Il teatro in se
è un continuo incontro con l'altro, spaziare tra differenze di culture e storie
personali.
Il teatro non è solo uno stimolo creativo,
ma spesso veicolo per arrivare all'altro senza ostacoli e violenza.
La scelta come tematica dell’attività
teatrale della dimensione interculturale,
tramite la drammatizzazione di fiabe Africane, garantisce all’allievo di
provare ruoli diversi calandosi in personaggi diversi, altri modi di essere che
gli permettono di superare una immagine di sé talvolta cristallizzata e
insoddisfacente, dando così diversificate prospettive alla propria personalità
e formazione professionale.
L'unione tra teatro e intercultura genera
quindi relazioni importanti e indispensabili nella vita quotidiana.
Il
coniglio ruba il pasto dell'elefante.
Un
giorno Kalulu il coniglio stava guardando i piccoli di Soko la scimmia che
giocavano tra gli alberi: ogni scimmietta tratteneva il fratello tenendolo per
il collo, come un prigioniero.
Kalulu
penò che poter far questo poteva servire a tante cose: lui non aveva una coda
lunga,ma avrebbe potuto intrecciare le liane della foresta in un nodo. Nei
giorni seguenti numerosi animali rimasero impigliati così nella foresta,
riuscendo a scappare con gran difficoltà. Pensavano che fosse un caso, ma in
realtà era Kaulu che sperimentava la sua trappola fatta con le liane.
Qualche
giorno dopo Polo l'elefante decise di fondare un nuovo villaggio, e, essendo il
re degli animali, convocò ogni essere vivente della foresta perché lo aiutasse
a costruire il villaggio.
Vennero
tutti, eccetto Kalulu. Kalulu aveva però sentito l'odore delle buonissime
bacche che le mogli di Kalulu stavano preparando per la sua cena, e quando le
bacche si furono raffreddate, Kalulu uscì dal suo nascondiglio e se le mangiò
tutte.
Polo
era furioso quando tornò a casa scoprendo che tutte le sue bacche erano state
rubate. Chi gli aveva osato rubargli il pranzo?
Il
giorno dopo Polo chiese al leone di appostarsi vicino, e di saltare addosso al
ladro quando fosse arrivato. Ma Kalulu era nascosto nei cespugli e sentì tutto,
così passò la notte a preparare un enorme nodo, che mise vicino alle pentole.
Il
mattino seguente, mentre gli animali stavano lavorando al nuovo villaggio,
Kalulu uscì all'aperto e cominciò a mangiare le bacche di Polo, con un occhio
dove era appostato il leone. Una volta finito il pranzo Kalulu fuggì, e Ntambo
il leone cominciò ad inseguirlo. Kalulu passò attraverso il nodo che aveva
costruito, e quando Ntambo lo seguì fu intrappolato e issato a mezz'aria, dove
si agitò e sbraitò fino a sera, quando gli altri animali ritornarono al
villaggio e lo videro appeso. Ntambo si vergognava troppo a dire che era stato
intrappolato da un coniglio, così disse semplicemente che qualche animale
sconosciuto l'aveva intrappolato.
Il
giorno dopo fu il turno di Mbo il buffalo di sorvegliare le bacche del suo re,
ma Kalulu aveva messo un grande nodo tra due palme. Quando Kalulu finì di
mangiare e iniziò a scappare, il bufalo lo inseguì, ma il coniglio lo attirò
verso le due palme, e quando il buffalo lo seguì rimase intrappolato nel nodo
ed appeso a mezz'aria, dove sbraitò e si agitò fino a sera, quando gli alri
tornarono e lo trovarono appeso.
Mbo il
buffalo si vergognava a dire che era stato sconfitto da una lepre, pensando a
cosa avrebbero pensato gli altri animali.
Poi fu
il turno del leopardo, della lince, del rinoceronte e dello sciacallo: Kalulu
continuò a rubare le bacche di Polo.
Alla
fine Nkuvu la tartaruga, che era più saggia degli altri, andò privatamente da
re Polo e disse: "Fammi cospargere di sale dalle tue mogli e mettere in
mezzo alle bacche, così prenderò il ladro."
Il
giorno dopo Nkuvu fu in gran segreto cosparso di sale e nascosto in mezzo alle
bacche. Il coniglio fannullone voleva di nuovo mangiare a sbafo, e dopo aver
messo il suo nodo, saltò in mezzo alle pentole mentre tutti gli animali stavano
lavorando e incominciò a mangiare. Pensava che le bacche erano ancora più buone
che altre volte, avevano un delizioso sapore salato. Ma prima che potesse finire,
Nkuvu l'aveva afferrato per un piede.
Il
coniglio gridò, supplicò, trattò ed offrì doni, ma senza risultato. Nkuvu non
diceva niente, semplicemente tratteneva Kaulu per un piede, e quando gli
animali tornarono dal nuovo villaggio Kalulu era ancora prigioniero.
Quando
gli altri animali videro chi era in realtà il ladro, decisero di ripagarlo
nello stesso modo in cui erano stati trattati. Per sei giorni rimase senza
mangiare, e per tutto il giorno dovette rimanere appeso ad un albero con un
nodo. Quando la punizione finì il coniglio era così magro che gli animali si
impietosirono e lo lasciarono andare, avvisandolo che era meglio lavorare per
mangiare piuttosto che rubare, e che se un ladro può scappare una volta, di
sicuro prima o poi sarà catturato.
L'amicizia
tra la tartaruga e l'aquila
La
tartaruga e l'aquila non possono incontrarsi spesso: una passa il suo tempo tra
le nuvole e l'altra sulla terra. Ma quando l'aquila capì che cara compagna
poteva essere la tartaruga, venne a cercarla nella sua tana.
