suo tipo. Arrivava, trotterellando sul marciapiede, un omino di campagna, di quelli che sono sempre in ritardo per prendere la corriera. - Buongiorno. Ma lo sa che lei è proprio fortunato? - Io! E come mai? - Non lo sa ancora?! Ha vinto cento milioni alla lotteria, lo ha detto la radio cinque minuti fa. - Non è possibile! - Come sarebbe, non è possibile... . Lei, scusi, come si chiama? - Roberto Bislunghi. - Vede? La radio ha detto proprio il suo nome, Roberto Bislunghi. E che mestiere fa? - Vendo salame, quaderni e lampadine a San Giorgio di Sopra. - Allora non ci sono dubbi: il vincitore è proprio lei. Cento milioni. Mi congratulo vivamente... - Grazie, grazie... Il signor Bislunghi ci credeva e non ci credeva, ma era emozionatissimo e dovette entrare in un bar per bere un bicchier d'acqua. Solo dopo che ebbe bevuto gli venne in mente che non aveva mai comprato biglietti per la lotteria, dunque ci doveva essere uno sbaglio. Ma Pinocchio, ormai, era tornato a casa soddisfatto. La bugia gli aveva allungato il naso della misura giusta per fare l'ultima gamba del cavalletto. Segò, inchiodò, piallò: ecco fatto. Un cavalletto così, a comprarlo e pagarlo, ci sarebbero volute le sue ventimila lire. Un bel risparmio. Quando ebbe finito di arredarsi la casa, decise di mettersi in commercio. - Venderò legname e diventerò ricco. E difatti, a dire le bugie era così svelto che in poco tempo diventò proprietario di un grande magazzino con cento operai a lavorare e dodici ragionieri a fare i conti. Si comprò quattro automobili e due autotreni. Gli autotreni non gli servivano per andare a spasso, ma per trasportare il legname. Ne mandava anche all'estero, in Francia e in Burlandia. E giù bugie e giù bugie: il naso non si stancava mai di ricrescere. Pinocchio diventava sempre più ricco. Adesso nel suo magazzino lavoravano tremilacinquecento operai e quattrocentoventi ragionieri a fare i conti. Purtroppo, a forza di dire bugie gli si svuotava la fantasia. Per trovarne una nuova doveva andare in giro ad ascoltare le bugie degli altri e copiarle: quelle dei grandi, quelle dei bambini... Ma erano bugie da poco e facevano crescere il naso solo di pochi centimetri per volta. Allora Pinocchio si decise a prendere un suggeritore, un tanto al mese. Il suggeritore passava otto ore al giorno nel suo ufficio a pensare bugie e a scriverle su tanti foglietti, che poi passava al padrone: - Dica che la Cupola di San Pietro l'ha costruita lei. - Dica che la città di Forlimpopoli ha le rotelle e può andare in giro per le campagne. - Dica che è andato al Polo nord, ha fatto un buco ed è uscito al Polo sud. Il suggeritore guadagnava abbastanza bene, però alla sera, a furia di inventare bugie, gli veniva il mal di testa. - Dica che il Monte Bianco è suo zio. - Che gli elefanti non dormono né sdraiati né in piedi, ma ritti sulla proboscide. - Che il fiume Po è stanco di gettarsi nell'Adriatico e vuole gettarsi nell'Oceano Indiano. Adesso che era ricco e straricco, Pinocchio non si segava più il naso da solo: lo servivano due operai specializzati, in guanti bianchi, con una sega d'oro. Questi operai il padrone li pagava due volte: una per il lavoro che facevano, un'altra per stare zitti. Ogni tanto, quando la giornata era stata particolarmente fruttuosa, pagava loro anche un bicchiere d'acqua minerale. Primo Finale Pinocchio arricchiva ogni giorno di più. Ma non bisogna credere che fosse avaro. Al suggeritore, per esempio, qualche regalino glielo faceva: una mentina, un bastoncello di liquirizia, un francobollo del Senegal... Il paese era molto orgoglioso di lui. Lo volevano sindaco a tutti i costi, ma Pinocchio non accettò, perché non se la sentiva di assumersi quella grave responsabilità. - Ma lei può fare molto per il paese - gli dicevano. - Farò, farò lo stesso. Regalerò un asilo infantile, a patto che porti il mio nome. Regalerò una panchina per i giardini pubblici, perché i vecchi lavoratori ci si possano sedere quando sono stanchi. - Evviva Pinocchio! Evviva Pinocchio! Erano tanto contenti che decisero di fargli un monumento. E glielo fecero, di