La
famiglia della tartaruga fu molto contenta della sua compagnia e l'aquila
mangiò così bene che tornò varie volte: ogni volta che andava via rideva, Ha,
ha! Posso godermi l'ospitalità della tartaruga sulla terra, ma lei non potrà
mai raggiungere il mio nido in cima agli alberi!
Ben
presto le frequenti visite dell'aquila, il suo egoismo e la sua ingratitudine
furono sulla bocca di tutti gli animali della foresta.
L'aquila
e il rospo non andavano d'accordo, perché spesso l'aquila mangiava rospi.
Il
rospo chiamò la tartaruga, Amica tartaruga, offrimi da mangiare e io ti
aprirò gli occhi. Dopo aver mangiato, il rospo disse Amica mia, l'aquila
si sta approfittando della tua gentilezza, dopo ogni visita vola via ridendo e
dicendo Ha ha! Posso godermi l'ospitalità della tartaruga sulla terra ma lei
non potrà mai godersi la mia, perché il mio nido è in cima all'albero. La
prossima volta che l'aquila ti visiterà, dille Dammi una zucca, e manderò del
cibo anche a tua moglie e ai tuoi piccoli.
L'aquila
portò una zucca, si divertì e mentre partiva disse: Tornerò dopo per il
regalo per mia moglie.
L'aquila
volava ridendo tra sé e sé come al solito, Ha, ha! Ho gustato il cibo della
tartaruga, ma lei non verrà mai a gustar il mio.
Il
rospo arrivò e disse: Ora, tartaruga, mettiti dentro la zucca. Tua moglie ti
coprirà con del cibo e l'aquila ti porterà a casa sua sopra gli alberi.
Poco
dopo l'aquila tornò. La moglie della tartaruga le disse: Mio marito non c'è
ma ha lasciato questa zucca piena di cibo per la tua famiglia.
L'aquila
volò via con la zucca, senza sospettare che la tartaruga era lì dentro.
La
tartaruga poteva sentire tutto quello che diceva: Ha, Ha, ho gustato il cibo
della tartaruga ma lui non potrà mai visitare il mio nido per gustare il mio.
Quando
la zucca fu svuotata nel nido dell'aquila, la tartaruga uscì fuori e disse: Amica
aquila, hai visitato la mia casa così tante volte che ho pensato sarebbe stato
carino godere della tua ospitalità.
L'aquila
era furiosa: Ti spacco la faccia! Ma riuscì soltanto ad urtare il suo
becco contro il guscio della tartaruga.
Ho
visto che tipo di amicizia mi offri, disse la tartaruga, e visto questo, portami a casa, perché la
nostra amicizia è finita.
Tornatene
tu a casa, gridò
l'aquila, ti butterò a terra!. La tartaruga morse una delle zampe
dell'aquila.
Lascia
andare la mia gamba ,
protestò l'aquila.
Sarò
contenta di farlo a casa,
disse la tartaruga, e strinse ancora di più la zampa dell'aquila.
L'aquila
volava alta tra le nuvole con la velocità di una freccia. Piegò la zampa, la
girò ed avvitò, ma non c'era verso. Non poteva liberarsi dalla tartaruga.
L'aquila
portò la tartaruga a casa e mentre volava via la tartaruga disse: L'amicizia
richiede parità. Io ti accolgo e tu mi accogli. Dato che hai deciso di non fare
così, ridendo di me per la mia ospitalità, non sono più tua amica.
C'era
una volta un bellissimo topolino bianco. E diventava sempre più bello mentre
cresceva e diventava adulto.
I suoi
genitori si chiedevano spesso: Dove troveremo una moglie degna per lui?
Quando
arrivò il momento di cercare una moglie decisero che solo nella famiglia di Dio
poteva esserci una ragazza giusta per lui.
Così,
come era d'uso, tre vecchi componenti della famiglia andarono da Dio a chiedergli
una moglie per il bel topolino. Giunti alla casa di Dio, i tre entrarono e
dissero: Veniamo per conto del bellissimo topolino bianco, a cercare una
moglie degna di lui: solo tu puoi trovarcela!
Dio
allora disse. Grazie di essere venuti,ma siete nel posto sbagliato: dovete
andare a casa del vento! Il vento è più forte di me, perché mi soffia la
polvere negli occhi!"
A quel
punto i tre messaggeri decisero di andare a casa del Vento. Ma giunti là, il
Vento disse loro:"Vi ringrazio, ma la Montagna è più forte di me: io
non riesco a scalfirla, malgrado soffi con tutta la mia forza!
A quel
punto lì i tre topi andarono dalla Montagna, che però disse loro: Grazie di
essere venuti, ma c'è una creatura più potente, che mi sbriciola dalle
fondamenta: abita là, andate a trovarla!
I tre
andarono nella casa che gli era stata indicata e videro che era la casa di un
Topo. Il capofamiglia disse loro: Avete trovato la moglie per il vostro
bellissimo topolino bianco!. Che gioia!
E così
il bellissimo topolino bianco trovò una moglie degna di lui.
Ai limiti di una grande foresta, in Africa,
viveva tra gli altri animali una giraffa bellissima, agile e snella, più alta
di qualunque altra. Sapendo di essere ammirata non solo dalle sue compagne ma
da tutti gli animali era diventata superba e non aveva più rispetto per
nessuno, né dava aiuto a chi glielo chiedeva. Anzi se ne andava in giro tutto
il santo giorno per mostrare la sua bellezza agli uni e agli altri dicendo: - Guardatemi,
io sono la più bella. -
Gli altri animali, stufi di udire le sue
vanterie, la prendevano in giro, ma la giraffa vanitosa era troppo occupata a
rimirarsi per dar loro retta. Un giorno la scimmia decise di darle una lezione.