marmo, sulla piazza principale. Raffigurava un Pinocchio alto tre metri che regalava un soldino a un orfanello alto novantacinque centimetri. Intorno, suonava la banda. Ci furono anche i fuochi artificiali. Fu una festa memorabile. Secondo Finale Pinocchio arricchiva ogni giorno di più, e più arricchiva, più diventava avaro. Il suggeritore, che faceva fatica a inventare nuove bugie, da un pezzo gli chiedeva un aumento di stipendio. Ma lui trovava sempre una scusa per negarglielo: - Eh, fate presto a parlare di aumenti, voi. Ieri, però, mi avete rifilato una bugia da quattro soldi: il naso mi si è allungato in tutto di dodici millimetri. Dodici millimetri di legno non sono buoni nemmeno per fare uno stuzzicadenti. - Ho famiglia, - diceva il suggeritore, - il prezzo delle patate è aumentato. - Ma il prezzo dei panettoni è diminuito: perché non comprate panettoni, invece di patate? Andò a finire che il suggeritore prese a odiare il suo padrone. E con l'odio nacque in lui il desiderio di vendicarsi. - Gliela farò vedere io, - borbottava fra se', mentre scribacchiava svogliatamente i suoi foglietti quotidiani. Ed ecco che su uno di quei foglietti, quasi senza accorgersene, scrisse: "L'autore delle avventure di Pinocchio è Carlo Collodi". Il foglietto finì in mezzo a quelli delle bugie. Pinocchio, che non aveva mai letto un libro in vita sua, pensò che fosse una bugia come le altre e la mandò a mente per snocciolarla al primo venuto. Fu così che per la prima volta in vita sua, e per pura ignoranza, disse la verità. E appena l'ebbe detta, tutto il legname prodotto dalle sue bugie cadde in polvere e segatura e tutte le sue ricchezze si dileguarono come se il vento le avesse soffiate via e Pinocchio si ritrovò povero, nella sua vecchia casa senza mobili, senza nemmeno un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Terzo Finale Pinocchio arricchiva ogni giorno di più e sarebbe certamente diventato l'uomo più ricco del mondo se un giorno non fosse capitato da quelle parti un omino che la sapeva lunga, anzi, sapeva tutto e sapeva anche che tutte le ricchezze di Pinocchio si sarebbero dileguate come fumo il giorno in cui egli fosse stato costretto a dire la verità. - Signor Pinocchio, così e così: stia bene attento a non dire mai la più piccola verità, nemmeno per isbaglio, altrimenti la festa è finita. Capito? Bene, bene. A proposito: è sua quella villa? - N-no - disse Pinocchio. - Allora me la prendo io: sembra fatta su misura per me. Quei magazzini sono suoi? - N-no - disse a malincuore Pinocchio, per evitare di dire la verità. - Magnifico, allora me li prendo io... L'omino, con quel sistema, si prese le automobili, gli autotreni, il televisore, la sega d'oro. Pinocchio diventava sempre più nero, ma si sarebbe tagliata via la lingua piuttosto che dire la verità. - A proposito, - disse finalmente l'omino: - è suo il suo naso? Pinocchio sbottò: - Certo che è mio! E lei non me lo potrà portar via! Il naso è mio e guai a chi me lo tocca! - Questa è proprio la verità - sorrise l'omino. E in quel momento tutto il legname di Pinocchio diventò segatura, le sue ricchezze caddero in polvere, venne un gran vento e si portò via ogni cosa, anche l'omino misterioso, e Pinocchio rimase solo e povero, senza nemmeno una caramella per la tosse da mettersi in bocca. Il pifferaio e le automobili C'era una volta un pifferaio magico. E' una storia vecchia, la sanno tutti. Parla di una città invasa dai topi e di un giovanotto che, con il suo piffero incantato, port tutti i topi ad annegare nel fiume. Poi il sindaco non lo volle pagare e lui ricominciò a suonare il piffero e si portò via tutti i bambini della città. Anche questa storia parla di un pifferaio: forse è lo stesso, forse no. C'era, questa volta, una città invasa dalle automobili. Ce n'erano nelle strade, sui marciapiedi, nelle piazze, sotto i portoni. C'erano automobili dappertutto: piccoline come scatolette, lunghe come bastimenti, con il rimorchio, con la roulotte. C'erano automobili, autotreni, furgoni, furgoncini. Ce n'erano tante che si muovevano a fatica, urtandosi, fracassandosi i parafanghi, schiacciandosi i paraurti, strappandosi le marmitte. E finalmente ce ne furono tante che non ebbero più lo spazio per muoversi e rimasero ferme. Così la gente doveva andare a piedi. Ma non era tanto facile, con le macchine che occupavano tutto il posto disponibile. Bisognava aggirarle, scavalcarle, passarci sotto. E dalla mattina alla sera si sentiva: - Ahi!Questo era un pedone che aveva battuto la testa contro un cofano. - Ahio! Ahia! Questi erano due pedoni che si erano scontrati strisciando sotto un camion. La gente, si capisce, diventava matta dalla rabbia. - E' ora di finirla! - Bisogna fare qualcosa! - Perché il sindaco non ci pensa? Il sindaco sentiva quelle proteste e borbottava: - Per pensarci, ci penso. Ci penso giorno e notte. Ci ho pensato anche tutto il giorno di Natale. Il fatto è che non mi viene in mente nulla. Non so che cosa fare, che cosa dire e che pesci pigliare. E la mia testa non è più dura delle altre. Guardate che cerotto. Un giorno si presentò in Comune uno strano giovanotto. Portava una giacca di pelle di pecora, le cioce ai piedi, un berretto a cono con un gran nastro. Insomma, pareva proprio uno zampognaro. Uno zampognaro senza zampogna, però. Quando chiese di essere ricevuto dal sindaco, la guardia gli rispose seccamente: - Lascialo tranquillo, non ha voglia di ascoltare serenate. - Ma io non ho la zampogna. - Peggio che mai. Se non hai nemmeno una zampogna, perché mai il sindaco dovrebbe riceverti? - Ditegli che io so come liberare la città dalle automobili. - Cosa? cosa? Senti, gira al largo, che qui certi scherzi non vanno. - Annunciatemi al sindaco, vi assicuro che non ve ne pentirete... Tanto disse e tanto fece che la guardia dovette accompagnarlo dal sindaco. - Buongiorno, signor sindaco. - Eh, si fa presto a dire buongiorno. Per me sarà un buon giorno solamente quello in cui... la città sarà liberata dalle automobili. - E io conosco il sistema. - Tu? E chi te lo ha insegnato? Una capra? - Chi me lo ha insegnato non importa. A lasciarmi fare una prova non ci perdete niente. E se voi mi promettete una certa cosa, entro domattina non avrete più grattacapi. - Sentiamo, che cosa ti dovrei promettere? - Che da domani in poi in piazza grande ci potranno giocare sempre i bambini, e ci saranno per loro giostre, altalene, scivoli, palle di gomma e aquiloni. - In piazza grande? - In piazza grande. - E non vuoi altro? - Niente altro. - Allora, qua la mano. Promesso. Quando cominci? - Subito, signor sindaco... - Dài, non perdere un minuto. Lo strano giovanotto non perdette nemmeno un secondo. Si mise una mano in tasca e ne cavò un piccolo zufolo, intagliato in un ramo di gelso. E addirittura lì, nell'ufficio del sindaco, cominciò a suonare una bizzarra cantilena. E uscì suonando dal palazzo del Comune, attraversò la piazza, si avviò verso il fiume... Di lì a un momento ... - Guardate! Che fa quella macchina? Si è messa in moto da sola! - Anche quell'altra! - Ehi! Ma quella è la mia! Chi è che mi ruba la macchina? Al ladro! Al ladro! - Ma non c'è nessun ladro, non vede? Tutte le automobili si sono messe in moto... - Prendono velocità... corrono... - Chi sa dove vanno? - La mia macchina! Ferma, ferma! Voglio la mia macchina! - Provi a metterle un pizzico di sale sulla coda... Da ogni punto della città le macchine correvano, in un frastuono inaudito di motori, scappamenti, trombe, sirene, claxon... . Correvano, correvano da sole. A fare bene attenzione, però, si sarebbe sentito sotto il frastuono, eppure più forte, più resistente del frastuono, il fischio sottile del piffero, la sua bizzarra, bizzarra cantilena... Primo Finale Le automobili correvano verso il fiume. Il pifferaio, senza mai smettere di suonare, le aspettava sul ponte. Quando arrivò la prima macchina - che per combinazione era proprio quella del sindaco - cambiò appena la melodia, aggiunse una nota più alta. Come per un segnale, il ponte crollò e l'automobile si tuffò nel fiume e la corrente la portò lontano. E giù la seconda, giù anche la terza, giù tutte le automobili, una dopo l'altra, a