Si mise a blandirla con parole che accarezzavano le orecchie della giraffa: -
Ma come sei bella! Ma come sei alta! La tua testa arriva dove nessuno altro
animale può giungere... - E così dicendo, la condusse verso la palma della
foresta.
Quando furono giunti là, la scimmia chiese alla
giraffa di prendere i datteri che stavano in alto e che erano i più dolci. Il
suo collo era lunghissimo, ma per quanto si sforzasse di allungarlo ancor di
più, non riusciva a raggiungere il frutto. Allora la scimmia, con un balzo,
saltò sul dorso della giraffa, poi sul collo e finalmente si issò sulla sua
testa riuscendo ad afferrare il frutto desiderato. Una volta tornata a terra,
la scimmia disse alla giraffa: - Vedi, cara mia, sei la più alta, la più bella,
però non puoi vivere senza gli altri, non puoi fare a meno degli altri animali.
La giraffa imparò la lezione e da quel giorno
cominciò a collaborare con gli altri animali e a rispettarli.
Narra
una leggenda africana che, all'origine del mondo, l'elefante aveva la statura
degli altri animali, nonostante ciò era il più prepotente, voleva comandare su
tutti ed essere servito e riverito come un re.
Gli abitanti della savana, stanchi delle sue prepotenze, si riunirono di
nascosto in assemblea e dissero:
- Non vogliamo più sopportare le angherie dell'elefante, tutti noi viviamo nel
terrore, ogni protesta e ogni ragionamento non sono serviti a niente. E' ora
che facciamo qualcosa per fargli capire le nostre ragioni.
Discussero a lungo fino a che, di comune accordo, decisero di dargli una sonora
lezione.
Invitarono il prepotente in un'ampia radura dove gli avevano apprestato un
ricco banchetto per abbonirlo e per tenerlo occupato.
L'elefante
aveva accettato ben volentieri, tutto contento di essere così ossequiato;
mentre era assorto a gustare il pranzo, gli animali lo circondarono e
cominciarono a dargli tante botte con le zampe e con le corna sino a gonfiarlo
tutto, da capo a piedi!
Il malcapitato, alquanto malconcio, andò a tuffarsi nel vicino fiume per dare
refrigerio alle tante ferite che aveva sul corpo.
Gli ci vollero parecchi giorni per guarire e, quando i dolori furono passati e
le piaghe rimarginate, l'elefante, specchiandosi nell'acqua del fiume, vide che
il suo corpo era rimasto tutto gonfio, enorme, pesante! Soltanto le orecchie
erano rimaste come prima e certamente non facevano bella figura in quel suo
grande testone!
Era diventato il più grande animale della savana, ma il suo potere era finito!
Ora
non avrebbe più potuto comandare nemmeno sugli animali più piccoli perché la
sua grande mole avrebbe ricordato a tutti la lezione avuta nella radura.
E fu così che l'elefante, da quel giorno, prese a camminare con le orecchie
abbassate… per la vergogna.
Tanto
tempo fa, la Luna, che muore e rinasce ogni quattro settimane, disse un giorno
alla lepre:
- Va' e annuncia agli uomini che come io muoio e nasco di nuovo, anch'essi
moriranno e rinasceranno. Purtroppo la lepre, nel riferire alla gente il
messaggio della luna, fece una gran confusione. E infatti disse: - Come io
muoio e non torno un'altra volta in vita, anche voi morirete e non rinascerete
più. Quando la lepre fu di ritorno, la Luna le chiese che cosa avesse detto
alla gente.
- Ho detto così: come io muoio e non torno un'altra volta in vita, anche voi
morirete e non rinascerete più.
- Ma perché hai detto una cosa simile? - gridò la Luna infuriata. Le tirò
addosso un bastone, la colpì sul muso e le spaccò il labbro.
La
lepre fuggì via e da allora ha sempre avuto il labbro spaccato.
E gli uomini, da quel tempo, muoiono e non rinascono.
Molto
tempo fa, in un piccolo villaggio, viveva un leone.
Disturbava continuamente la gente del villaggio e uccideva chiunque passasse
vicino alla sua capanna.
Il re del villaggio allora indisse una riunione straordinaria. In essa tutti i
cacciatori del villaggio decisero di andare in cerca del leone e di ucciderlo.
Costruirono
anzitutto una capanna molto resistente, dove potessero rinchiudere il leone
prima di ucciderlo.
I cacciatori riuscirono poi a catturare il leone e lo rinchiusero nella capanna
in attesa di punirlo senza pietà.
Il giorno dopo, un uomo stava passando vicino alla capanna: il leone lo
supplicò di aprire la capanna e di farlo uscire. L'uomo all'inizio resistette,
ma poi cedette alla continua implorazione del leone e aprì la capanna. Appena
il leone usci fuori si avventò sul'uomo cercando di ucciderlo. Questi pregò il
leone di risparmiarlo, ma inutilmente.
La gente che passava di là informò il villaggio di quello che stava succedendo.
L'uomo
e il leone raccontarono la loro versione dei fatti. Molti patrocinavano la
morte dell'uomo, molti altri imploravano clemenza.
Passava di là un lupo, che viveva nelle vicinanze del villaggio, e si fermò ad
ascoltare la controversia. Chiese poi le diverse argomentazioni.
L'uomo raccontò al lupo che il leone nella capanna stava soffrendo: lo aveva
supplicato di aprire la capanna per poter uscire. Così aveva fatto, ma il leone
dopo essere uscito aveva cercato di ucciderlo.
Il lupo ascoltò molto attentamente il racconto dell'uomo.
Il lupo, animale molto saggio e intelligente, disse che non gli erano chiari i
termini della controversia, per cui proponeva una dimostrazione. Consigliò di
tornare alla capanna per verificare sul posto l'accaduto.