due a due, a grappoli, sprofondavano con un ultimo ruggito del motore, un rantolo della tromba, e la corrente le portava via. Nelle strade di dove erano scomparse le automobili scendevano i bambini, trionfanti, con i loro palloni, le bambine con le bambole nelle carrozzelle, prendevano a scorrazzare tricicli e biciclette, passeggiavano sorridendo le balie. Ma la gente si metteva le mani nei capelli, telefonava ai pompieri, protestava con i vigili urbani. - E voi lasciate fare quel matto? Ma fermatelo, perdinci, fate tacere quel maledetto pifferaio. - Tuffate un po' lui, nel fiume, col suo piffero... - Anche il sindaco è diventato matto! Far distruggere tutte le nostre belle automobili! - Con quello che costano! - Con quello che costa il burro ! - Abbasso il sindaco! Dimissioni! - Abbasso il pifferaio! - Io rivoglio la mia macchina! I più audaci si scagliarono addosso al pifferaio, ma si fermarono prima di poterlo toccare. Nell'aria, invisibile, c'era come un muro a difenderlo e contro quel muro gli audaci picchiavano invano con i pugni ed i calci. Il pifferaio aspettò che l'ultima macchina si fosse tuffata nel fiume, poi ci si tuffò anche lui, raggiunse a nuoto l'altra riva, fece un inchino, si voltò e disparve nel bosco. Secondo Finale Le automobili corsero al fiume e l'una dopo l'altra vi si tuffarono, con un ultimo gemito del claxon. L'ultima a tuffarsi fu la macchina del sindaco. A quell'ora già la piazza grande era gremita di bambini che giocavano e le loro grida festose coprivano i lamenti dei cittadini che avevano visto le loro macchine sparire lontano, trascinate dalla corrente. Il pifferaio, finalmente, smise di suonare, sollevò gli occhi, e soltanto allora vide la folla minacciosa che marciava su di lui, e il signor sindaco che marciava davanti alla folla. - E' contento, signor sindaco? - Adesso te la do io la contentezza! Ti pare di aver fatto una bella cosa? Non sai quanto lavoro e quanto denaro costa un'automobile? Bel modo, di liberare la città... - Ma io... ma voi... - Ma tu un bel niente, tu. Tu adesso, se non vuoi passare il resto dei tuoi giorni in prigione, ti attacchi al piffero e fai uscire le automobili dal fiume. E bada che le rivoglio tutte, dalla prima all'ultima. - Bravo! Bene! Viva il signor sindaco! Il pifferaio obbedì. Obbedienti al suono del suo strumento magico le automobili tornarono a riva, corsero nelle strade e nelle piazze a occupare il posto che occupavano prima, cacciando i bambini, i palloni, i tricicli, le balie. Insomma, tutto tornò come prima. Il pifferaio si allontanò lentamente, pieno di tristezza, e di lui non si è mai più sentito parlare. Terzo Finale Le automobili correvano, correvano... . Verso il fiume, come i topi di Hammelin? Macchè! Correvano, correvano... . E a un certo punto non ce ne fu più nemmeno una, in città , non una sola in piazza grande, vuoto il corso, liberi i viali, deserte le piazzette. Dov'erano scomparse? Tendete l'orecchio e le sentirete. Ora corrono sotto terra. Il suo piffero magico quel bizzarro giovanotto ha scavato delle strade sotterranee sotto le strade, e delle piazze sotto le piazze. Laggiù corrono le macchine. Si fermano, per prendere a bordo il loro proprietario, e ripigliano la corsa. Adesso c'è posto per tutti. Sotto terra, per le automobili. Sopra, per i cittadini che vogliono passeggiare parlando del governo, del campionato e della Luna, per i ragazzi che vogliono giocare, per le donne che vanno a fare la spesa. - Che stupido, - gridava il sindaco, pieno d'entusiasmo, - che stupido sono stato a non averci pensato prima! Al pifferaio, poi, in quella città hanno fatto un monumento. Anzi, due. Uno in piazza grande e uno sotto, tra le macchine che corrono instancabili nelle loro gallerie. Allarme nel presepio Una volta, mancava poco a Natale, un bambino fece il suo presepio. Preparò le montagne di cartapesta, il cielo di carta da zucchero, il laghetto di vetro, la capanna con sopra la stella. Dispose con fantasia le statuine, levandole una per una dalla scatola in cui le aveva riposte l'anno prima. E dopo che le ebbe collocate qua e