Allora l'uomo tornò alla capanna, aprì la porta e il leone vi entrò; il lupo
chiese di riportare la porta nella posizione originaria. L'uomo e il leone
dissero che era chiusa ermeticamente: l'uomo allora chiuse la porta con il
lucchetto, cosi ché il leone non potesse uscire.
Il
lupo parlò al leone e gli disse:
«Sei un ingrato: una persona ti ha aiutato a uscire dalla capanna e tu volevi
ucciderla. Perciò tu rimarrai nella capanna e vi morirai, mentre l'uomo andrà
via libero.»
L'uomo potè andarsene, mentre il leone rimase dentro la capanna a soffrire.
C'era
una volta un re che aveva una figlia ammirata da tutti per la sua bellezza e
bontà.
Molti venivano a offrirle gioielli, stoffe preziose, noci di kola, sperando
d'averla come sposa. Ma la giovane non sapeva decidersi.
- A chi mi concederai? - chiese a suo padre.
- Non so - disse il padre - Lascio scegliere a te: sono sicuro che tu,
giudiziosa come sei, farai la scelta migliore.
- Facciamo così - propose la giovane - Tu fai sapere che sono stata morsa da un
serpente velenoso e sono morta. I membri della famiglia reale prenderanno il
lutto. Suoneranno i tam-tam dei funerali e cominceranno le danze funebri.
Vedremo cosa succederà.
Il re,
sorpreso e un po' controvoglia, accettò.
La triste notizia si diffuse come un fulmine. Nei villaggi fu un gran parlare
sommesso, spari di fucile rintronavano in segno di dolore, mentre le donne
anziane, alla porta della stanza mortuaria, sgranavano le loro tristi melopee.
Ed ecco arrivare anche i pretendenti della principessa. Si presentarono al re e
pretesero la restituzione dei beni donati.
- Giacché tua figlia è morta, rendimi i miei gioielli, le stoffe preziose, le
noci di kola.
Il re accontentò tutti, nauseato da un simile comportamento. Capì allora quanto
sua figlia fosse prudente.
Per ultimo si presentò un giovanotto, povero, come appariva dagli abiti dimessi
che indossava.
Con le
lacrime agli occhi egli disse:
- O re, ho sentito la dolorosa notizia e non so come rassegnarmi. Porto queste
stoffe per colei che tanto amavo segretamente. Non mi ritenevo degno di lei.
Desidero che anche nella tomba lei sia sempre la più bella di tutte. Metti
accanto a lei anche queste noci di kola perché le diano forza nel grande
viaggio.
Il re
fu commosso fino al profondo del cuore. Si presentò alla folla, fece tacere
ogni clamore e annunciò a gran voce:
- Vi do una grande notizia: mia figlia non è morta. Ha voluto mettere alla
prova l'amore dei suoi pretendenti. Ora so chi ama davvero e profondamente mia
figlia. E' questo giovane! E' povero ma sincero.
Dopo qualche tempo si celebrarono le nozze con la più bella festa mai vista a
memoria d'uomo.
I vecchi pretendenti non c'erano e non si fecero più vedere.
Tanto tempo fa c'erano pochissimi
idioti nel mondo rispetto a oggi. Quando se ne trovava uno da qualche parte,
subito era cacciato via dal villaggio. Oggi, invece, bisognerebbe cacciare via
la metà del villaggio e ancora ciò non basterebbe. Ma come si spiega che ci
sono in giro tanti idioti? Ecco come sono andate le cose... Un giorno tre
idioti che erano stati cacciati via da un villaggio per colpa dei loro
pettegolezzi, si ritrovarono ad un crocevia e dissero:
«Forse arriveremo a qualche cosa di utile se riuniremo l'intelligenza di tre
teste stupide».
E proseguirono il loro cammino
insieme: dopo un certo tempo, arrivarono davanti a una capanna dalla quale uscì
un vecchio uomo che disse loro:
«Dove andate?».
Gli idioti alzarono le spalle e risposero:
«Dove ci porteranno le nostre gambe. Ci hanno cacciato via dal nostro villaggio
per le nostre imbecillità».
Il vecchio rispose: «Allora entrate. Vi metterò alla prova».
Questo vecchio aveva tre figlie anche loro imbecilli e si dimostrò comprensivo.
L'indomani, chiese al primo idiota: «Tu, vai alla pesca!» E al secondo:
«Vai nel bosco e porta un masso legato con treccine di corde!»
Poi al terzo:
«E tu portami delle noci di cocco!»
Gli idioti presero un recipiente ciascuno, un'ascia e un bastone e si misero in
strada. Il primo si fermò vicino al mare e si mise a pescare. Quando il suo
recipiente fu pieno, ebbe di colpo sete; ributtò tutto il pesce in acqua e
tornò a casa a bere.
Il vecchio gli domandò: «Dove sono i pesci?».
Egli rispose: «Li ho rimessi nell'acqua. Mi ha preso la sete e sono ritornato
veloce a casa per bere.
Il vecchio si arrabbiò: «E non potevi bere al mare?» gli chiese.
L'idiota rispose: «Non ci ho pensato...»
Durante questo tempo, il secondo idiota che era stato nel bosco, ma si
preparava a ritornare a casa; si era reso conto che non aveva corda per legare
i massi. Correva a casa appunto per cercarne una.
Il vecchio si arrabbiò di nuovo:
«Perché non hai legato il tuo masso con una delle corde?». Egli rispose: «Non
ci ho pensato...». Il terzo idiota montò sulla palma da cocco, mostrò alle noci
di cocco il suo bastone e disse: «Tu devi buttare a terra queste noci di cocco,
hai capito?»
Scese e cominciò a lanciare il bastone sul cocco. Ma non fece cadere nessuna
noce. Anche lui ritornò a casa a mani vuote.
E una volta ancora il vecchio si arrabbiò: «Poiché tu eri sul cocco, perché non
hai colto il frutto con le mani?».