là , al loro posto - i pastori e le pecore sul muschio, i re Magi sulla montagna, la vecchina delle caldarroste presso il sentiero - gli sembrò che fossero poche. Restavano troppi spazi vuoti. Che fare? Era troppo tardi per uscire a comprare altre statuine, e del resto lui di soldi non ne aveva tanti... Mentre si guardava intorno, in cerca di un'idea, gli capitò sotto gli occhi un altro scatolone, quello in cui aveva messo a riposo, in pensione, certi vecchi giocattoli: per esempio, un pellerossa di plastica, ultimo superstite di un'intera tribù che marciava all'assalto di Fort Apache... un piccolo aeroplano senza timone, con l'aviatore seduto nella carlinga... una bamboletta un po' "hippy", con la chitarra a tracolla: gli era capitata in casa per combinazione, dentro la scatola del detersivo per la lavatrice. Lui, naturalmente, non ci aveva giocato mai, i maschi non giocano con le bambole. Però , a guardarla, era proprio carina. Il bambino la posò sul sentiero del presepe, accanto alla vecchietta delle caldarroste. Prese anche il pellerossa, con l'ascia di guerra in mano, e lo collocò in fondo al gregge, presso la coda dell'ultima pecora. Infine appese con un filo l'aeroplano e il suo pilota a un alberello di plastica, abbastanza alto, che una volta era stato un albero di Natale, di quelli che si comprano ai Grandi Magazzini e trovò il posto anche per loro, sulla montagna, non lontano dai re Magi e dai loro cammelli. Contemplò§ soddisfatto il suo lavoro, poi andò, a letto e si addormentò§ subito. Allora si svegliarono le statuine del presepio. Il primo ad aprire gli occhi fu uno dei pastori. Egli notò subito che c'era qualcosa di nuovo e di diverso nel presepio. Una novità che non gli piaceva troppo. Anzi, non gli piaceva per niente. - Ehi, ma chi è quel tipaccio che segue il mio gregge con in mano un'accetta? chi sei? Che cosa vuoi? Vattene in fretta,prima che ti faccia azzannare dai miei cani. - Augh - fece per tutta risposta il pellerossa. - Come hai detto? Senti, parla chiaro, sai? Meglio ancora, non parlare per niente e porta il tuo muso rosso da un'altra parte. - Io restare, - fece il pellerossa, - augh! - E quella scure? Che ci fai, dì un po'? Ci accarezzi i miei agnelli? - Scure stare per tagliare legna. Notte fredda, io volere fare fuoco. In quel momento si svegliò anche la vecchina delle caldarroste e vide la ragazzetta con la chitarra a tracolla. - Dico, quella ragazza, che specie di cornamusa è la vostra ? - Non è una cornamusa, è una chitarra. - Non sono cieca, lo vedo bene che è una chitarra. Non lo sai che qui sono permesse solo le zampogne e i pifferi? - Ma la mia chitarra ha un bellissimo suono. Sentite... - Per carità , smettila. Sei matta? Ma senti che roba. Ah, la gioventù d'oggigiorno. Dammi retta, fila via prima che ti tiri in faccia le mie castagne. E guarda che scottano, perché sono quasi arrostite. - Sono buone le castagne - disse la ragazza. - Fai anche la spiritosa? Ti vuoi prendere le mie castagne? Ma allora sei pure una ladra, oltre che una svergognata. Ora ti faccio vedere io... Al ladro! Anzi, alla ladra! Ma il grido della vecchietta non fu udito. L'aviatore, infatti, aveva scelto proprio quel momento per svegliarsi e accendere il motore. Fece un paio di giri sul presepio, salutando tutti con la mano, e atterrò vicino al pellerossa. I pastori lo circondarono minacciosi: - Cosa vuoi fare, spaventarmi le pecore? - Distruggere il presepio con le tue bombe? - Ma io non porto bombe, - rispose l'aviatore, - questo è un apparecchio da turismo. Volete fare un giretto? - Fallo tu, il giretto: gira bene al largo e non farti più vedere da queste parti. - Sì, sì, - strillò la vecchina, - e mandate via anche questa ragazzaccia, che mi vuol rubare le mie castagne... - Nonnina, - fece la ragazza, - non dite bugie. Le vostre castagne, se me le volete vendere, ve le pago. - Mandatela via, lei e la sua maledetta chitarra! - E anche tu, muso rosso - riprese il pastore di prima, - torna alle tue praterie: non vogliamo predoni, tra noi. - Né predoni né chitarre - aggiunse la vecchina. - Chitarra