Egli rispose: «Non ci ho pensato...».
Il vecchio seppe che non avrebbe
combinato niente di buono con quei tre scemi.
Gli diede in moglie le sue tre figlie e li cacciò via tutti quanti.
Gli idioti e le loro mogli costruirono una capanna e vi vissero bene e male.
Ebbero figli tanto stupidi quanto erano loro, le capanne si moltiplicarono e
gli idioti si disseminarono in tutto il mondo.
Nei tempi più lontani, il Sole e la luna vivevano insieme in pace,
riscaldando e illuminando la terra.
Un giorno scoppiò tra loro una lite furibonda per il predominio
del cielo. Il Sole si vantava di essere la creatura più importante: "Io
sono sicuramente indispensabile per il mondo. Aiuto gli uomini nel lavoro dei
campi, faccio maturare i frutti, asciugo l'erba, riscaldo uomini ed animali. Se
tardo a mostrarmi tutti si lamentano, gli insetti e gli animali sono inquieti e
sulla terra regna la desolazione. Tu invece, Luna a cosa servi?
La tua luce e' troppo debole e molti non capiscono quale sia lo
scopo della tua esistenza!"
La Luna rispose: "Anch'io ho la mia luce e illumino la terra
senza bruciarla come fai tu."
"Taci, taci" insisteva il Sole "Che luce è mai la
tua? Se mancasse, la vita continuerebbe senza problemi. Finiamo la discussione
e dimostriamo la nostra forza: se risulterai vincitrice ti cederò il mio
posto."
Il Sole raddoppiò la luce e il calore, provocando ovunque arsura e
sete per uomini ed animali.
La luce della Luna apparve ancora più pallida.
Poi una nube gigantesca, spessa e nera, coprì la terra portando
pioggia per alcuni giorni. La Luna tentò inutilmente di mandare un po' della
sua luce agli uomini per recare loro aiuto e conforto, ma la nube gli lo
impediva. Finalmente, quando si dissolse, il Sole tornò a splendere e venne
accolto con grida e gioia. Umiliata dalla sconfitta, la Luna si rifugiò
all'altra estremità del cielo.
Il Dio dell'universo volle consolarla e le affidò allora il
compito di rischiarare la terra durante la notte.
Da quel giorno in cielo si ristabilì la pace.
Ognuno dei due astri si muove lontano dall'altro con una funzione diversa e
ugualmente importante per gli abitanti della terra.
Il cane e il gatto si trovavano spesso al servizio dello stesso
padrone e ciascuno pretendeva di essere il suo beniamino.
- Sono io il
preferito - diceva il gatto - Prova ne è che il padrone ama prendermi sulle
ginocchia, coccolarmi e accarezzare il mio soffice pelo.
- No! -
replicava il cane - Il padrone preferisce me, infatti quando va a caccia
mi prende con sé e tu resti a casa.
- Appunto -
rispondeva il gatto - Il padrone mi lascia a casa per il servizio
insostituibile che gli rendo: senza di me i suoi granai sarebbero preda dei
topi.
- Sono io il
più utile. Chi abbaia quando arriva un estraneo oppure un ladro? Chi snida la
selvaggina, quando andiamo a caccia?
- Sei
ingenuo - ribadiva il gatto - Come può il padrone amare te che sbraiti per ogni
passante giorno e notte, sei pieno di zecche e sporchi dove capita?
- Insomma -
insisteva il cane ormai spazientito - Tu credi che il padrone preferisca esseri
ipocriti come te, che non fanno festa al suo ritorno e che, se non sta in
guardia, gli rubano i bocconi migliori sulla tavola o i pulcini in cortile?
La disputa durò a lungo, molto a lungo, ma nessuno dei due riuscì
a convincere l'altro. Alla fine il cane drizzò le orecchie.
- Ho un'idea
- disse - Oggi, dopo pranzo, andiamo insieme a stenderci sulla sedia del
padrone, quando verrà per la siesta vedremo finalmente quale dei due
preferisce.
- Ottima
idea - rispose il gatto.
Quando il padrone vide i due "signorini" comodamente
allungati sulla sua sedia, afferrò una bacchetta e si avventò su di loro
gridando:
- Via di qua, bestiacce! Tu cane rognoso e tu gatto pieno di pulci, che non vi
veda più qui, banda di fannulloni!
I poveri diavoli si trovarono in giardino gemendo per i colpi
ricevuti.
- Allora -
miagolò il gatto con voce ironica - Chi di noi due è il preferito?
- Credo che
sia tu - azzardò il cane.
- Eh, no! -
ribatté il gatto - Penso proprio che sia tu.
E ricominciarono a litigare.
Da quel giorno il cane e il gatto non andarono più d'accordo.
È proprio vero che è impossibile far intendere ragione a chi non
vuol capire…
Molto tempo fa tutti gli animali vivevano insieme nei villaggi e
il gallo, come sempre, cantava al sorgere del sole.
L’elefante, stanco di sentire quella voce stridula e insopportabile, minacciò
il gallo, dicendogli di chiudere il becco, altrimenti sarebbe finito molto
male.
Il giorno successivo, però, il gallo cantò al sorgere del sole,
come sempre.
L’elefante non lo sopportava più e decise di dichiarare guerra al
volatile.
Il gallo accettò la sfida, Il mattino successivo riunì tutti i
bipedi: le aquile, gli avvoltoi, i corvi i passeri, i piccioni, le tortore…
Aveva una strategia: ordinò agli uccelli più grandi di procurarsi dell’olio di
palma e a quelli più piccoli di beccare gli occhi e le orecchie dei quadrupedi.
L’elefante, dal canto suo, con un potente barrito, incoraggiò la truppa dei
quadrupedi e disse loro di non avere pietà.