stare strumento molto bello - disse il pellerossa. - Ecco, l'avete sentito? Sono d'accordo! - Nonnetta, - fece l'aviatore, - ma perché strillate a quella maniera ? Dite piuttosto alla signorina di farci sentire qualcosa. La musica mette pace. - Facciamola corta, - disse il capo dei pastori, - o ve ne andate tutti e tre con le buone, o sentirete un, altra musica. - Io stare qui. Ho detto. - Anch'io stare qui, - fece la ragazza, - come il mio amico Toro Seduto. E anch'io ho detto. - Io poi, - fece l'aviatore, - sono arrivato da lontano, figuriamoci se me ne voglio andare. Su, ragazzina, attacca, vediamo se la tua chitarra rabbonisce la compagnia... La ragazza non se lo fece ripetere e cominciò a pizzicare le corde... Primo Finale Al primo accordo della chitarra, i pastori alzarono i bastoni e fischiarono ai cani. - Via di qua! Via subito! - Acchiappa, Fido! Addenta, Lupo! - Sotto, ragazzi: rimandiamoli al loro paese. - Anzi, mandiamoli a quel paese... Il pellerossa, senza arretrare di un passo, agitò la sua scure di guerra. - Io stare pronto, - disse, - augh! Ma l'aviatore la pensava in altro modo. - Su, - disse, - non è il caso di fare un macello. Salta nell'apparecchio, ragazza. E anche tu, Toro Seduto, vieni via. Il motore è acceso. Ci siete tutti? Si parte! Con un rombo il piccolo apparecchio si staccò dal presepio e cominciò a svolazzare intorno per la camera. - Dove andiamo? - domandò la ragazza, stringendosi al petto la chitarra per paura che il vento del volo gliela portasse via. - Conosco un magnifico scatolone dove si stava tanto tranquilli. - Anch'io lo conosco. - Anche io sapere. Augh! - Allora, augh! Allo scatolone! Eccolo laggiù, è ancora aperto, meno male. Festeggeremo per conto nostro, lontano da quegli ignoranti. - Augh! - fece ancora il pellerossa. Ma non pareva del tutto soddisfatto. Secondo Finale Al primo accordo della chitarra i pastori agitarono minacciosamente i loro bastoni. - Va bene, va bene, - sospirò allora la ragazza, - la chitarra non vi piace. Ecco la faccio a pezzi. Però , per favore, richiamate i cani prima che mi strappino i pantaloni. - Brava, così che si fa, - approvò la vecchina delle caldarroste. - Vieni, ti darò un po' di castagne. - Prima, - disse la ragazza, - datemi un po' di farina. Tingeremo di bianco Toro Seduto, così i pastori non avranno più ragione di diventare nervosi a guardarlo. - Ben pensata, - dissero i pastori. - Ma lui, muso rosso, è d'accordo? - Augh - fece il pellerossa. E si lasciò tingere tranquillamente di bianco. - E l'aeroplano? - domandarono i pastori. - Sapete che ne facciamo? - suggerì l'aviatore. - Gli diamo fuoco, così ci scaldiamo. - Ben pensata anche questa: tanto più che la notte è fredda. Il fuoco riportò finalmente la pace sul vecchio presepio. E intorno al fuoco i pastori, al suono dei loro pifferi, ballarono la tarantella. Terzo Finale Al primo accordo della chitarra i pastori fecero per slanciarsi contro i tre nuovi venuti, ma una voce autorevole e severa li trattenne: - Pace! Pace! - Chi ha parlato? - Guardate, uno dei tre Magi ha lasciato la carovana e sta venendo dalla nostra parte. Maestà , quale onore! - Il mio nome è Gaspare, non Maestà . Maestà non è un nome. - Ciao, Gaspare - disse la ragazza con la chitarra. - Buona sera, figliuola. Ho sentito la tua musica. Be, non si sentiva un gran che, con tutto quel chiasso. E ho sentito anche della musica migliore. Ma la tua non era da buttar via. - Grazie, Gaspare. - Augh! - fece il pellerossa. - Salve anche a te, Toro Seduto, o Aquila Nera, o Nube Tonante, o comunque tu voglia essere chiamato. E buona sera a te, pilota. E a voi, pastori, e a te, nonnetta. Ho sentito il profumo delle tue castagne. - Questa ragazzaccia me le voleva portar via... - Su, su, forse ti è sembrato. Non ha l'aria di una ladra. - E questo tipaccio con l'accetta? - gridarono i pastori. - Ci si presenta al presepio con quel muso rosso? - Avete provato a chiedergli perché è arrivato fin qui? - Non c'è bisogno di chiederglielo. Si vede benissimo: voleva fare una strage... - Io avere sentito messaggio, - disse il pellerossa. - Pace agli uomini di buona volontà . Io stare uomo di buona volontà. - Avete sentito? - disse allora Gaspare. - Il messaggio è per tutti: per i bianchi e per i rossi, per chi va a piedi e per chi va in aeroplano, per chi suona la zampogna e per chi suona la chitarra. Se odiate chi è diverso da voi, vuol dire che del messaggio non avete capito nulla. A queste parole fece seguito un lungo silenzio. Poi si sentì la vecchina che bisbigliava: - Ehi, ragazzina, ti piacciono le castagne? Sù prendi, e guarda che non te le vendo, te le regalo... E voi, pilota, ne volete? E voi signor Toro Volante, scusate, non ho capito bene il vostro nome, vi piacciono le castagne? - Augh, - disse il pellerossa. selezione da "Il libro degli errori" di Gianni Rodari. L'acca in fuga C'era una volta un'Acca. Era una povera Acca da poco: valeva un'acca, e lo sapeva. Perciò non montava in superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano: - E così, saresti anche tu una lettera dell'alfabeto? Con quella faccia? - Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia? Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all'estero ci sono paesi, e lingue, in cui l'acca ci fa la sua figura. "Voglio andare in Germania, - pensava l'Acca, quand'era più triste del solito. - Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime". Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l'autostop. Apriti cielo! Quel che successe da un momento all'altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere. Le chiese, rimaste senz'acca, crollarono come sotto i bambardamenti. I chioschi, diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po' dappertutto. In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l'acca, era stato come levargli le ali. Le chiavi non aprivano più, e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all'aperto. Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole. Non vi dico il Chianti, senz'acca, che sapore disgustoso. Del resto era impossibile berlo, perché i bicchieri, diventati "biccieri", schiattavano in mille pezzi. Mio zio stava piantando un chiodo nel muro, quando le Acca sparirono: il "ciodo" si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro. La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Jonio, non un solo gallo riuscì a fare chicchirichì: facevano tutti "cicciricì" e pareva che starnutissero. Si temette un'epidemia. Cominciò una gran caccia all'uomo, anzi, scusate, all'Acca. I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza. L'Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: - Resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciremmo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c'è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capo-stazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei diventerebbe il capo-stazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione. L'Acca era di buon cuore, ve l'ho già detto. E' rimasta, con gran sollievo del verbo chiacchierare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un'altra volta. Per me che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli "occiali" senz'acca non ci vedo da qui a lì. La riforma della grammatica Il professor Grammaticus, un giorno, decise di riformare la grammatica. - Basta, - egli diceva, - con tutte queste complicazioni. Per esempio, gli aggettivi, che bisogno c'è di distinguerli in tante categorie? Facciamo due categorie sole: gli aggettivi simpatici e gli aggettivi antipatici. Aggettivi simpatici: buono, allegro, generoso, sincero, coraggioso. Aggettivi antipatici: avaro, prepotente, bugiardo, sleale, e via discorrendo. Non vi sembra più giusto? La domestica che era stata ad ascoltarlo rispose: -Giustissimo. - Prendiamo i verbi, - continuò il professor Grammaticus. - Secondo me essi non si dividono affatto in tre coniugazioni, ma soltanto in due. Ci sono verbi da coniugare e quelli da lasciar stare, come per esempio: mentire, rubare, ammazzare, arricchirsi alle spalle del prossimo. Ho ragione sì o no? - Parole d'oro, - disse la domestica. E se tutti fossero