Gli uccelli fecero la prima mossa: i più grandi versarono l’olio sulle teste
dei quadrupedi, poi i più piccoli seguì li beccarono.
L’elefante capo, in preda al dolore, scappò e tutti altri animali lo seguirono,
decisero di andare a vivere nella foresta. Gli uccelli, invece, nidificarono
nei villaggi e il gallo continua a cantare, ogni giorno, al sorgere del sole.
Tanto tempo fa, gli animali e gli uccelli non andavano d'accordo:
litigavano spesso e si facevano dispetti.
I pipistrelli, non sapevano da che parte schierarsi.
Simpatizzavano per gli uccelli, ma gli uccelli non li volevano
accanto, perché li consideravano animali. "Ma abbiamo le ali"
sostenevano i pipistrelli. Gli uccelli non erano convinti, ma decisero di
accettare la loro collaborazione.
Purtroppo, però, gli animali che vivono sulla terra, presero il
sopravvento, nella guerra che si era scatenata. I pipistrelli, spaventati,
volarono da loro ma vennero cacciati: "Voi non siete animali" dissero
leoni ed elefanti. I pipistrelli cercarono di convincerli: "Guardate i
nostri denti", dissero mostrando i piccoli canini.
Ma nessuno voleva associarsi ai pipistrelli, ormai considerati da
tutti dei traditori.
Non sapendo a chi aggregarsi e vergognandosi, i pipistrelli
presero l'abitudine di nascondersi durante il giorno e di volare e cacciare
solo la notte.
Una vecchia contadina possedeva un campo vicino alla capanna dove
abitava e, ogni anno, nell'imminenza delle piogge, vi piantava il granoturco.
Questa coltivazione era la sua unica fonte di sostentamento e costituiva la
sicurezza per fronteggiare la stagione secca e la fame.
Ndiwulira, un piccolo insetto che si cibava di chicchi di
granoturco, ogni anno aspettava con ansia la crescita delle piantine poiché
esse significavano anche per lui la sola speranza di sopravvivere.
Appena spuntavano le pannocchie, Ndiwulira si inseriva dentro e
cominciava a rosicchiare i teneri chicchi.
Un anno la vecchia contadina iniziò con largo anticipo i
preparativi per la mietitura. Gli amici dell'insetto lo avvertirono: "Esci
subito dalle pannocchie, tra poco la contadina taglierà il granoturco e tu
morirai!".
L'insetto tuttavia, si mostrò tranquillo e rispose :" Quando
sentirò il rumore mi metterò in salvo". e continuò a mangiare
indisturbato.
Finalmente iniziò il tempo della raccolta. Ndiwulira fu nuovamente
avvertito, ma ancora una volta appariva sicuro di sé. Gli amici preoccupati,
gli ricordarono il proverbio: "La testardaggine é fonte di sventura."
L' insetto, però, non si scompose e proseguì il suo pasto con
avidità. Ogni giorno la contadina esponeva al sole le pannocchie che in breve
tempo furono pronte per la cottura.
Accese il fuoco e iniziò a mettere il granoturco in pentola per
bollirlo. Gli amici del testardo Ndiwulira si fecero in quattro per avvertirlo
del pericolo.
"Siete proprio assillanti " commentò lui" Pensate
davvero che non senta il rumore del coperchio? "Vedrete che riuscirò senza
problemi a mettermi al sicuro!"
Ma quella volta la contadina coprì la pentola con tale rapidità
che lo sciocco insetto rimase imprigionato e venne cotto insieme alle
pannocchie.
Da qualche tempo il ragno Ananse avvertiva con preoccupazione la
difficoltà di trovare interlocutori saggi e intelligenti. La stupidità dilagava
sia fra gli uomini che fra gli animali. Poiché la situazione diventava ogni
giorno più grave, dopo aver riflettuto a lungo, decise di raccogliere tutta la
saggezza del mondo.
L'avrebbe depositata in un luogo sicuro, dove sarebbe rimasta come
un' importante provvista per il futuro.
Ananse partì e per molti anni visitò paesi e città, mettendo
insieme con pazienza parole, aneddoti, preghiere, azioni, esempi e risposte
intelligenti. Stipò queste perle di saggezza in una zucca vuota e ritornò al
suo villaggio.
Pensò di nascondere il suo immenso tesoro in un luogo sicuro e
scelse un altissimo albero di kazaura. Si legò la zucca davanti alla pancia, ma
ahimè! Questa lo impacciava molto nella salita. Ruzzolava continuamente ma,
senza perdersi d'animo, si rialzava e riprendeva con testardaggine la salita.
Uno dei figli di Ananse passò sotto l'albero e si fermò ad
osservare i maldestri tentativi del padre che, ormai stanchissimo, cadeva in
continuazione.
" Papà ", gli gridò con voce acuta: "Se davvero
avessi con te tutta la saggezza del mondo, ti saresti legato la zucca sul
dorso!"
Colpito dalle parole del figlio e stanco dell'inutile fatica, il
ragno si slegò il grosso peso dal ventre e lo scagliò contro il tronco
dell'albero di kazaura con una tale forza che la zucca andò in mille pezzi.
La sapienza si sparpagliò dappertutto.
Nonostante il figlio di Ananse avesse diffuso la notizia in un
baleno, la gente accorse lentamente.
Chi arrivò per primo raccolse di più, ma in breve il contenuto
della zucca si esaurì. Così si spiega perché pochissime persone hanno molta
saggezza, ma i più non ne possiedono affatto.
C'era una volta un sarto che cuciva dei vestiti con l'erba che
cresceva in un prato, a quei tempi la scimmia era un giudice molto saggio.
Un giorno il sarto si presentò alla scimmia e le disse: "Il
topo ha mangiato il mio vestito fatto di erba!". La scimmia convocò il
topo, ma questo negò tutto." Non sono stato io "rispose." E' il
gatto che ha mangiato il vestito del sarto."
La scimmia fece chiamare il gatto, che rispose "Non sono
stato io, il cane ha mangiato il vestito del sarto".
Ma anche il cane negò tutto." E' il bastone che ha mangiato
il vestito del sarto".
Il bastone si difese: " E' stato il fuoco che ha bruciato il
vestito del sarto".
Ed il fuoco: "E' stata l'acqua che ha portato via il vestito
al sarto".
E l'acqua: "E' l'elefante che ha divorato il vestito del
sarto".
L' elefante negò tutto: "La formica ha mangiato il vestito
del sarto."
La formica scosse la testa: " Non so di cosa si tratti, sono
un po' dura d'orecchi".
La scimmia gridò nel suo orecchio "Il sarto qui presente si
lamenta che tu hai mangiato il
suo vestito d'erba!", "Ma no!" rispose "E' il
topo che l' ha mangiato".
E il topo "E' il gatto che l'ha mangiato".
E' il cane che l'ha mangiato.
E' il bastone che l'ha strappato.
E' il fuoco che l'ha bruciato.
E' l'acqua che l'ha portato via.
E' l'elefante che l'ha divorato.
E' la formica che l'ha mangiato.
Ma la formica scosse la testa: "Non capisco niente di quello
che dite, sono dura d' orecchio".
La scimmia si arrabbiò.
Cacciò via la formica, l'acqua, il fuoco, il bastone...
Da quel giorno, la formica pizzica l'elefante, l'elefante beve
l'acqua, l'acqua spegne il fuoco, il
fuoco consuma il bastone, il bastone picchia il cane, il cane
caccia il gatto e il gatto il topo.
Il sarto non smette mai di lamentarsi e tutto ciò per colpa della
scimmia, il giudice.
La scimmia impiega il suo tempo a fuggire.
Ha ancora paura di essere nominata giudice.
Tanto tempo fa, tre amici che vivevano nello stesso villaggio si
erano innamorati della stessa ragazza: Kumba, bella come la luna e allegra come
il sole.
Nessuno dei tre osava confessare agli altri i propri sentimenti ma
un giorno, mentre sognavano e parlavano dei loro progetti per il futuro, si
accorsero di essere tutti innamorati di Kumba.
Non sapevano che fare… la loro amicizia era forte, ma anche il
loro amore era profondo.
Presero una decisione: sarebbero partiti dal villaggio, alla
scoperta del mondo e un giorno sarebbero ritornati e avrebbero chiesto a Kumba
di scegliere quale dei tre sarebbe stato il suo sposo. Partirono nella savana
in tre direzioni diverse. Ognuno cercava qualcosa che potesse renderlo il
favorito agli occhi i Kumba e degli abitanti del villaggio.
Il primo arrivò al mercato di un lontano villaggio e vide un bastone d'argento.
Il venditore gli disse che era un bastone magico: "Se riuscirai a muoverlo
nella giusta direzione, sconfiggerai la morte".
Il secondo giunse al mercato di una piccola città e vide un vecchio tappeto con
strani disegni. Anche questo era magico: "Se ti siederai sopra il tappeto
e penserai intensamente a un luogo, potrai raggiungerlo" spiegò il
venditore.
Anche il terzo trovò un oggetto magico.
Si trattava di uno specchio con la cornice di madreperla. "Se
poserai lo sguardo sullo specchio per qualche istante, ti appariranno il luogo
o la persona che desideri vedere il quel momento!" chiarì il
commerciante.
Dopo qualche tempo i tre amici si ritrovarono, ognuno mostrò il proprio
oggetto magico, che doveva assicurargli la considerazione degli abitanti del
villaggio.
Vollero mettere alla prova i loro oggetti:
Colui che aveva comprato lo specchio lo fissò intensamente e poi
disperato disse ai suoi amici: "E' terribile! Vedo Kumba, al villaggio, ma
è morta. Stanno per celebrare oggi il suo funerale". Il ragazzo che aveva
comprato il tappeto propose: "Partiamo subito! Se vi sedete sul mio
tappeto voleremo fino al villaggio!" Così fecero ed arrivarono al
villaggio proprio nel momento in cui si stava volgendo il funerale di Kumba.
Senza indugiare, il ragazzo che possedeva il bastone d'argento si
precipitò accanto alla ragazza e la toccò leggermente con il bastone magico...
Kumba riprese a vivere!
Il tempo passava ma Kumba non si decideva a scegliere lo sposo: si chiedeva in
continuazione: "Di chi sarò la sposa? Di colui che col tappeto magico è
arrivato in tempo? O di colui che con il bastone d'argento mi ha ridato la
vita? O di colui che con lo specchio ha potuto vedere la mia morte?"
Decise infine di affidarsi al responso degli anziani ma da quel giorno e fino a
oggi gli anziani sono riuniti sotto l'albero dei discorsi per decidere... Di
chi sarà sposa Kumba?