stati del parere di quella buona donna la riforma si sarebbe potuta fare in dieci minuti. Il diavolo Marco e Mirco non hanno alcun rispetto per i verbi, nemmeno per i più vecchi, quelli con i capelli bianchi che camminano col bastone. I due insolenti monelli ieri dovevano coniugare, per compito, certi verbi, formando con essi delle frasi, ovvero pensierini. Graziosi pensierini davvero! Ecco un esempio dei loro esercizi: "Io mangio il gelato, tu bevi l'aranciata, egli paga il conto perché è il più tonto". Insistendo nella loro bravata, essi hanno scritto poi: "Io vado a Torino, tu vai a Torino, egli va a Torino, noi andiamo a Torino voi andate al diavolo e starete al caldino". Il diavolo, a questo punto, si è sentito fischiare le orecchie. C'è stato un botto, un gran puzzo di zolfo, e il diavolo era lì sulla poltrona, e agitava la forca gridando: - Dove sono quelli che devono andare al diavolo? Marco, per la paura, stava già per svenire. Mirco, più pronto a dire bugie, è corso alla finestra e, indicando un punto impreciso verso la piazza, ha esclamato: - Là, guardi, Eccellenza, sono scappati da quella parte! Per fortuna il diavolo c'è cascato e si è precipitato in piazza, dove voleva per forza portar via il farmacista, dottor Panelli, che stava sulla soglia del suo negozio a prendere il fresco. La signora Panelli però ha salvato il marito, mostrando al diavolo una raccomandazione firmata da un pezzo grosso. selezione da "Filastrocche in cielo e in terra" di Gianni Rodari. Teledramma Signori e buona gente, venite ad ascoltare: un caso sorprendente andremo a raccontare. E' successo a Milano e tratta di un dottore che è caduto nel video del suo televisore. Con qualsiasi tempo, ad ogni trasmissione egli stava in poltrona a guardare la televisione. Incurante dei figli e della vecchia mamma dalle sedici a mezzanotte non perdeva un programma. Riviste, telegiornali, canzoni oppure balli, romanzi oppur commedie, telefilm, intervalli, tutto ammirava, tutto per lui faceva brodo: nella telepoltrona piantato come un chiodo. Ma un dì per incantesimo o malattia (che ne dite? non può darsi che avesse la televisionite?) durante un intervallo con la fontana di Palermo decollò dalla poltrona e cadde nel teleschermo. Ora è là in mezzo alla vasca che sta per affogare: parenti, amici in lacrime lo vorrebbero aiutare, chi lo tira per la cravatta chi lo prende per il naso non c'è verso di risolvere il drammatico telecaso. Andrà in Eurovisione? Diventerà pastore di quei greggi di pecore che sfilano per ore? Riceverà i malati da quella scatoletta? Come farà dopo la visita a scrivere la ricetta? Ma tra poco, purtroppo, la trasmissione finisce: e se il video si spegne, il misero dove finisce? Fortuna che il suo figliolo studioso di magnetismo, per ripescarlo escogita un abile meccanismo. Compra un altro televisore e glielo mette davanti; il dottore ci si specchia e dopo pochi istanti per forza d'attrazione schizza fuori da quello vecchio e già sta per tuffarsi nel secondo apparecchio. Ma nel momento preciso che galleggia nell'aria, più veloce di gabbiano o nave interplanetaria, il figlio elettrotecnico, svelto di mano e di mente, spegne i due televisori contemporaneamente. Cade il dottor per terra, e un bernoccolo si fa: meglio cento bernoccoli che perdere la libertà. I colori dei mestieri Io so i colori dei mestieri: sono bianchi i panettieri, s'alzano prima degli uccelli e han la farina nei capelli; sono neri gli spazzacamini, di sette colori gli imbianchini; gli operai dell'officina hanno una bella tuta azzurrina, hanno le mani sporche di grasso: i fannulloni vanno a spasso, non si sporcano nemmeno un dito, ma il loro mestiere non è pulito. L'omino della gru Filastrocca di sotto in su per l'omino della gru. Sotto terra va il minatore, dov'è buio a tutte l'ore; lo spazzino va nel tombino, sulla terra sta il contadino, in cima ai pali l'elettricista gode già una bella vista, il muratore va sui tetti e vede tutti piccoletti... ma più in alto, lassù lassù, c'è l'omino della gru: cielo a sinistra, cielo a destra, e non gli gira mai la testa.