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Makun Makun makun bebe
o makun makun makun Bebe o makun sa mun de kera Bebe la makun fosi ma ke Bebe la makuna sa makun makun Bebe
makun mun de kera Bebe la
makun kongo de be Bebe la i makun sa Non piangere, piccino, non piangere Non piangere piccino, piccino, non piangere, sta tranquillo Che hanno fatto al mio piccino? Su, sta' tranquillo Non ha nulla il mio piccino. Non piangere, sta' tranquillo Non piangere, piccino, non piangere, non piangere Che hanno fatto al mio piccino? Su sta' tranquillo. Il mio piccino ha fame. Non piangere sta tranquillo. (Bambara) |
N daga an kara
Questa filsatrocca si interpreta in modi diversi nei paesi in
cui si parla il soninke : Mauritania, Senegal e Gambia. I bambini la cantano
battendo su una mezza zucca il cui orifizio e' rivolto verso il suolo. Altri
la interpretano giocando in due, l'uno di fronte all'altro. Battendo la mano
destra nella mano destra del loro compagno e la mano sinistra in quella
sinistra a ritmo. Poi ognuno fa il solletico all'altro sul collo. La mamma
può anche picchiettare il palmo della mano del suo bambino, poi mimare il
passo del gatto o del topo percorrendo il braccio del piccolo fin sotto
l'ascella o sul collo. Samba è il nome che in una famiglia viene dato al
secondo maschio. A ogni bambino viene attribuito un nome in relazione al
posto che occupa tra i suoi fratelli, come si usa in molti paesi africani. |
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n daga an kaara
n ma an ni n
Sono venuto da te, ma tu
non c'eri. n da an renman ni soose mini i tuoi figli mangiavano cuscus con latte
cagliato n ti i na in ku i xa bara Ho detto loro di darmene un po' e loro non hanno
voluto n xa da i katu, i xada in katu io li ho picchiati, loro mi hanno picchiato nu wu, i xa wu io ho pianto, loro hanno pianto muusuunen tere batte, gajanxullen tere batte E ga ga gatto! E to to topo! noxoli noxoli Sanba noxoli noxoli Chiri chiri, Samba, chiri chieri (Soninké) |
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La fiaba è un genere letterario universale, caratterizzato da una
struttura narrativa costante; è un terreno fertile perché può essere smontata,
modificata e ricostruita, e anche perché si presta a numerosissimi itinerari
didattici e percorsi immaginativi.
La sua struttura costante e facilmente riconoscibile risulta
rassicurante, familiare, e dà stabilità e sicurezza, due elementi importanti
nell’età evolutiva. Ogni bambino ha bisogno della sua fiaba, quella che
inconsapevolmente lo rassicura, lo fa crescere, l’aiuta ad affrontare i nodi
cruciali dell’esistenza, gli dà fiducia che potrà cavarsela in qualsiasi
situazione, e gli offre un maggior controllo sulle pulsioni interiori e gli
eventi esterni.
Molto è stato scritto, in questi ultimi anni, sulla capacità della
fiaba di legare culture e storie diverse. Sono state pubblicate anche diverse
proposte didattiche sull’utilizzo della fiaba come tappa obbligatoria dello
sviluppo del bambino, come possibilità di ancorare affettivamente ed
emotivamente l’immaginario del bambino a culture, ambienti, protagonisti
lontani. Merita dunque di essere sottolineato il potenziale educativo della
fiaba anche in questa veste “cosmica”. Lavorare con la fiaba multietnica
diventa allora un’esperienza educativa molto significativa, soprattutto se
riusciamo ad arricchire la valenza aggregativa e partecipativa della parola con
altri codici (intenzionale, mimico, paralinguistico, cinesico…), se
coinvolgiamo tutti i partecipanti nell’interazione comunicativa, con
un’intensità che riporta il racconto alle sue origini, all’incontro sapienzale,
nel nostro caso, con le terre africane.
Questi codici, sostitutivi della scrittura, ci riportano al valore
della tradizione orale e alla sua pregnanza vitale per le popolazioni africane,
perché essa era, e in parte è ancora, la funzione comunicativa per eccellenza.
La fiaba offre un terreno d’incontro che non ha barriere né temporali, né
etniche, né d’età: l’immaginario nutre la capacità d’immaginare, mobilita le
risorse della fantasia infantile, “crea spazio per altre cose, non utili,
come la poesia, la musica, l’arte, cose che riguardano direttamente la felicità
dell’uomo e non la sua utilizzazione in una qualsivoglia macchina produttiva”,
come dice Rodari, che aggiunge: “non credo che la fantasia sia evasione, ma
uno strumento della mente, capace di esprimere e formare una personalità più
ricca”. La fiaba, scrive Calvino, riesce a “realizzare massimi risultati
servendosi di pochissimi mezzi”. Da un lato scatena e mette in campo le
dinamiche identificativa-protettiva, dall’altro permette una ripresa rapida
dell’esercizio di razionalità. La fiaba è una fonte di piacere, un’attività
lucida importante per tutte le età.
Se, all’interno della scuola o di altri gruppi, si creano
relazioni e punti d’incontro con ragazzi e bambini di altre culture, la fiaba
ci aiuta a costruire orizzonti comuni partendo da storie diverse, ci aiuta ad
affermare i valori della società e della tolleranza. Il bambino straniero si
sente veramente accolto quando si è creata con i compagni e la struttura
scolastica una relazione protettiva e amica. Allora è bello raccogliere a ruota
libera i frammenti e i ricordi delle sue radici, delle sue origini o
sollecitarlo a raccontare le fiabe della propria terra, magari con l’aiuto dei
genitori… Questo permette di conoscere l’immagine che l’altro porta dentro, dà
la possibilità di esprimere affetti, nostalgie, ricordi, recuperare esperienze
passate in vista di situazioni e bisogni presenti. La narrazione diventa così
la possibilità di dar vita alle emozioni, ai ricordi, alle cose vicine e
lontane.
Mentre molto è stato scritto sulla trasmissione orale di fiabe e
favole delle culture a noi vicine, pochissimo è stato invece fatto in
riferimento alle culture extraeuropee. L’ondata massiccia d’immigrazione ha
aperto, inevitabilmente e inesorabilmente, anche i nostri confini culturali e
così sono nate diverse raccolte di fiabe o racconti, con introduzioni a
didattiche interculturali. È un processo recente, spinto a volte da organismi
di volontariato o realtà missionarie che hanno accesso diretto alle fonti,
oppure da associazioni o progetti d’inserimento immigrati.